Congo: l'istabilità del governo e inchiesta della Cpi

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Lo scorso 1 luglio per la Repubblica Democratica del Congo è stato il primo anniversario dopo un anno che ha visto due falliti tentativi di golpe in meno di tre mesi e un ondata di violenze. Nessuna cerimonia ufficiale da parte delle autorità, che non possono certo celebrare la tanto agognata stabilità prospettata - sulla carta - dagli Accordi di Pretoria, che nel 2002 posero fine al conflitto e dodici mesi fa dischiusero le porte al nuovo governo di transizione guidato da Joseph Kabila. Le notizie delle ultime settimane - a partire dalla grave insubordinazione militare che ha provocato un'ottantina di vittime a Bukavu e migliaia di sfollati nella regioni orientali del Kivu - confermano che il processo di pace sta prendendo forma a rilento, nonostante la presenza nell'ex-Zaire di diecimila caschi blu dell'Onu.

Intanto la Corte Penale Internazionale (Cpi) ha annunciato una prima inchiesta che farà luce sui "gravi crimini" perpetrati contro i civili nella Repubblica Democratica del Congo dopo il 2002. La richiesta dell'inchiesta alla Cpi è arrivata direttamente dal stesso Stato congolese, il che ha permesso di accelerare gli inizi della procedura. Adesso questo permetterà al procuratore di condurre indagini precise e approfondite alla ricerca della verità anche in loco. All'agenzia Misna il professor Giovanni Conso - presidente onorario della Corte Costituzionale - ha dichiarato che "la Corte, cominciando finalmente a operare, diventa non solo strumento di possibile condanna, ma anche di prevenzione in quanto se si constata che la giustizia internazionale penale è in grado di funzionare, ci sarà un freno in più al commettere crimini internazionali". Intanto emerge dalla regione del Kivu la MONUC (la missione ONU nel paese) starebbe indagando su 26 morti sospette tra i soldati delle FADRC (le Forze Armate congolesi), che secondo la denuncia di alcuni operatori umanitari sarebbero stati uccisi da loro commilitoni perché Banyamulenge, cioè Tutsi residenti in Congo. Se l'inchiesta dovesse confermare le accuse degli operatori umanitari ne risentirebbe tutta la "questione Kivu". Un inchiesta dell'Onu ha decretato che l'attacco di giugno a Bukavu dei dissidenti guidati da Luarent Nkunda era ingiustificato in quanto non era in corso nessunl tentativo di genocidio dei Banyamulenge, come aveva denunciato Nkunda che potrebbe aver strumentalizzato per proprio tornaconto un problema comunque esistente.

Dalla regione del Sud-Kivu giunge dalle donne l'appello alle più alte autorità nazionali e internazionali per dire no a guerra, abusi e impunità nel loro Paese. Nel testo la componente femminile di diverse organizzazioni e associazioni della società civile in Sud-Kivu ha denunciato la "persistenza dell'impunità perpetuata e tollerata dalla giustizia congolese e internazionale".

I conflitti che "trovano sempre la porta d'ingresso in Sud-Kivu in generale e a Bukavu in particolare - si legge nella missiva - si accompagnano a omicidi mirati, saccheggi, incendi di infrastrutture socio-sanitarie ed economiche". Inoltre il movimento femminile del Sud-Kivu condanna fermamente la pratica degli abusi sessuali come "strumento di guerra". Le conseguenze di questi atti di barbarie sono estremamente gravi e possono andare dalla trasmissione del virus Hiv a traumi psicologici profondi, oltre a comportare il rifiuto di parte della società. Le donne domandano poi al governo di Kinshasa di "ristabilire l'autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale" e "sanzionare i responsabili di atrocità e violazioni dei diritti umani in Sud-Kivu".

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