Clima, l’America della generazione Z contro Trump

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Foto: Remocontro.it

Clima nell’America che cambia

Clima e presidenti. Lo slogan più famoso, che portò alla prima elezione di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti nel 2009, fu “Yes we can”. Si poteva fare, il senso della speranza e dell’impresa impossibile. Il primo presidente nero alla guida di una delle nazioni più potenti del mondo. Ora nella sala ovale della Casa Bianca siede l’esatto contrario di Obama, Donald Trump. Bianco, miliardario e con una politica economica totalmente diversa. Il simbolo di un’America chiusa e con la paura del mondo almeno nelle apparenze.

Emissioni avanti tutta

L’approccio differente è su molte questioni importanti, ad esempio il clima. Se durante l’amministrazione Obama era stato lanciato un vero e proprio patto per l’ambiente, premiando le imprese che riducevano le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, con Trump la musica suona un altro spartito. Ora si punta di nuovo sul carbone, gli Usa si sono ritirati dai negoziati internazionali sul riscaldamento globale e sono state ridotte le multe per le aziende inquinatrici.

Generazione Z

Ma la storia non è una linea retta, procede a balzi e quello che era il passato a volte ritorna con prepotenza magari sotto forma diversa. E così quello slogan “Si può fare” è adesso portato avanti da quella che in molti definiscono Generazione Z. Ragazzi e ragazze nati tra il 1995 e il 2009, praticamente adolescenti e bambini. Adesso 21 di loro, residenti in diverse parti degli Stati Uniti, hanno intentato una causa proprio contro Donald Trump. Il motivo è molto chiaro: accusano funzionari federali e dirigenti dell’industria petrolifera di sapere da decenni, senza aver fatto nulla, che le emissioni di CO2 derivanti dai combustibili fossili destabilizzano il clima.

Una denuncia nuova

La denuncia in realtà è stata depositata in Oregon nel 2015, all’epoca della presidenza Obama. Nelle carte appare l’esplicito rilievo che l’immobilismo dell’attuale amministrazione li ha privati dei loro “diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà”. La causa va sotto il nome di una delle querelanti, Kelsey Juliana. L’udienza è fissata per il 29 ottobre in Oregon, anche se  il Dipartimento di Giustizia ha già annunciato che chiederà alla Corte Suprema di impedire il contenzioso. Si preannuncia dunque una vera e propria battaglia legale, anche perché la violazione dei diritti ambientali non è ancora stato. oggetto di altri procedimenti. Infatti il governo ha cercato di convincere i giudici che far andare avanti la causa potrebbe portare a una crisi costituzionale, mettendo i tribunali contro Trump e gli altri funzionari imputati.

Il ruolo della rete

I ragazzi hanno usato le armi proprie della loro generazione, la rete. Su Internet si sono incontrati e organizzato iniziative. Sempre online hanno raccolto fondi e trovato un’associazione che li rappresenta “pro bono”, la Our children trust. A ben vedere si tratta di una denuncia che riguarda una vera e propria violazione dei diritti umani. Infatti i querelanti sostengono di essere vittime di discriminazione. Questo perché vedono nelle politiche di Trump un pericolo che peserà concretamente nei prossimi 60-70 anni a causa dei cambiamenti climatici.

Yes we can

Ciò che sembrava impossibile quindi si sta realizzando, sfidare direttamente il governo. Non è più impossibile far valere dei diritti che forse non hanno ancora una presa diretta nelle coscienze delle generazioni più vecchie. E non si tratta solo di idealismo giovanile, i ragazzi infatti rischiano pesantemente. Prova ne è il tentativo fatto l’anno scorso dall’American Fuel and Petrochemical Manufacturers e l’American Petroleum Institute, che rappresentano rispettivamente l’8% dell’economia americana e dispongono di 9,8 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. I due colossi hanno citato in giudizio i 21 chiedendo un’archiviazione del caso. Nel giugno 2017, la loro mozione però è stata respinta. Yes we can.

Da Remocontro.it

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