Cercando casa a trent'anni. Razzismo e cedolare secca: viaggio fra gli affitti

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“No stranieriiiiii/5 piano/ No ascensore” scrive in maiuscolo e con tante “i” il signor F. a corredo di un annuncio immobiliare con cui mette in affitto il suo monolocale mansardato a 600 euro mensili, in zona Famagosta a Milano. Verrebbe da chiedergli se “No stranieriiiiii” è una caratteristica strutturale dell'edificio come “No ascensore”. “Solo italiani/no famiglie tassativo” gli fa eco la signora M., per un altro monolocale arredato in Palamanova, in fondo a via Padova, a prezzi più contenuti: 490 euro ogni 30 giorni. Al telefono risponde il marito della donna. Che però, oltre a precludersi l'intero mercato dei cittadini non italiani e dei genitori con figli al seguito, non è nemmeno un talentuoso venditore: “Una zona che fa schifo – dice nel primo e ultimo, non per sua scelta, contatto telefonico –: Ti entrano in casa. Qui dovremmo affittare a 1.500 euro al mese per ripulire il quartiere”. L'impressione è che, più di un inquilino, stia cercando un compagno di frustrazioni.

Il signor C. cerca “studenti”. Lui comunica solo con “sms su whatsapp, no telefonate” recita l'inserzione. Si dovrebbe palesare per mostrare due monolocali nella sua disponibilità in via Cavezzali – nord est di Milano, proprio nei pressi del palazzo ribattezzato dalle cronache “fortino della droga” prima dello sgombero nella primavera del 2018. L'appuntamento è per le ore 16 ed è stato fissato due ore prima. Il signor C. non si presenta e – come da descrizione fedele nell'annuncio – non risponde al telefono. “Mi scusi tanto, ho avuto un contrattempo e sono arrivato adesso” scrive in chat un'ora e trentotto minuti dopo. È possibile avere almeno delle foto? “Va bene – afferma – chiedo scusa nuovamente”. Le foto non arriveranno mai e nemmeno ulteriori scuse. Il signor R. (700 euro al mese, appartamento in viale Famagosta) invece risponde subito. E si comporta come un Caf: chiede un elenco telefonico dettagliato di tutti i redditi familiari e infine esordisce: “Se verrà nel mio monolocale non potrà mai, in nessuna occasione, portare in casa altre persone” spiega con un po' di imbarazzo mentre cerca anche di carpire l'orientamento sessuale dell'interlocutore. “Non è colpa mia, lo impone la legge per gli appartamenti sotto i 28 metri quadrati”. Ha ragione il signor R. Perché quello è la superficie minima per ottenere il certificato di abitabilità per più di una persona. È onesto, ma per 700 euro al mese, spese escluse, l'eremitismo sembra davvero troppo.  

Su otto annunci e numeri di telefono recuperati in un giorno per tentare la via dell'indipendenza abitativa nel capoluogo lombardo, due di questi non vogliono stranieri. Altri tre solo studenti universitari. I restanti non mettono barriere in entrata, almeno all'inizio. La giornata si consuma con un nulla di fatto, considerando gli appuntamenti andati deserti per incomprensioni o contrattempi e altri, nel quartiere Corvetto, dove gli appartamenti, stando a foto e descrizione, dovevano essere pronti per la consegna, ma quando si arriva sul luogo l'intermediario aggiorna che “a breve imbianchiamo, arrediamo daccapo e mettiamo un splendido box doccia” dice indicando quella che, per il momento, è una vasca da bagno sporca di 50 centimetri che fa temere più per le cadute che non per l'igiene personale. Non tutti, ma molti dei numeri di telefono li ha procurati l'agenzia CasaVeloce Milano al primo contatto. “Noi non siamo un'agenzia” ripetono a macchinetta gli operatori, prima al telefono (due volte, due operatrici diverse), poi faccia a faccia dentro la manciata di uffici sparsi in giro per la città. “Non chiediamo soldi ai proprietari di immobili, per questo disponiamo di una vasta gamma di appartamenti a rotazione, tarati sulle vostre esigenze economiche e sul quartiere in cui volete andare a vivere” è il ritornello. È vero. Sono uno degli assi pigliatutto a Milano. Sulle inserzioni che si trovano in rete domina spesso il loro numero di telefono. In cambio della capillarità del servizio si paga un forfait di 250 euro in anticipo, grazie al quale si viene seguiti “in maniera personalizzata” per sei mesi alla ricerca di una dimora. O almeno questa è la promessa. Serve collegarsi al loro sito dopo le 7 di sera, vedere gli appartamenti disponibili, e inviare via mail i codici di riferimento per chiedere un contatto con il locatore il giorno seguente. Ma c'è un problema: “Questi sono due degli stessi contatti che mi sono stati girati ieri. Nella richiesta ci sono sei codici di riferimento diversi” scriviamo spazientiti via mail a chi cura la nostra pratica. Risposta: “Quelli che lei mi ha richiesto non sono più disponibili...Di quei 6 codici solo quei due sono ancora disponibili”. Sono stati affittati, quindi. Eppure rimangono online ad arricchire la rosa di appartamenti liberi, in realtà inferiore.

Quando invece si parla con le agenzie tradizionali, il primo problema è linguistico. Si impara, ad esempio, che la domanda “che lavora fa?” non si riferisce affatto a competenze particolari del soggetto, o al profilo umano e professionale di chi, forse, ci si metterà in casa come affittuario. Può essere tradotta piuttosto con “che contratto ha?”. Non ha eguali l'orrore (o la compassione) negli occhi dell'agente immobiliare di turno di fronte alle innumerevoli risposte diverse da “contratto a tempo indeterminato” che il diritto del lavoro italiano offre. Se si supera questo scoglio parte la trattativa su garanti, intestatari del contratto, fideiussioni bancarie, la presentazione di buste paga e dichiarazioni dei redditi da parte di altre persone che hanno già provveduto per anni a mantenimento e studi e ora vorrebbero legittimamente rimanere fuori da questa vicenda.

Quando le condizioni ci sono, tutti offrono la stessa tipologia di contratto: il 4+4. La parola magica è “cedolare secca”: si tratta del regime fiscale vantaggioso per i proprietari che permette loro di pagare un'imposta sostitutiva dell'Irpef e delle addizionali, con aliquota al 21 per cento, per la parte di reddito derivante dall'immobile. Non si pagano inoltre le imposte di registro e di bollo al momento della stipula del contratto. In cambio rinunciano ad aumentare il canone di locazione e agli adeguamenti annuali per i prezzi al consumo stimati dall'Istat. Il regime è stata introdotto nel 2011 con lo scopo di far emergere il “nero” negli affitti, locare gli appartamenti vuoti e far scendere i canoni, perché i proprietari sarebbero stati incentivati a tutto ciò per via fiscale. Una lettura diversa della “cedolare secca” la offre l'ultimo Rapporto “Immobili” del dipartimento del Tesoro, pubblicato dal ministero dell'Economia a giugno. A pagina 156 si legge che “la perdita di gettito derivante dall’opzione per il regime di «cedolare secca» è stimata in circa 2,2 miliardi; i maggiori risparmi di imposta (1,86 miliardi) sono fruiti dal decimo di popolazione relativamente più ricco”.

Francesco Floris da Redattoresociale.it

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