Caporalato: a Nord come al Sud, condizioni “indecenti e para-schiavistiche”

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Foto: Cgil.it

L’omicidio di Soumaila Sacko il 2 giugno scorso ha riacceso – per un po’ – i riflettori sulla questione del caporalato e dello sfruttamento lavorativo nella filiera agroalimentare. Cittadino del Mali di 29 anni, bracciante agricolo e attivista sindacale Usb, Sacko è statoucciso a colpi di fucilea San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, in Calabria, mentre raccoglieva delle lamiere in una fabbrica dismessa. Gli servivano per completare la sua baracca nella vicina tendopoli di San Ferdinando (a pochi passi da Rosarno), il ghetto di casupole e tende di fortuna che solo qualche mese prima era stato parzialmente distrutto dall'incendio in cui aveva perso la vita la giovane nigeriana Becky Moses. Per un attimo le condizioni “indicibili” e le storie di queste persone, marchiate dalla miseria e dall’ingiustizia, sono tornate visibili, così come le lotte sociali che molti di loro portano avanti, aiutati da associazioni e sindacati troppo spesso lasciati soli e con poche risorse. “Sono storie di ingiustizia di illegalità che attraversano tutta la filiera agroalimentare dai campi alle nostre tavole, e che vedono un sempre maggiore interesse strategico delle organizzazioni criminali mafiose in uno dei settori che noi consideriamo fondamentali per la nostra economia” afferma Roberto Iovino, responsabile Legalità della Flai Cgil durante la presentazione a Roma del Quarto Rapporto Agromafie e Caporalato, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil

La denuncia del rapporto è netta: in Italia, da nord a sud, sono infatti oltre 400 mila i lavoratori a rischio ingaggio irregolare e sotto caporale, su un totale di circa un milione. Di questi, più di 132 mila vivono in condizione di vulnerabilità sociale. Inoltre, più di 300 mila lavoratori agricoli, ovvero quasi il 30 per cento del totale, lavorano meno di 50 giornate l’anno. I numeri confermano come i migranti siano una risorsa fondamentale: nel 2017 ne sono stati registrati 286.940, circa il 28% del totale. A questi dati vanno aggiunte le stime sul sommerso, ovvero gli oltre 220mila stranieri che vengono assunti in nero o che hanno una retribuzione molto inferiore a quella prevista dai contratti nazionali. “Uno dei principali dati che emerge dal monitoraggio è che la piaga del caporalato, e più in generale delle agromafie, è un danno per l'intera collettività. Parliamo di un giro di affari di circa 4,8 miliardi di euro, tra lavoro nero e intermediazione illecita, di cui le casse dello stato hanno un danno di circa 1,8 miliardi solo in termini di evasione contributiva” spiega ancora Iovino, che non manca di sottolineare i vari fenomeni illegali connessi, dalla contraffazione all’agropirateria. “La Guardia di Finanza ha stimato in 5,7 miliardi di euro il mancato gettito fiscale solo in relazione ai prodotti contraffatti del settore alimentare, e circa 10 mila i posti di lavoro regolari persi”. Iovino parla di inchieste in cui compaiono cognomi importanti, “che hanno fatto la storia della criminalità nel nostro Paese”: Piromalli, Lorusso, Labate, Rinzivillo, Schiavone, Riina, “clan italianissimi, tradizionali, gli stessi che sono responsabili del sottosviluppo storico di alcune aree importanti del nostro Paese”. 

Alcune di queste inchieste sono frutto di un’arma in più che la giustizia ha acquisito da poco meno di due anni: si tratta della legge 199/2016 contro i fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura, di cui il report fa un bilancio tutto sommato positivo. “Grazie alle nuove disposizioni della legge 199 sono partiti importanti operazioni di contrasto e processi tuttora in corso e al 2017 sono state deferite, tra arresti e denunce, circa 284 persone di cui 71 arrestati”. Un colpo all’illegalità che, secondo il sindacato, non può fare che bene alle aziende sane della nostra penisola, che pure ci sono e sono numerose. Certo c’è ancora molto da fare – gli scenari infatti non sono molto cambiati rispetto ai rapporti precedenti – soprattutto in merito a una maggiore applicazione della legge e alla tutela delle vittime: “A chi denuncia dobbiamo dare un’alternativa, garantire un senso di giustizia” commenta Flai Cigl. 

Basti pensare che, sempre secondo il report, in Italia sarebbero 30 mila le aziende agricole che ricorrono al caporale per reclutare la forza lavoro, in pratica una su quattro. Il “caporale” è colui che svolge un’attività di intermediazione reclutando manodopera per collocarla poi presso i datori di lavoro, pretendendo a titolo di compenso per l’attività svolta una percentuale della retribuzione dei lavoratori interessati. Le vittime del caporalato sono spesso persone in condizioni di particolare vulnerabilità sul piano economico-sociale, sia stranieri (non sempre) privi del permesso di soggiorno, sia inoccupati alla ricerca disperata di un impiego. Il report distingue diversi tipi di caporali, da coloro che agiscono in accordo con la propria squadra fino ad arrivare a quelli collusi con le organizzazioni criminali e con le mafie, la cui attività può divenire di completo dominio sulle vittime, mantenuto con violenza, minaccia e intimidazione. In questi casi le condizioni in cui vivono i lavoratori vengono spesso definite “indecenti e para-schiavistiche”. Raccolta dell’uva, di arance e mandarini, di pomodori e così via, dalle colline del Chianti alla Bassa Mantovana fino alle campagne ragusane nella Capitanata, le ricerche parlano di salari che non superano i 25 euro al giorno, giornate di lavoro che arrivano fino a 12 ore continuative, contratti assenti o irregolari. Particolarmente difficile la situazione delle donne che, oltre ad essere potenziali vittime di ricatti sessuali e intimidazioni, percepiscono un salario inferiore del 20 per cento rispetto ai loro colleghi, mentre nei casi più gravi di sfruttamento analizzati da Flai Cgil, alcuni lavoratori migranti percepivano un salario di 1 euro l’ora. In generale, il sindacato denuncia un salario inferiore a quanto previsto dai Contratti collettivi nazionali di lavoro e Contratti provinciali di lavoro di ben il 50 per cento. 

“I ragazzi non riescono a guadagnare niente perché su quei 25 euro al giorno, quando va bene, devono pagarne 3 per il trasporto, oppure chi non li ha prende la bicicletta e si fa anche 20 chilometri tra andata e ritorno per raggiungere i campi. Viviamo in tendopoli, baraccopoli, senza bagni, corrente, acqua potabile, sono condizioni disumane” racconta Kmadim Gaye, senegalese di 30 anni e lavoratore nella piana di Gioia Tauro. Grazie all’incontro con la Flai Cgil, nel 2017 ha iniziato la sua attività da sindacalista di strada e lavora anche per migliorare le condizioni di lavoro dei suoi compagni. Come lui sono tanti coloro che hanno ricevuto aiuto e sostegno dal sindacato, anche in situazioni difficili e complicate, ma la strada è ancora lunga. Le questioni spinose analizzate dal report, infatti, non finiscono qui: si va dal fenomeno delle “cooperative spurie”,al tema della tratta e delle organizzazioni criminali straniere (in particolare con un focus sul caso della mafia bulgara), fino all’infiltrazione delle mafie nei centri di accoglienza, vero e proprio serbatoio per lo sfruttamento. “Parliamo di situazioni in cui il valore umano delle persone è considerato zero – spiega ancora Flai Cgil – Ripristinare la legalità economica è in sostanza il dato più forte che emerge da questo quarto rapporto. Resta un obiettivo imprescindibile creare un’economia di giustizia rispettosa della dignità dei lavoratori, capace di assicurare trasparenza ai consumatori nell'interesse dell'intera collettività”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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