Black Friday: come il consumismo ha corrotto le nostre menti

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Esiste qualcosa di più inquietante delle masse di persone accalcate fuori dai centri commerciali, che dopo ore e ore di attesa estenuante, si prendono a botte e insulti per accaparrarsi il nuovo modelo di cellulare? Certo che esiste, sono i nuovi ornamenti natalizi offerti da Amazon dove si ritraggono immagini del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Proprio cosí, il gigante dell’e-commerce aveva messo in vendita decorazioni da appendere all'albero, un'apribottiglie e un tappetino del mouse con rappresentazioni dell'ingresso e delle baracche del campo di sterminio, oltre che del treno dei deportati. Il tutto facendo riferimento ad Auschwitz come a un semplice “campo di prigioneri di guerra” e niente più. Ora, anche dopo il ritiro delle merci agghiaccianti dal mercato su segnalazione del Memoriale di Auschwitz, rimane un ripugnante amaro in bocca. Non importa più cosa vendi, fintanto che c’è domanda, basta che vendi. 

E quindi continuiamo ad inventarci nuovi dogmi per stimolare i consumi, inutili e compulsivi, che inquinano e creano felicità effimere. Anche quest’anno il Black Friday (seguito a catena dal Cyber Monday) ha fatto incetta di shopping frenetico, soprattutto online, confermando la parabola discendente, e piuttosto allarmante, dei negozi tradizionali, laddove, al contrario, si riesce ancora a esibire prodotti locali, magari artigianali, che valorizzano il lavoro delle persone. Da qualche anno la tendenza pare pressoché irreversibile: il 2019 sarà il primo anno in cui la maggioranza dei consumatori americani acquisterà sul web. Anche in Italia la mania degli acquisti online è letteralmente scoppiata. Secondo il report annuale fornito da Idealo, il 76% degli acquirenti digitali italiani effettua in media almeno un acquisto online al mese il 53% dei quali con uno smartphone. In cima alla classifica delle categorie dell’e-commerce più desiderate dagli italiani troviamo elettronica, moda e calzature, le sneakers in particolare (rispettivamente 46,6%, 41,7% e 40,3%). Prodotti, prevalentemente asiatici, con una vita utile sempre più ridotta.

E ancora una volta abbiamo dovuto assistere a scene francamente evitabili, come spintoni e litigi durante le corse scoordinate ai regali. In tutto il mondo come in Italia si ripropone il festival delle risse, delle urla, dei regali rubati: un Black Friday di ordinaria folliaUn orgoglio tutto Statunitense, che ormai ha fatto breccia anche nel Vecchio Continente. Ma va tutto bene in nome del Dio Consumo. Quello del 2019 è stato infatti il miglior “Venerdí Nero” di sempre secondo Adobe Analytics, stabilendo un nuovo record di vendite in USA di 7,4 miliardi di dollari per il venerdí e 9,4 miliardi di dollari per il lunedí (+20% circa rispetto al 2018). In Italia secondo i dati raccolti da Awin ci sono stati 2 milioni di vendite contro gli 1,8 milioni dello scorso anno, 24 al secondo nell'arco della giornata, segnando un +35% dei ricavi. In più, quello che si trattava inizialmente di un giorno, si è dapprima dilatato fino al lunedí, e adesso si ritrova spalmato in varie settimane, con sconti che hanno l’unico - avaro - obiettivo di impulsare gli acquisti in un mese storicamente più tranquillo. Sconti che in alcuni casi sono vere e proprie truffe.

A tutto ciò, inoltre, si devono aggiungere anche i considerevoli costi ambientali derivati dal consumo usa e getta, o dal fenomeno del reso gratuito (la possibilità di restituire le merci comprate in tempi brevi e senza impegno). Se da una parte aumentano gli incentivi alle vendite (ancor più deliranti) e naturalmente i profitti, dall’altra incrementano i danni per il nostro ecosistema. Nello specifico: più imballaggi di plastica, più spostamenti e, quindi, maggiore inquinamento, oltre che un aumento della quantità di rifiuti già prodotti dall’essere umano. Come ha giustamente spiegato GreenBiz, dei prodotti venduti (e svenduti) durante i saldi o liquidazioni simili a quelle del Black Friday meno del 50% viene riassortito e rimesso in vendita, mentre una buona parte di questa merce finisce, molto più spesso di quanto si possa immaginare, nelle discariche o negli inceneritori.

La novità, però, positiva è un’altra. Quest’anno, come ogni anno, in contemporanea ai grandi sconti del Black Friday la società civile si è riversata in strada per denunciare il consumismo e le sue conseguenze climatiche. Da Tokyo a Parigi, da Nuova Delhi a Roma le iniziative si sono moltiplicate a macchia d’olio. Ma è in Europa, dove per la prima volta si sono verificate manifestazioni cosí strutturate contro il consumismo sfrenato: movimenti organizzati, marce e catene umane per dire basta agli acquisti senza senso ed aprire una volta per tutte ad un consumo più equilibrato, cosciente, a favore dell’ambiente e contro il cambiamento climatico. “Oggi Amazon produce le emissioni di gas serra di uno Stato“, ha dichiarato Jean-François Julliard, direttore di Greenpeace France, partecipando ad un sit-in alla sede della multinazionale vicino a Parigi.

Queste manifestazioni si aggiungono ad altre mobilitazioni che hanno avuto luogo in paesi industrializzati, come il Block Friday, i movimenti nazionali FridaysforFuture o il Buy Nothing Day, nato a Vancouver nel 1992, che stanno avendo sempre piu adepti. La lotta al riscaldamento globale deve partire e alimentarsi anche da queste iniziative. La dimostrazione che il crescente consumismo ha corrotto le menti di tanti popoli, ha impoverito il lavoro umano ed ha causato danni enormi al nostro pianeta, è sotto gli occhi di tutti. Basta farsi un giro in un centro commerciale, o in una fabbrica d'abbigliamento in Bangladesh o in India, o un tuffo nell’oceano. Pensiamoci veramente per questo Natale, dedichiamo tempo alle nostre scelte, facciamo un salto in negozio, scegliamo consumi responsabili, consapevoli, più ragionati e sicuramente gratificanti. Ne verremo ripagati in modi innumerevoli. 

Cuanto menos necesito comprar,

Menos comprado me siento.

Cuanto menos necesito consumir,

Menos consumido me siento.

Cuanto menos necesito,

Mas libre soy.”

Ada Luz Màrquez.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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