Bitcoin, una scommessa già persa?

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Immagine: Economist.com

“L’ascesa e la caduta del Bitcoin” titolava l’Economist un articolo uscito un paio di settimane fa, rivangando la memorabile bolla speculativa dei bulbi di tulipano nell’Olanda del 1637. Una vecchia lezione, ancora non completamente appresa. Come in tutte le bolle finanziarie i primi acquirenti-speculatori se la spassano alla grande, finchè i prezzi, raggiunto il momento di sfiducia o di non ritorno, iniziano a crollare.

E la bolla scoppiò. Il Bitcoin ha quasi dimezzato il suo valore in termini di capitalizzazione dall’inizio dell’anno (dopo aver chiuso un 2017 con una performance da record, ça va sans dire). Il prezzo a metà dicembre 2017 aveva toccato i $20 mila, mentre nel momento in cui scrivo, a inizio febbraio 2018, le quotazioni di coinmarketcap mostrano un prezzo inferiore ai $9 mila. Un tonfo spaventoso: in un solo mese la regina delle criptomonete ha chiuso con il peggiore risultato da febbraio 2014. Non che le altre criptovalute siano rimaste immuni alla bolla: sempre a gennaio, Ripple e Litecoin hanno perso rispettivamente il 45% e il 29%. Ad alimentare l’ultima ondata di vendite sono stati i continui annunci da parte dei governi e delle autorità riguardo a maggiori regole e restrizioni sul trading delle criptovalute. A onor di cronaca va ricordato che i Bitcoin e altre criptovalute hanno riempito i giornali di questi giorni con furti cibernetici per importi pari a centinaia di milioni di dollari: a Tokyo una truffa digitale di $430 milioni con la piattaforma online di criptovalute Coincheck e in Corea del Sud svariate transazioni illegali del valore di quasi $600 milioni i casi più eclatanti. Un problema che pare piuttosto difficile da arginare, data l’enorme appetibilità della moneta virtuale per coloro che vogliono mantenere l’anonimato sulle loro transazioni. Già, perché il diritto di proprietà di una criptovaluta non viene verificato rilevando un’identità, bensì attraverso il possesso di una password segreta che, mediante le tecniche della crittografia, consente di accedere alla moneta stessa, senza rilevare alcuna informazione riservata.

Tutto questo altro non fa che ringalluzzire i sostenitori della bolla finanziaria e mediatica che è ormai sotto gli occhi di tutti. Se solo qualche settimana fa la febbre del Bitcoin era alle stelle e si esaltavano profitti straordinari un po’ ovunque, anche dal barbiere, adesso i quotidiani parlano di una “festa finita”, alludono alle limitazioni normative e alle continue frodi, e Facebook mette al bando tutte le campagne pubblicitarie che promuovono le criptovalute e le Ico (cioè le offerte iniziali di moneta con le quali le startup si finanziano, esplose nel 2017 assieme al successo di Bitcoin e delle altre principali criptomonete); pubblicità discutibili, spesso associate a pratiche promozionali false e ingannevoli. Non solo, dopo Cina e Corea del Sud, anche gli Stati Uniti stanno accendendo i fari sul settore. Secondo Bloomberg le autorità di controllo americane hanno inviato mandati di comparizione per i rappresentanti di Bitfinex e Tether, due delle realtà più importanti per lo scambio di criptovalute al mondo. Insomma un 2018 fin qui da dimenticare per gli speculatori di Bitcoin (e sorelle), tra i quali, se non altro, non troviamo il profilo del classico risparmiatore italiano o della madre di famiglia che a stento arriva a fine mese.

Hyman Minsky, nel suo celebre modello di instabilità finanziaria, successivamente elaborato da Charles Kindleberger, sosteneva che le bolle avessero cinque fasi: il trasferimento o migrazione, il boom, l’euforia, l’angoscia finanziaria e la repulsione. Il trasferimento è azionato da un’innovazione tecnologica che ci catapulta in una nuova era, come internet o la blockchain in questo caso. Succede quindi un boom che trascina sempre più investitori, finché si raggiunge la fase euforica, dove si viene bombardati di pubblicità e se ne discute anche sulle radio (succedeva circa intorno a novembre 2017). La gente compra per ottenere rapidi guadagni e in parte per imitare gli altri. Questa tendenza si autoalimenta per un po’. Ad un certo punto, tuttavia, iniziano a insinuarsi i primi dubbi e la gente inizia a vendere per monetizzare i propri profitti. A ciò si aggiungono spesso cattive notizie (Corea del Sud, normative stringenti, etc.) e il prezzo inverte la tendenza. Una volta che il prezzo comincia a scendere la psicologia cambia: le persone che avevano comprato inizialmente si vedono erosa la loro potenziale rendita, e le persone entrate da poco potrebbero addirittura aver comprato la criptovaluta al di sopra del prezzo corrente, con conseguenti pentimenti. Investitori occasionali possono aumentare temporaneamente il prezzo, ma non durano.

Non siamo ancora arrivati alla fase di angoscia, ma potremmo esserne vicini se ci fosse l’innesco di un’ulteriore svendita massiva. Ci potrà essere un momento in cui gli investitori potrebbero smettere di pensare al Bitcoin come mezzo di scambio per le transazioni quotidiane, o come deposito affidabile di valore, e, a causa della proliferazione delle altre criptomonete, non sfrutterebbe il jolly dell’offerta limitata. Un bene digitale che non ha un flusso di reddito è complicato da valutare: diventa arduo definire un prezzo target in salita e un prezzo floor in discesa. Quando la gente lo capirà, saremo nella fase di repulsione.

È altresí vero che parlare di bolla nei confronti di una moneta virtuale che ha la speculazione nei suoi algoritmi (la maggior parte delle transazioni di Bitcoin si realizza tramite le cosiddette High Frequency Transactions) e la volatilità nel suo DNA (solo oggi Bitcoin registra una perdita del 14% sulle 24 ore e del quasi 23% nell’ultima settimana) non è esattamente logico. Senza contare che si stanno promulgando una serie di iniziative che esporrebbero la moneta a un gioco speculativo ancora più frizzante e manipolabile. Non ultimo il lancio dei contratti Futures sui Bitcoin alla Chicago Board Options Exchange negli Stati Uniti, che ha subito presentato livelli di volatilità elevatissimi, o il proposito, condiviso da molti, di spingersi oltre, con prodotti a leva più sofisticati e notevolmente più rischiosi quali gli ETF. Insomma la febbre permane latente e crescono i locali commerciali dove si può pagare in Bitcoin.

Però dispiace. Dispiace che si spendano tante parole su tale strumento, seppur affascinante dal punto di vista epistemologico, ma puramente vocato alla speculazione dei soliti noti gruppi finanziari, che prima ne parlano male e poi, dietro le quinte, ci investono a mani basse (vedi il CEO di JP Morgan). Dispiace che non si faccia altrettanto nei riguardi della Blockchain, l’infrastruttura tecnologica che supporta tra le altre cose il funzionamento delle criptovalute. Un’ingegnosa soluzione informatica che ha e potrebbe avere applicazioni sempre più utili e sottili, non solo nella finanza, ma nell’archiviazione di dati, diritti di proprietà, sistemi catastali, sistemi di pagamento, e oltre. Secondo un sondaggio del World Economic Forum, entro il 2025 oltre il 10% del Pil mondiale riguarderà attività registrate attraverso una tecnologia che si basa sui principi della blockchain. Purtroppo, però, almeno sulla carta, non permette di fare tanti soldi in breve tempo come i Bitcoin, e di conseguenza vende meno giornali.

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, afferma che la bolla potrebbe andare avanti per anni, ma finirà in tragedia e prima succederà meglio sarà. Senza essere catastrofici, mi limito a dire che finchè il Bitcoin e le altre criptovalute saranno impiegate da pochi per fini largamente speculativi, non soddisferanno nessun vero bisogno, e saranno destinati a rappresentare una scommessa già persa.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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