Appunti da Camerino e Bolognola (cratere del centro Italia)

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Foto: M. Canapini ®

Foglie secche, cielo candido come neve in feb braio.  Il bar “Fuori porta” di Cingoli offre bicchieri di vino rosso e pizza bianca con cipolla. 

 Resistere è impossibile. 

La multipla di Edoardo scivola adagio sull’asfalto picchiettato dalla pioggia, fastidiosa e insistente.  I pochi camini resistenti danno traccia di una flebi le resilienza. A Caldarola c’è un silenzio disarmante. Solo l’abbaiare timido dei cani e le chiacchiere pacate dei pochi rimasti.  Di 1.800 abitanti, unicamente 600 hanno la possibilità di vivere tra gli affetti della propria casa. Intercettiamo Franco, un uomo sfug gente, di poche parole:  «È un vero macello, troppa incertezza sul da farsi, gli aiuti procedono a rilento.  Il centro del paese è chiuso dal primo novembre. Mesi fa durante il weekend era pieno di gente, ora se l’eco nomia non riprende un po’ saranno guai per tutti».  I bicchierini di amari scacciano gli sbadigli e le strade, oltre le finestre, sono deserte.  Solo tre mesi fa questi luoghi erano battuti da comitive allegre dirette verso Sassotetto, un paesetto dove sgomitano poche casette distanti anni luce dagli edifici di pianura ancora sigillati dentro nastri bianco rossi.  Ogni casa lungo il serpente di cemento ha una roulotte posizionata in giardino.  Forse è questo l’oggetto del confine, l’elemento an tropomorfo che divide la terra dalle sabbie mobili.

La staticità dal dinamismo.

Beatrice, occhi azzurri e capelli neri tagliati corti, è una psicologa dell’associazione “Io non crollo”.  La incontriamo di fronte l’ingresso del palazzetto sportivo gremito di brandine su cui resi stono un centinaio di persone tra bambini, adulti e molti anziani.  «Siamo tutti psicologici provenienti da Lecco, Bologna, Tori no, per qualche giorno daremo una mano, ma la sen sazione che accomuna tutti noi è di non avvertire un lutto, bensì condivisione, resistenza». Sul lato destro della struttura si accavallano cinque quadrilateri bianchi che fungono da camerette spartane per le fa miglie in cerca di privacy.  Quando le luci si spengono solo qualche viso rimane illuminato dallo schermo del tablet, il resto dei corpi sprofonda in un’or chestra di ronfi, smorfie, sbuffi.  Nei comodini a fianco dei vecchi affetti da complicazioni fisiche, svettano stampelle, aspirine, flebo, medicinali sconosciuti.  Si dorme a stretto contatto, l’affetto colma le distanze tra le brandine, saldandole con un unico telo riparatore, unendo i corpi degli innamorati in un amplesso clandestino. Roberto, operatore della Protezione civile di Macerata Feltria, pensa che il ter remoto del ’97, a confronto di quest’ultimo, sia stato quasi uno scherzetto.  «3.000 sfollati solo nel centro di Camerino. Fino a poco tempo fa erano rimasti solo 96 persone qui dentro» racconta l’uomo indi cando l’atrio semibuio.  «Speravamo di poter far usci re tutti quanti, ma le continue scosse inducono i civili a trovare riparo, impongono la ritirata». 

I primi fiocchi di neve cadono da un cielo bianco che sa di panna.

C’è chi si arrotola sotto le coperte leggendo Il Piccolo Principe e chi, invece, si alza il ba vero del giaccone, sussurra un Padre nostro tra i denti e si getta nel buio della notte senza fondo, sondato dai cristalli di ghiaccio grossi come noci.  Un frate dal la lunga barba grigia passeggia tra i lettini, offrendo della camomilla magica agli sfollati, scaldando pance e animi. L’infuso alle erbe scivola leggero dal beccuc cio della teiera in acciaio, colmando i bicchierini degli omini dormienti. Dall’angolo est dell’affollato micro cosmo si alzano improvvisamente delle note piacevo li, un suono di fisarmonica che fa sorridere e sperare.  Quattro anziani, destati dal sonno, si prendono per mano, ballano in cerchio intonando la celeberrima canzoncina Quel mazzolin di fiori.  C’è spazio anche per un valzer fugace e una tracotante Romagna Mia.  Custodisci la serenità centimetro dopo centimetro, intonazione dopo intonazione.

Perché la vita, malgra do tutto, è più forte della paura.

Alle 6.00 è già tutto uno sferragliamento di anche, spalle, colli tesi.  Le punte delle montagne sono bianchissime e il cielo promette vendetta e gelo per tutto il gior no.  Un giaccone ben allacciato, un cappello di lana, una preghiera prima di abbandonare per qualche ora il bunker domestico.  All’inizio di tutta questa storia c’era il sole, le magliette senza maniche, i campi caldi e le rocce roventi. 

Ormai è tempo di neve, sciarpe, letarghi. 

I coppi delle case di Bolognola sono esplosi in aria; frantumati sul ciottolato. Una bimbetta apparsa dal nulla sfreccia sulla bicicletta.  «Chi non ha avuto paura con la scossa del 24 agosto, l’ha provata sicuramente con quella del 26 ottobre; che ha salvato un po’ tutti in vista del 30. Mio marito il 26 ottobre era qua dentro insieme alla Protezione civile.  Con la prima scossa sono scappati e al ritorno hanno trovato un masso sgretolatosi dal campanile dentro la stanza, rotolato dentro non si sa come.  Per fortuna la porta era aperta» si sganascia Paola, che ha l’aria di conoscere bene i propri polli.  Ha una battuta per tutti ma d’un tratto si fa seria, giocherellando con un tappo di sughero, cercando conferma negli occhi del nipote Denis.

Con passo felpato appare Erziana, vecchia montanara consuma ta dalla lingua sconosciuta. 

Alle 20.30 si ritira per la notte. «Ci vediamo domani, se Dio vuole» sono le uniche parole che rivolge ad Assunta, domiciliata da mesi in una roulotte ormeggiata nel parcheggio superiore. Nel comune più alto ma più piccolo della catena dei monti Sibillini, ciò che più addolora Assunta è vedere i libri domestici calpestati dagli anfibi dei pompieri, alla ricerca del salvabile.  Ma anziché farsene un cruccio, Assunta preferisce perdere la bussola nel verde del bosco. Un passo dopo l’altro, sul confine labile delle favole. 

Fuori posto in qualunque luogo ordinario.

Un lembo di cielo rossiccio scompare nel fondo del bicchiere bagnato dall’autoctono e immancabile liquore della Sibilla. Denis, il carpentiere, fa l’orecchia alla quarta pagina del suo libro di favole. Appoggia la guancia paffuta sulla copertina e comincia a ronfare.

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Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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