Analisi di un “disastro ambientale”

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Quando si parla di “disastro ambientale” ci si riferisce spesso ad una calamità naturale particolarmente violenta. Tuttavia questo termine, se usato impropriamente, può generare confusione poiché, più che di disastri ambientali, sarebbe più corretto parlare di rischi legati alla manifestazione di certo evento naturale (1). 

La differenza tra “rischio” e “disastro” è fondamentale. Secondo lUNISDR (l’Ufficio delle Nazioni Unite che si occupa della riduzione dei rischi di catastrofi), col termine disastro si intende un serio impatto sull’integrità di risorse, economia e sicurezza di un determinato territorio, che supera la possibilità delle persone colpite di far fronte a tale situazione con le proprie forze. Un disastro non è di per sé, quindi, un mero evento climatico particolarmente impattante, ma è il risultato dalla combinazione di quattro fattori: la natura di un rischio (come inondazioni, terremoti, frane, tempeste ecc.), l’esposizione delle persone e delle loro proprietà ad esso, determinate condizioni di vulnerabilità e l’insufficiente capacità di ridurre o affrontare il potenziale danno.  Molte delle persone che quotidianamente sono esposte a pericoli di origine naturale possono tranquillamente conviverci, poiché per niente, o poco, vulnerabili. Infatti, la vulnerabilità ad un determinato evento (ovvero la probabilità che chi è esposto ad un rischio possa restarne seriamente danneggiato) non è la stessa all’interno di un medesimo gruppo di persone, ma si differenzia a seconda di numerosi aspetti, fra questi il ceto sociale, il genere, l’età, le condizioni fisiche e mentali. Ne consegue che la vulnerabilità di una popolazione contribuisce al fatto che un evento naturale violento possa trasformarsi o meno in un disastro.

Nel mondo, l’esposizione di molte popolazioni ai disastri naturali è aumentata più velocemente di quanto non sia diminuita la loro vulnerabilità, generando nuovi rischi e impatti negativi in termini sociali, ambientali, economici, sanitari e culturali. Questo sia nel breve che nel lungo termine, con conseguenze particolarmente visibili a livello locale. I disastri possono variare d’intensità nello spazio e nel tempo: alcuni eventi possono essere molto brevi e concentrati geograficamente, come altri posso essere più prolungati e coinvolgere ampie porzioni di territorio. A tal proposito va ricordato che alcuni avvenimenti calamitosi possono derivare dall’accumulo di varie situazioni “stressanti” e iniziare molto gradualmente, causando però un inevitabile lento ma costante accumulo di conseguenze negative nell’arco di un tempo prolungato. E’ questo il caso della siccità, del cambiamento climatico, della degradazione ambientale o della desertificazione. Chi risulta più colpito di fronte a disastri naturali di “piccola” scala e a “lento” avvio sono sicuramente le comunità, soprattutto quelle a baso reddito, le famiglie e le piccole-medie imprese. 

I disastri ambientali stanno quindi aumentando, sia in termini di frequenza che di potenza, compromettendo ogni anno migliaia di vite e la disponibilità di mezzi di sussistenza. Negli ultimi 40 anni la frequenza dei disastri naturali a livello mondiale è aumentata di circa tre volte, da ca. 1.300 eventi nel periodo 1975-1984 a più di 3.900 nel periodo 2005 – 2014. Nel dettaglio, il numero di fenomeni di origine geofisica come terremoti, eruzioni vulcaniche e tsunami è rimasto pressoché costante negli anni, mentre ciò che sorprende è il numero delle sciagure direttamente legate a clima ed eventi meteorologici, vistosamente in aumento nel periodo 1998-2017. Tra questi, i più frequenti sono sicuramente inondazioni e uragani che, nello stesso periodo di riferimento, hanno colpito più di 2 miliardi di persone (2). Inoltre, sempre i dati dell’UNISDR, riportano che le calamità legate al clima sono arrivate a quota 329 (media annua mondiale) negli ultimi vent’anni, il doppio del periodo 1978 – 1997. 

L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), già nel 2007, avvertiva che il cambiamento climatico generato dalle attività umane sta gradualmente alterando la temperatura media globale, il livello dei mari, la durata e l’intensità delle precipitazioni, contribuendo alla comparsa di rischi metereologici molto più frequenti e imprevedibili, come uragani, siccità, inondazioni e ondate di caldo. Questo trend è particolarmente evidente nei territori rurali, dove le principali attività economiche sono ancora dipendenti dall’agricoltura.  Inoltre, va sottolineato che il cambiamento climatico, causando appunto alterazioni nella frequenza, nell’intensità, nella geografia e nella durata degli eventi calamitosi, sta cogliendo impreparate fette di popolazione non abituate a fronteggiare tali circostanze (3).

Da un punto di vista prettamente economico emerge che il danno globale causato dalle calamità naturali nel recente periodo 2005-2014 è costantemente aumentato, raggiungendo circa 160 miliardi di dollari annui, un ripido aumento rispetto ai 36 miliardi di dollari/anno del periodo 1985 – 1994 (4). Fra le varie cause, i disastri naturali legati al clima risultano essere i più frequenti ma anche i più “costosi” da gestire, causando le maggiori perdite economiche.

Cosa fare di fronte a questa situazione? Essendo impossibile evitare il verificarsi di tali eventi, l’uomo può agire sulle altre tre variabili rimanenti che, come detto sopra, definiscono i disastri ambientali: esposizione, vulnerabilità e capacità di far fronte alle conseguenze negative. In poche parole, prevenzione. Risulta prioritario partire dalla riduzione del rischio e dalla vulnerabilità della popolazione potenzialmente coinvolta: lavorare sulla prevenzione al fine che un evento pericoloso non diventi un disastro, mitigare il suo impatto aiutando le persone e i loro territori a diventare resilienti (5). Gli sforzi richiesti per andare in questa direzione sono chiaramente enormi, ma è urgente e decisivo adottare una strategia che aiuti ad anticipare, pianificare, preparare, in vista del verificarsi di un evento naturale potenzialmente dannoso. 

A tal proposito la letteratura scientifica spiega che gli interventi di prevenzione sono generalmente molto più convenienti se comparati alle misure di ripristino post-disastro: di fronte a 7 dollari spesi per le operazioni di soccorso e ripristino, ne viene speso solamente 1 per le operazioni di prevenzione ex-ante (6). La prevenzione è quindi più efficace, conveniente e tende a generare impatti positivi in termini economici, ma anche in termini di vite salvate e di salute pubblica in generale.   Un bilancio numericamente conveniente, anche se gli impedimenti che ostacolano un sistema di prevenzione robusto e capillare sono numerosi. Fra questi sicuramente una mancanza di risorse, cosa molto, troppo, accentuata nei cosiddetti PVS (Paesi in Via di Sviluppo), poca lungimiranza e perspicacia da parte della classe politica, una scarsa comprensione, consapevole o meno, dei possibili rischi e impatti, e l’alta visibilità mediatica di fronte agli interventi  post-disastro (7-8). Ne risulta che non investire nella gestione preventiva del rischio naturale è un’occasione persa per fare un importante passo verso una gestione sostenibile dell’ambiente, delle risorse economiche, e una società meno vulnerabile. 

 Lucia Michelini, classe 1984, è una professionista bellunese che si occupa di ambiente ed educazione.

Bibliografia

  • www.uisdr.org
  • UNISDR (2018) ‘Economic Losses, Poverty and Disaster: 1998 – 2017’
  • IPCC (2012) ‘Managing the risks of extreme events and disasters to advance climate change adaptation’
  • Guha-Sapir D. et al. (2015) ‘Annual Disaster Statistical Review’
  • UNDRR (2007) ‘Hyogo Framework for Action 2005-2015: Building the resilience of nations and communities to disasters’ 
  • Kellett J. e Caravani A. (2014) Ibid 
  • Keefer P. (2009) ‘Disastrous consequences: the political economy of disaster risk reduction.’ World Bank Working Paper.  Washington D.C.: World Bank
  • Vorhies F. (2012) ‘The economics of investing in disaster risk reduction’ Working paper based on a review of the current literature commissioned by UNISDR. Geneva: Secretariat to the UN International Strategy for Disaster Reduction.

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