Alla radice della diseguaglianza

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Foto: Cittanuova.it

Le società che erogano prestiti, collegate con grandi gruppi bancari, crescono in maniera progressiva in Italia. Non solo per il credito al consumo ma anche per bisogni essenziali. Ma esiste una forte domanda di denaro che resta senza risposta. Misure di emergenza come il reddito, in ultima istanza sono viste negativamente da alcuni economisti perché generano dipendenza e separano il reddito dal lavoro. Ma, fuori da ogni astrazione, chi vive in condizioni di forte deprivazione, cioè non ha il necessario per vivere, si trova senza ossigeno per respirare. Colonnine trasparenti si riempiono di gratta e vinci usati davanti a molte edicole. Il ricorso all’azzardo di massa, vera patologia sociale in Italia, attinge da questa disperazione, coltivata dal pensiero magico, che finisce per arricchire le società del settore e integrare le entrate del fisco. I sostenitori del vero “reddito di esistenza”, svincolato cioè da ogni condizione (dato a tutti senza sostenere i costi degli apparati amministrativi), sono convinti che solo in tal modo ogni persona può essere libera di costruire un proprio percorso senza accettare lavori degradanti o cedere alle scorciatoie offerte dalla criminalità. 

Ma, oltre questa contesa di politica sociale, ci si deve chiedere: ha senso continuare ad insistere sulle misure per contrastare l’indigenza dei poveri assoluti? Non rischiamo di concentraci sui dettagli perdendo di vista il sistema che produce diseguaglianze inaccettabili? Ne abbiamo parlato con Nunzia De Capite, sociologa della Caritasgià interpellata a proposito delle differenze di impostazione tra il reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà e il reddito di cittadinanza nella versione del governo Lega M5S.

A che serve occuparsi del reddito per i poveri assoluti se non si cambiano le regole del gioco e cioè il sistema che genera questa crescente esclusione?

Cambiare le regole del gioco vuol dire ridurre la quota di disuguaglianza nel nostro Paese. È infatti la disuguaglianza la responsabile della radicalizzazione della situazione in cui versano le persone che hanno meno (i poveri assoluti) e di coloro che hanno di più. La disuguaglianza fa divaricare nettamente le traiettorie di spesa, reddito e ricchezza di poveri e ricchi, producendo fratture incolmabili. In Italia dopo un lungo trend negativo, per la prima volta, dal 2014 al 2015, il reddito netto disponibile familiare è tornato ad aumentare dell’1,5%. Nonostante ciò, la disuguaglianza e la povertà sono aumentate: in particolare, il 5% dei percettori di reddito più basso ha visto diminuire il proprio reddito del 37% in un anno. Gli effetti della disuguaglianza si scaricano cioè su coloro che stanno peggio.

E, quindi, che ci dice questo fatto?

Ci dice perché con un’ampia quota di persone che non hanno neanche il minimo essenziale per poter vivere dignitosamente, occorre in primo luogo intervenire per riportare queste persone a una condizione di vita accettabile. In un Paese che voglia dirsi civile, è inimmaginabile non prevedere forme di aiuto per questa fascia di popolazione con misure di matrice pubblica che garantiscano un contributo economico e percorsi di uscita dallo stato di povertà col supporto dei servizi sociali e di altri enti territoriali preposti a questo (asl, centri per l’impiego, associazioni, ecc.). È prioritario lavorare per raggiungere questo obiettivo. E lo diventa tanto più quanto la disuguaglianza fa sentire i suoi effetti. Se questo è il primo ineludibile step, il secondo consiste nel provare a modificare le regole del gioco, si diceva. Ma come? Che cosa significa questo?

Già, quale è il secondo passo da compiere?

Teniamo presente che l’aumento delle disuguaglianze è un fenomeno globale, l’Italia non è il solo Paese in cui questo si stia osservando. Ne sentiamo maggiormente la pressione perché oltre alla disuguaglianza di reddito e alla disuguaglianza di ricchezza, una delle manifestazioni che caratterizzano la disuguaglianza oggi è quella della insicurezza e della sensazione di marginalità di alcune categorie sociali rispetto ai processi decisionali e alla partecipazione democratica (disuguaglianza di riconoscimento). È una spirale che potrebbe favorire, se non contenuta e gestita, avvitamenti e derive autoritarie: nella misura in cui non si sentono riconosciute le proprie istanze e ci si sente esclusi dal processo democratico, si cominciano a covare risentimento e aspirazioni antidemocratiche.

Questa è la foto del nostro tempo, ma oltre le analisi non esistono soluzioni possibili?

Andare alla radice dei processi di produzione della disuguaglianza vuol dire non più intervenire a valle, in una logica redistributiva, quanto piuttosto a monte in una prospettiva pre-distributiva. L’economista inglese Tony Atkinson aveva individuato un programma di inversione delle politiche pubbliche (Program for action) basato su una serie di interventi di cui tre dimensioni potrebbero essere oggetto di riflessione in Italia: orientare il cambiamento tecnologico; riconoscere il diritto a una dotazione di ricchezza per le persone; ribilanciare il potere tra lavoratori e imprenditori democratizzando le forme di governo delle imprese.

Una direttiva molto chiara, ma chi la porta avanti davvero?

Ad esempio questo è il fronte su cui, da qualche mese, il “Forum delle disuguaglianze e diversità”, composto da alcune associazioni, (tra cui la Caritas, ndr) e un gruppo di accademici, sta lavorando per definire un programma di politiche pubbliche adatto all’Italia su cui fare mobilitazione e pressione politica nei mesi a venire.

Carlo Cefaloni da Cittanuova.it

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