Agua limpia, por favor

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È venerdì sera a Coyoacán, Mexico City, e un crocicchio di persone si affolla intorno a una tenda: ci sono sedie di plastica ed è stata allestita una piccola cucina da campo, dove per chi desidera vengono serviti riso, uova sode, fagioli, salsiccia e salse piccanti. Su una delle pareti campeggia la scritta: “Plantón en defensa del agua”. Sit-in in difesa dell’acqua. Sono mesi che donne e uomini di ogni generazione, riuniti in una Asamblea General dai quartieri intorno alla Avenida Aztecas, si alternano a piantonare questo angolo di strada, per una protesta contro quella che loro definiscono senza mezzi termini “atrocità ambientale”. Le loro voci le ha raccolte Madeleine Wattenbarger in “Defending Water, Defending Life”, un reportage che mette in luce le enormi disparità di questa metropoli centroamericana, dove le disuguaglianze imperano. E l’accesso all’acqua le riflette una per una. 

Come in molti quartieri di Città del Messico, i residenti delle Pedregales – i quartieri cresciuti sopra la roccia lavica – fanno i conti ogni giorno con un limitato accesso all’acqua. Aprono i rubinetti e non esce neanche una goccia, conseguenza della combinazione di corruzione, razzismo, inettitudine istituzionale. Risultato: l’acqua è convogliata verso i quartieri più ricchi, contribuendo allo sviluppo del lusso… altrove. Qui, però, è accaduto qualcosa che ha sollevato non poche polemiche: un paio di anni fa, durante lo scavo di una palazzina, è stata rintracciata una sorgente naturale, che liberava 76 litri d’acqua al secondo e che, secondo uno studio dell’Istituto di Geologia dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), proveniva da una falda facilmente depurabile per diventare potabile. Acqua che scorreva a fiumi nel quartiere, ma che i responsabili del cantiere dove sgorgava facevano defluire con le acque di scolo. Amministrazione che faceva orecchie da mercante.

Gli abitanti si erano riuniti nell’Asamblea per formalizzare le loro posizioni, ma nel settembre 2016 Quiero casa (l’impresa proprietaria del cantiere) otteneva il controllo sull’acqua giungendo a un accordo con le autorità competenti (SACMEXPAOT), che avevano messo come condizione la costruzione di una cintura di isolamento per permettere all’acqua di defluire lungo il suo corso naturale (operazione che, generalmente, andrebbe fatta prima della costruzione del palazzo!). Da allora, tra sgomberi del gruppo di protesta, supervisioni inefficaci e superficiali e lavori per interrare tubi e problemi e collegare quella che potrebbe essere acqua pulita alle acque nere, la battaglia va avanti, districandosi tra accuse che si rimpallano, ingiustizie e abusi edilizi che, nella totale mancanza di norme di sicurezza, sono diventati ancora più evidenti dopo il terremoto del settembre 2017. Nel frattempo, la tenda della Asamblea è diventata un luogo di comunità, un centro di ritrovo nella strada, una cucina dotata di fornelli e piccola libreria per chi si alterna ai turni di guardia, condividendo cibo e punti di vista, prospettive e idee, anche con turisti e attivisti di passaggio che si fermano per informarsi e incoraggiare la protesta. 

A Città del Messico, costruita sul letto di un lago, la scarsità d’acqua (pompata da sotto la città stessa, con un sistema antiquatodalla manutenzione discutibile che causa perdite di acqua tra il 30% e il 40%) per alcuni è cosa di tutti i giorni:in una città di circa 22 milioni di abitanti, il 70% di essi ha acqua per sole 12 ore al giorno.Insomma, in 50 anni la città potrebbe non potersi più approvvigionare dalle sue attuali sorgenti. E nei quartieri della working class, a 40 minuti di metro dal centro storico della città, l’accesso è già oggi discontinuo (si parla di rubinetti funzionanti per circa un 20% al giorno): per il resto del tempo ci si affida ai tinacos, serbatoi sui tetti riempiti di volta in volta dai camion.

Il fatto è che non tutti sopportano in egual misura un problema che riguarda di fatto la città intera: da ovest a est l’acqua defluisce, partendo dai quartieri più ricchi e trascinando via con sé diritti e opportunità. Per dirla in cifre: dai 14 kg per cm quadrato di pressione dell’acqua dei rubinetti upper class si arriva ai 500 gr per cm quadrato delle periferie. Da un problema di approvvigionamento a uno di distribuzione il passo è breve, come mette in luce Delfín Montañana, che lavora per la ONG Isla Urbana: “Viviamo in un luogo di abbondanza, ma abbiamo un paradigma di povertà”. Che rintraccia le sue origini nella conquistaspagnola: lo sventramento delle dighe costruite dagli Atzechi per prevenire esondazioni, la copertura del lago, la distruzione dei canali che convogliavano acqua potabile verso la città… hanno messo le basi per una scorretta gestione della risorsa idrica.Nei secoli i fiumi sono stati interrati e oggi la città deve affrontare una situazione di totale squilibrio: è molta più l’acqua che esce rispetto a quella in entrata, e questo in una città dove la pioggia arriva per sei mesi all’anno, ogni giorno, puntuale come un orologio. Eppure la gente continua a utilizzare per uso quotidiano acqua che proviene dalle montagne a ovest o dalle falde in profondità sotto la città, che raggiungono anche il livello del mare e che ne causano l’inesorabile affondamento, senza invece considerare, a supporto, anche sistemi di depurazione e canalizzazione dell’acqua che, per esempio, viene dal cielo. 

E dove va a finire l’acqua che “si perde per strada”? Città del Messico è circondata dalle montagne, e l’acqua non ha un naturale punto di uscita: viene invece artificialmente pompata verso la Valle di Mezquital, dove i contadini beneficiano per i loro raccolti di una consistente e affidabile fonte di irrigazione ricca di nutrienti, che lega a doppia mandata il loro destino agli sprechi della metropoli. Città del Messico è cruciale per la stabilità economica e sociale del Paese: “Se la città rimane senz’acqua”, prosegue Montañana, “è una questione di sicurezza nazionale”.

Le implicazioni si ramificano come rivoli e molte di esse hanno a che fare, oltre che con migliorie tecniche e amministrative richieste alle istituzioni, con un aspetto più profondo: la cultura dell’acqua. Che non è solo un pensare questa risorsa in termini di utilizzo e tubazioni, ma è un capirla come parte integrante della storia, passata presente e futura, di un territorio. È una luchache si annoda a quelle delle comunità indigene del Chiapas e dei campesinose dei giornalisti di Sinaloa, che si confronta con i cartelli della droga e con el mal gobierno. È una lotta di dignità, che parla di autodeterminazione dei popoli e di memoria. È anche una conoscenza ancestrale che affonda le sue radici nella storia, di cui la resistenza collettiva, oltre che portavoce di necessità pratiche ed evidenti, si fa ancora una volta testimone coraggiosa e instancabile custode.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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