Acqua, un bene comune in cooperazione

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Dal 1992, il 22 marzo si festeggia il World Water Day – la Giornata Mondiale dell’Acqua. In occasione di questa ricorrenza, tutti gli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite, e naturalmente le associazioni di settore, sono invitati a predisporre iniziative di sensibilizzazione, incontri e attività concrete per porre all’attenzione del maggior numero di persone e dei governi il problema della gestione dell’acqua.

Si calcola che 700 milioni di persone soffrano per la scarsa disponibilità di fonti d’acqua dolce pulita: in alcuni casi i pozzi disponibili sono inquinati o infetti, in altri, la distanza dei pozzi e le attività di reperimento dell’acqua peggiorano la qualità della vita di intere comunità, compresi donne e bambini – per non parlare delle precarie condizioni igieniche dovute al razionamento dell’acqua.

Sempre secondo il report della UN Water, si prevede che la situazione peggiorerà nei prossimi anni e che, con l’aumento della popolazione mondiale e della conseguente produzione di cibo, nel 2025 l’accesso all’acqua potrebbe essere difficoltoso per i 2/3 della popolazione mondiale. Questo dato rende necessaria una seria riflessione sulla gestione delle risorse idriche mondiali e sulla responsabilità dello sfruttamento delle risorse dei Paesi in via di sviluppo.

È infatti da un’analisi sul fabbisogno idrico di un Paese che nasce l’innovativo concetto di Virtual Water – Acqua Virtuale. In seguito ad uno studio sulle importazioni alimentari della Palestina, il professor John Anthony Allan del King’s College di Londra osservò come la scarsità d’acqua caratteristica del territorio e l’acqua esportata attraverso la vendita di generi alimentari venisse “compensata” con l’acquisto di altri beni per la cui produzione era stata utilizzata altra acqua, acqua importata da altre zone. Un’acqua virtuale.

Grazie alla successivo apporto di Arjen Hoekstra e alla fondazione del Water Footprint Network, abbiamo uno strumento in più per renderci conto del gigantesco utilizzo dell’acqua nella produzione di qualsiasi bene. Il concetto di Impronta Idrica permette di quantificare il contenuto d’acqua che ogni prodotto porta con sé, permettendo in questo modo al consumatore di riflettere sulla (impressionante) quantità d’acqua necessaria alla produzione, per esempio, di un solo litro di birra, di un solo paio di jeans o di un hamburger.

Attraverso l’informazione, è possibile per i singoli consumatori sviluppare una maggiore consapevolezza e quindi scegliere soluzioni quotidiane che tengano conto del consumo di acqua indiretto di ognuno di noi; “rendendo più virtuose le nostre abitudini con gesti semplici, possiamo farci promotori del cambiamento”, scrive Marta Antonelli, co-autrice di “L’acqua che mangiamo“.

Con Francesca Greco, nel libro si portano anche gli esempi di aziende italiane che già si stanno muovendo nella direzione di analizzare in maniera dettagliata la propria impronta idrica e di importanti associazioni del settore alimentare, come Slow Food, che incentivano la riduzione consapevole dell’impronta idrica, attraverso, per esempio, l’abitudine ad acquistare prodotti a km 0 e quindi ad informarsi attentamente sulla filiera produttiva dei prodotti che utilizziamo.

Un’importante opera di sensibilizzazione verso la questione idrica – nonché di iniziative concrete per facilitare l’accesso all’acqua in molti Paesi – è portata avanti dalla pagina Facebook, con più di 1 milione di fan “Acqua pubblica” promossa da Domenico Finiguerra. Anche l’associazione LVIA, in particolare attraverso la campagna “Acqua e Vita“, che compie i primi dieci anni.

L’iniziativa, partita nel 2003 in occasione dell’Anno Internazionale dell’Acqua, è “solo” la punta dell’iceberg di un impegno lungo 50 anni della Lvia in molti Paesi in via di sviluppo. L’accesso all’acqua, infatti, è principalmente condizionato da due fattori: uno fisico (la mancanza di risorse idriche di un territorio) e l’altro socio-economico. Nel secondo caso, la scarsità d’acqua è determinata dalla mancanza di pozzi sani, dalla lontananza dei centri abitati da fonti non inquinate, dall’assenza delle più varie infrastrutture (scuole, ospedali, acquedotti) che di fatto impedisce l’accesso all’acqua.

La campagna invita a diventare “portatori d’acqua”, ovvero di sostenere i progetti della Lvia, di sviluppare comportamenti responsabili di gestione dell’acqua e di informarsi e informare. In questi pochi semplici punti si riassume uno sforzo che tutti potremmo fare, per far diminuire il numero – oggi più di 700 milioni – delle persone che soffrono la mancanza di acqua.

Per promuovere la sensibilizzazione e l’informazione Lvia organizza per tutta la settimana dal 16 al 24 marzo eventi ed iniziative sul tema dell’acqua, con mostre spettacoli e momenti di studio.

Nei 10 anni di vita, la campagna “Acqua è vita” ha portato pozzi, ospedali, scuole, acquedotti a 1 milione di persone: i punti fondamentali dell’associazione sono chiari e coincisi e comprendono concretezza, partecipazione con partner locali e buon governo delle risorse. La Giornata Mondiale dell’Acqua è un’ottima occasione per riflettere su quanto noi possiamo fare in prima persona, semplicemente informandoci e acquisendo consapevolezza sui nostri consumi quotidiani.

Fabio Pizzi

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