100 anni fa fece più morti della prima guerra mondiale: la “spagnola”

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Nazareno, il bisnonno di mio marito, è morto il 30 ottobre del 1918. Mancava una manciata di giorni all’armistizio di Villa Giusti che avrebbe decretato la fine della prima guerra mondiale per le truppe italiane impegnate sul fronte contro gli Imperi centrali. Non morì però sul campo di battaglia ma nel letto di un ospedale da campo, colpito dalla “spagnola”. Come lui, tra il 1918 e il 1920, un miliardo di persone furono contagiate dall’epidemia influenzale che uccise tra i 25 e i 50 milioni anzi, secondo stime recenti, addirittura 100 milioni di individui, ben più di quanti ne fece la stessa guerra. Numeri che in cifre assolute fanno impallidire anche quelli della famigerata peste nera che nel 1300 sterminò 20 milioni di persone in Europa, allora corrispondenti ad almeno un terzo della popolazione mondiale.

Secondo le ricostruzioni più accreditate, la pandemia di virus influenzale ebbe il suo paziente zero in Albert Gitchell, un cuoco statunitense della mensa di Camp Funston in Kansas, un fondamentale complesso militare per l’addestramento di decine di migliaia di soldati che sarebbero stati poi inviati sui campi della prima guerra mondiale in Europa. Probabilmente gli animali allevati nel campo per nutrire le truppe avrebbero infettato il cuoco che a sua volta, attraverso l’impiego in mensa, avrebbe rapidamente contagiato i commilitoni. Quando la mattina dell’11 marzo 1918 Gitchell si presentò in infermeria accusando tutti i sintomi dell’influenza era troppo tardi: si era già messo in moto il contagio tra il resto delle truppe, e dunque ben presto al di qua dell’oceano. Se altre ricerche hanno individuato il primo focolaio in un altro forte militare in Texas, in Francia, o anche nella stessa Spagna, è certo che l’influenza spagnola colpì ad ogni latitudine, fino all’Artico e alle più remote isole del Pacifico, e arrestò improvvisamente la virulenza due anni dopo la sua comparsa, in coincidenza con l’introduzione di trattamenti medici più efficaci di cura delle polmoniti.

La ragione che ha consegnato questa pandemia alla storia col nome di “influenza spagnola” è presto detta. Fu per prima la stampa spagnola a parlare degli effetti devastanti del contagio in corso, fuori e dentro i campi di battaglia. Quella della neutrale Spagna fu una voce unica: gli altri Stati, impegnati nelle ultime battute del conflitto globale, almeno nel primo anno della pandemia attuarono sulla stampa una severa censura sull’argomento per non fiaccare il morale già stanco dei soldati dopo i duri anni di guerra di trincea.

A 100 anni da questi fatti oggi sappiamo che, pur essendo particolarmente aggressiva, l’alto tasso di mortalità non fu diretta responsabilità dell’influenza: la maggior parte dei decessi fu, infatti, dovuto alle infezioni batteriche che aggredirono i pazienti influenzati e gravemente debilitati dalle condizioni della guerra, denutriti, deboli e soprattutto in condizioni igienico-sanitarie assai precarie. Con gli antibiotici sarebbe stata evitata tale ecatombe ma purtroppo la scienza non aveva ancora scoperto il loro impiego.

Oggi le epidemie di colera, come quella che si è verificata a Haiti all’indomani del terribile terremoto del 2010 o quella che sta attualmente colpendo i campi profughi dislocati in Uganda, ai confini con la Repubblica Democratica del Congo, sono percepite come terribili pandemie dalla ancora difficile soluzione, specie perché colpiscono le popolazioni di Paesi già vessati dall’alto tasso di povertà e che solitamente versano in stato di emergenza socio-sanitaria. In ogni modo anche l’epidemia di ebola che ha toccato diversi Stati dell’Africa occidentale nel 2014 e provocato la morte di oltre 11mila persone, nonostante abbia tenuto il mondo intero col fiato sospeso per il rischio della sua diffusione globale, non ha di fatto determinato alcuna forma di pandemia, dopo un’oculata circoscrizione della sua diffusione e l’impiego di vaccini prodotti per lo specifico ceppo sviluppatosi.

Sono, infatti, ben più pericolose, perché comportano reali rischi, le malattie infettive conosciute e “di casa” quale il morbillo, rilevata recentemente come una patologia la cui odierna più ampia diffusione potrebbe costituire a breve un’emergenza di sanità pubblica. Nel 2017 in Italia sono stati segnalati quasi 5mila casi di morbillo, con un aumento del 600% e complicanze rilevate in un terzo dei casi (quali polmoniti ed encefaliti). Un aumento dei casi così alta che non può che determinare il rinfocolare delle polemiche contro i detrattori dei vaccini perché il riaccendersi della malattia si è verificato proprio in corrispondenza della diminuzione nel Paese dei soggetti vaccinati, pari solo all’85% (dati OCSE). Con questi numeri l’Italia è all’ultima posizione tra gli Stati dell’UE, con ben 6 punti percentuali in meno rispetto alla Francia, al penultimo posto di questa classifica con un tasso di vaccinazione per il morbillo del 91%. Dati sconfortanti che rischiano di far aumentare la diffusione del morbillo in tutta Europa in assenza di una copertura vaccinale ottimale pari ad almeno il 95% della popolazione.

Non sarà la diffusione di una nuova spagnola, ma non va affatto sottovalutato il problema.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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