Manovra finanziaria: regolarizzare i lavoratori migranti porta 3 miliardi di euro l’anno

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I lavoratori immigrati nel settore edilizio spesso non sono regolari

"C’è un tesoretto sfuggito a Tremonti, vale tre miliardi l’anno e potrebbe aiutare l’Italia a uscire dalla crisi. Basterebbe una norma di poche righe, inserita nella manovra, che preveda la regolarizzazione dei lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno". Lo propone il portale Stranieri in Italia ricordando che secondo le stime prudenziali dell'Ismu sarebbero oltre cinquecentomila i lavoratori stranieri non regolari "che non vedono l’ora di uscire alla luce del sole". "Un esercito immenso di persone tagliate fuori dall’ultima sanatoria e dall’ultimo decreto flussi, perché non erano lavoratori domestici o cittadini di Paesi che hanno accordi con l’Italia, non vedono l’ora di uscire alla luce del sole" - afferma la nota.

"Dando loro questa chance - prosegue la nota del portale - l’Italia si regalerebbe un bel po’ di soldi in più di quelli racimolati con molti dei contestati tagli all’esame del Parlamento. Ipotizziamo mezzo milione di adesioni. Per la regolarizzazione di ogni lavoratore si potrebbe chiedere, come due anni fa, un contributo una tantum di cinquecento euro, che frutterebbe subito duecentocinquanta milioni di euro. Ma il vero guadagno per il Paese sarebbe quello, decisamente più consistente e duraturo, rappresentato da mezzo milione di nuovi contribuenti. È sempre l’Ismu a stimare che ogni immigrato regolare versa in media quasi seimila euro l’anno tra tasse e contributi. La regolarizzazione porterebbe quindi nelle casse dello Stato tre miliardi di euro ogni anno".

“Una scelta di questo tipo sarebbe anche un passo avanti importante per l’ integrazione. Darebbe la possibilità a centinaia di migliaia di immigrati che vivono e lavorano in Italia di contribuire al benessere della loro nuova patria” - commenta Gianluca Luciano, amministratore unico della casa editrice Stranieri in Italia. “Speriamo – conclude – che la classe politica abbia la fantasia e l’intelligenza di cogliere questa occasione”.

Il contributo fiscale degli stranieri residenti e regolarizzati in Italia è già notevole. Come riportava il XX Rapporto Caritas/Migrantes pubblicato nell'ottobre scorso, gli immigrati regolarizzati in Italia – che sfiorano ormai i 5 milioni e rappresentano l'8% dei residenti – dichiarano al fisco 33 miliardi di euro l'anno e versano quasi 11 miliardi di contributi fiscali e previdenziali. Cifre che - si legge nel documento -, riguardando per lo più lavoratori giovani e ancora lontani dall'età della pensione, hanno contribuito al risanamento del bilancio dell'Inps. Scendendo nel dettaglio, i versamenti contributivi derivanti dai circa due milioni di lavoratori stranieri ammontano a un totale di circa 7,5 miliardi di euro: vale a dire il 4% di tutti i contributi previdenziali versati in Italia nel 2008 e il 5% di quelli versati nelle regioni settentrionali.

Quanto al fisco, tra dipendenti, autonomi e parasubordinati nell'anno 2008 gli immigrati hanno versato alle casse dello Stato un totale di 2 miliardi e 271 milioni di euro. A circa 100 milioni di euro ammontano, invece, le spese annuali per i rinnovi dei permessi di soggiorno e le domande di cittadinanza italiana. Ancora, sul fronte dei consumi, le analisi del dossier palano di un miliardo di euro di imposte: dato che porta il totale del gettito complessivo a quasi 3,5 miliari di euro (previsione comunque parziale in quanto non tiene conto di altre imposte - come quelle relative alle lotterie - per cui non esistono cifre attendibili).

Va inoltre ricordato che negli ultimi anni si è registrato un forte aumento di imprenditori stranieri in Italia con positive conseguenze sulle casse dello Stato. Secondo una rcente ricerca realizzata dalla Fondazione Leone Moresca nel 2010 si registrano 5,7% imprenditori stranieri in più e meno1,4% di italiani. Si tratta di una tendenza ormai consolidata negli ultimi anni: dal 2006 ad oggi la presenza di immigrati nell’imprenditoria è aumentata del 38,6%, ma è calata quella degli italiani con il 6,6%. A giugno 2011 si registrano oltre 400mila imprenditori stranieri. Lo studio della Fondazione Leone Moresca ha analizzato le dinamiche e la struttura dell’imprenditoria straniera facendo riferimento agli ultimi dati disponibili di Infocamere.

"Gli imprenditori immigrati sono maggiormente presenti nel commercio, nelle costruzioni e nella manifattura. La presenza più alta si nota, però, nel settore delle costruzioni, dove su dieci imprenditori quasi due sono stranieri. Lo studio evidenzia che la crescita degli imprenditori stranieri si registra in particolare nei settori dove la loro presenza è ancora marginale: nei comparti del noleggio e supporto alle imprese (+10,4%), della sanità e assistenza sociale (+9,5%), delle attività professionali (+9,5%), dell’alloggio e ristorazione (8,8%) e nel comparto manifatturiero della meccanica (+7,8%)".

Gli imprenditori stranieri si dimostrano essere veri e propri attori dello sviluppo - affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa - soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha visto aumentare la loro presenza a scapito delle figure imprenditoriali di origine italiana. La buona vivacità imprenditoriale, dimostrata anche nella prima parte dell’anno - proseguono i ricercatori - fa riflettere sul grado di integrazione nel tessuto economico e sociale del Paese: diventare imprenditore significa prevedere progetti di investimento economico di lungo periodo, inserirsi all’interno di una rete di rapporti lavorativi e umani che prevedano una conoscenza approfondita del mercato nel quale si opera”.

Un dato che avvalora l'analisi di Sbilanciamoci! sulla manovra varata dal governo Berlusconi a ferragosto in discussione in questi giorni al Senato. Secondo la campagna Sbilanciamoci! la manovra ferragostana è "disperata, iniqua e senza futuro". "Questo provvedimento, come i precedenti - spiega Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci! - non affronta in modo strutturale il problema del debito e non mette in campo misure significative per il rilancio dell’economia. Il problema principale è proprio questo: si affronta la crisi solo sul fronte dei tagli della spesa pubblica (prevalentemente la spesa sociale), mentre non vi è una misura credibile capace di rilanciare l’economia. Anzi, questa manovra, come la precedente, ha un impatto depressivo e recessivo: comprime la domanda interna, i consumi, i salari e con essi la produzione". [GB]

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