“Ho sempre cercato il soffio”

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Il 30 novembre scorso Arturo Paoli ha compiuto 98 anni. E’ sempre sorprendente la vita di quest’uomo che, molto anziano, è tornato ad abitare, dopo aver “abitato” davvero il mondo, vicino alla natia Lucca. Si è stabilito a San Martino in Vignale. Ha aperto un’altra casa, dopo le tante, “costruite” e disseminate in tutto il Sudamerica, luoghi di incontro, accoglienza, vicinanza con gli oppressi.

“Casa di spiritualità – ha scritto in una lettera aperta agli amici - non vuol dire casa di orazione, anche se vi saranno spazi di orazione e una liturgia domenicale che considero il centro della settimana; spiritualità vuol dire essere un riferimento chiaro a quel 'soffio' che Paolo raccomanda ai cristiani come il centro dell’esistenza”.

La casa non invita solo i credenti, ma “è aperta a quelli che avvertono l’esistenza e l’importanza del soffio con disagio e forse con angoscia. E questi sono individui, piccole comunità, giovani disorientati in questa società chiassosa e confusa”.

La bella biografia di Silvia Pettiti (Arturo Paoli, “Ne valeva la pena” , Ed. San Paolo, 2010, pagg. 233, euro 16) ripercorre il lungo itinerario esistenziale del seguace di Charles de Foucault. Dai vertici dell’Azione Cattolica, all’amicizia con Papa Montini - la stima era reciproca -, all’estromissione perché voce non allineata, fino al continuo girovagare per il mondo, dal deserto africano a tutto il continente latinoamericano.

“Abitare il mondo” è la risultanza del lungo camminare della sua vita. “E’ necessario partire dai piedi – ha scritto Arturo Paoli - umili servitori del nostro corpo e della nostra esistenza, per farci responsabili concreti del mondo”.

Riprendendo un’intuizione di Teilhard de Chardin, ha sempre cercato di “amorizer le monde”, “amorizzare il mondo”. Eccolo quindi che accompagna i nostri emigranti sul piroscafo che li porta in Argentina, gente povera, donne e bambini che attraversano l’oceano per raggiungere l’uomo di casa che li ha preceduto in cerca di fortuna. Arturo Paoli sperimenta la condizione dell’“ultimo posto”. Un posto che non lascerà più per libera adesione e intima convinzione: la condivisione con gli oppressi e gli sfruttati della storia ovunque si trovino, come premessa di una rinnovata umanità.

L’esperienza del deserto algerino (“mi sentii alleggerito e rasserenato da uno svuotamento della mente che avvertivo sovraffollata da anni di letture, studi, discorsi, articoli”) è descritta in pagine bellissime, asciutte e tese alla ricerca dell’essenziale: “Cominciavo a vivere l’esperienza dell’Altro, che non è facile da raccontare, perché capovolge tutto il sistema di vita attiva cui siamo formati e orientati”. E’ il deserto con la sua durezza e la sua povertà che costringe l’anima a denudarsi di tutte le cose superflue per cercare le poche cose che contano. Dopo una breve parentesi in un piccolo villaggio minerario della Sardegna, comincia l’avventura latinoamericana.

A Fortìn Olmos, nel cuore del Chaco argentino, nasce la prima Fraternità: è il 1960. Amico del vescovo Angelelli, assassinato di lì a poco, Arturo Paoli è costretto all’esilio dai militari perché tacciato di essere “sovversivo”. Ripara in Venezuela, insieme ad altri fratelli, sostiene la nascita di una piccola cooperativa agricola con la gente del posto; vi lavorano anche loro. E poi, sempre nel segno della “teologia della liberazione”, è in Brasile dove collabora ed è amico di alcuni vescovi che hanno fatto la storia della chiesa latinoamericana del XX secolo: Hélder Camara, Pedro Casaldàliga, Paulo Evaristo Arns, Oscar Romero. Sono continui viaggi, spostamenti che lo portano da un angolo all’altro del subcontinente, in Salvador, in Nicaragua.

Annota: “Per vivere nel continuo cambiamento, come trascinati nella corrente veloce di un fiume senza perdersi, bisogna evitare di perdersi nella moltitudine di interessi, resistere alle sollecitazioni che vengono da situazioni nuove e da ambienti diversi. E’ necessario portare con sé 'qualcosa' che sia fermo, sicuro, stabile”. Fermo, sicuro, stabile.

Le Fraternità dei piccoli fratelli di Charles de Foucault sono oggi dislocate nelle immense periferie suburbane, in sperduti villaggi dimenticati; la loro presenza non fa notizia, ma c’è; loro caratteristica è la condivisione con la gente del posto, essere un luogo di incontro, umile punto di riferimento specialmente per le donne povere, le più oppresse dal machismo dominante e pervasivo (ci sono pagine bellissime, in questo libro, riguardo all’incontro di Arturo col mondo femminile).

Queste Fraternità continuano la testimonianza, sono un segno di speranza in contesti di forte disgregazione e spesso di disperazione. Arturo Paoli ha animato per decenni le “sue” Fraternità, ha parlato apertamente, non sempre è stato capito.

Ora le forze vengono meno, il suo lungo tratto di strada l’ha fatto, aspetta di passare all’altra riva. Scrive che “l’Amico lo tiene per mano, soavemente e con energia, e non lo lascerà fino all’incontro con l’Infinito”.

Roberto Moranduzzo da Vita Trentina

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