El Salvador: la cripto-scommessa di un paese alla rovina

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Continua imperterrito il folle esperimento di Nayib Bukele e della sua squadra per trasformare El Salvador in una crypto-valley a suon di annunci di nuovi acquisti su Twitter per sfruttare il “calo momentaneo”. Finora l’adozione a corso legale del bitcoin, avvenuta dieci mesi fa, non ha ripagato di un singolo centesimo. Tutt’altro, sta rischiando di spingere le finanze del paese sull’orlo del baratro. Il recente comportamento del bitcoin – il cui prezzo è crollato di oltre il 70% dal picchio raggiunto a Novembre 2021, e del 55% da quanto Bukele ha annunciato il suo piano “rivoluzionario” a settembre 2021 – non solo non ha soddisfatto le aspettative del Presidente-CEO salvadoregno, ma non ha minimamente mantenuto le promesse di attivare un massiccio processo di democratizzazione finanziaria della popolazione.

Le scommesse rischiose, il gioco d’azzardo, gli investimenti puramente speculativi, si dovrebbero fare sulla propria pelle, non su quella di un’intera nazione, a spese dei suoi cittadini. Il valore di mercato delle riserve statali investite in bitcoin si sono praticamente dimezzate dall’inizio di questa arrembante avventura, mentre il ministro delle finanze salvadoregno continua a ripetere che le perdite su bitcoin (attualmente hanno superato i $50 milioni) “non si sono ancora materializzate dato che non abbiamo ancora venduto la sua posizione”, e rimarca il fatto che tale cifra rappresenterebbe solo un 0,5% del budget statale. Peccato che, continuando di questo passo, il bitcoin non potrà neppure servire come carta da parati visto che si tratta di un crogiuolo di algoritmi e poco più.

In realtà, il programma di acquisto dei bitcoin, secondo i dati pubblicati dal governo, ad oggi ammonterebbe a circa $104 milioni, a cui però vanno aggiunti i $150 milioni affidati al fondo fiduciario progettato per convertire i bitcoin in dollari, i $120 milioni relativi al bonus di 30 dollari in bitcoin concesso ad ogni cittadino che si è scaricato l’applicativo chivo (somma non irrisoria in un paese dove il salario minimo mensile è di 365 dollari), per arrivare a un costo totale di $375 milioni. Se a questi ci aggiungiamo le perdite non realizzate, significa che “per realizzare il sogno bitcoin” El Salvador ha speso la bellezza di 425 milioni di dollari di soldi pubblici, senza che i cittadini venissero mai interpellati. Non pochi soldi, considerando che il paese ha pure 7,7 miliardi di dollari di obbligazioni sovrane in circolazione, ed ha un disperato bisogno di trovare i soldi per ripagarne circa 1 miliardo in scadenza il prossimo anno.

Poco importa poi che gli investitori stanno cercando in tutti i modi di liberarsi di quel debito, visto che temono che il paese centroamericano perda l’accesso al mercato dei capitali e non possa rifinanziarsi, giungendo così al default. Niente di più facile visti gli ultimi sviluppi, dove varie agenzie di rating ne hanno declassato il merito creditizio e pure l’FMI ha voltato le spalle al paese centroamericano, come conseguenza del rifiuto del presidente Bukele di ascoltare il consiglio di abbandonare il bitcoin come moneta legale. Porte sbarrate quindi per finanziamenti da organizzazioni multilaterali, ed impossibilità di ottenere finanziamenti esterni dati gli elevati costi finanziari – oggi nessuno vuole prestare denaro a Bukele a meno che non sia a tassi fantasmagorici del 20% o 25%.

Ma oltre all’aspetto puramente contabile, la sbandierata rivoluzione anarco-criptografica all’insegna dell’inclusione finanziaria dei più vulnerabili non è mai avvenuta. L’intenzione non era malvagia: in un paese che si sostiene sul contante e dove circa il 70% delle persone non ha conti bancari, carte di credito o accesso ai servizi finanziari tradizionali, la piattaforma chivo doveva offrire una rampa di lancio per rendere immediato e democratico il settore bancario. Evidentemente Bukele, oltre ad ignorare i fondamentali di una sana finanza pubblica, non ha la minima idea delle caratteristiche dei salvadoregni: l’adozione del bitcoin come moneta corrente nel paese non è mai decollata, né da parte di singoli cittadini né dalle aziende, nonostante i lauti incentivi messi sul tavolo, l’infrastruttura nazionale di ATM e la richiesta di accettare bitcoin come pagamenti. Evidentemente i salvadoregni sono più furbi di lui. La maggior parte della popolazione ha semplicemente scaricato il portafoglio chivo per ottenere i 30 dollari in bitcoin promessi e cambiarli immediatamente. Secondo una ricerca condotta dall’U.S. National Bureau of Economic Research, solo un 20% di coloro che hanno scaricato il portafoglio lo hanno riusato, ma molto limitatamente dati i problemi tecnici riscontrati nell’app. Rispetto alle famose rimesse invece, i dati dimostrano che solo un 1,6% del totale sono stati inviati via portafoglio cripto. Una briciola.

Esito disastroso che non è stato evitato neanche dal tentativo di costruire una "Bitcoin City" accanto al vulcano Conchagua nel sud-est del paese. La turbo-città finanziata dai bitcoin offrirebbe un enorme sgravio fiscale ai potenziali investitori, e l'energia geotermica generata dal vulcano sosterrebbe i minatori di criptovaluta. Ma il progetto è tutt’ora in stallo, così come l’idea di piazzare sul mercato i famosi bitcoin bond per 1 miliardo di dollari, sospesa a marzo a causa di “condizioni di mercato sfavorevoli”. Bella faccia tosta.

Nel frattempo, la crescita economica del Salvador si è notevolmente ridimensionata, il suo deficit rimane elevato (senza un piano per ridurlo) e il rapporto debito/PIL è ormai vicino al 90% quest'anno, alimentando sempre più le aspettative di un prossimo default. Se a tutto questo si aggiungono i consueti problemi di economia informale, il calo dei flussi di rimesse dagli USA e gli strascichi di una rinnovata guerra alla violenza delle narco-bande, il quadro di un paese in rotta di collisione è completo. Ah già quasi dimenticavo, sarà il cripto-turismo a risollevarne ipnoticamente le sorti

Marco Grisenti

Laureato in Economia e Analisi Finanziaria, dal 2014 lavoro nel settore della finanza sostenibile con un occhio di riguardo per l'America Latina, che mi ha accolto per tanti anni. Ho collaborato con ONG attive nella microfinanza e nell’imprenditorialità sociale, ho spaziato in vari ruoli all'interno di società di consulenza e banche etiche, fino ad approdare a fondi d'investimento specializzati nell’impact investing. In una costante ricerca di risposte e soluzioni ai tanti problemi che affliggono il Sud del mondo, e non solo. Il viaggio - il partire senza sapere quando si torna, e verso quale nuova "casa" - è stato il fedele complice di anni tanto spensierati quanto impegnati, che mi hanno permesso di abbattere barriere fuori e dentro di me, assaporare panorami, odori e melodie di luoghi altrimenti ancora lontani, appagare una curiositá senza fine. Credo in un mondo più sano, equilibrato ed inclusivo, dove si possa valorizzare il diverso. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la veritá e la sensibilità che incontro e assimilo sul mio sentiero.

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