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I diritti umani: una delle più grandi innovazioni dell’umanità

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Eleanor Roosevelt con il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – foto: it.wikipedia.org

 

“Si fa un gran parlare, oggi, dei diritti umani” così esordiva uno dei più noti e diffusi volumi di Antonio Cassese. Una riflessione, quella del giurista recentemente scomparso, facilmente condivisibile. Di diritti umani parlano i mass media, i parlamenti nazionali, le organizzazioni multilaterali. Si moltiplicano le celebrazioni e le ricorrenze (ad esempio le recenti Giornate internazionali di promozione dei diritti del fanciullo o contro la violenza sulle donne) e la costituzione di associazioni e Ong dedite alla tutela dei diritti di soggetti deboli o svantaggiati delle società, come malati, portatori di handicap, indigenti, profughi e rifugiati, o di chi non ha voce, come l’ambiente.

Non si rileva però solamente una tendenza a “parlare” di diritti umani. Il loro rispetto costituisce un requisito di ammissione nelle principali organizzazioni regionali e internazionali (quali l’Unione Europea e l’Onu), un criterio per la stipula di accordi commerciali, una prerogativa per l’attribuzione di programmi di cooperazione allo sviluppo o di assistenza tecnica, e influisce sull’ammissibilità di investimenti internazionali o per la cooperazione con le istituzioni finanziarie internazionali.

Criteri e requisiti di cui è purtroppo possibile rilevare la limitatezza, a fronte delle loro molteplici violazioni da parte degli Stati. Il vincolo giuridico dato dalla ratifica della Carta dell’Onu e, spesso, di altri Trattati in materia di diritti umani, o anche la possibilità del deferimento di un governante alla Corte Penale Internazionale, non costituiscono ancora un sufficiente disincentivo a politiche che calpestano i diritti umani per la loro azione o inazione.

Tuttavia è indubbio che essi costituiscano una delle più grandi “rivoluzioni” dei tempi moderni, fornendo per la prima volta dei criteri universali di discernimento tra cosa è “bene” e cosa non lo è. L’individuazione di questo nuovo “criterio di classificazione” di violenze e sopraffazioni di cui è ricca la storia dell’umanità costituisce già per se stessa un indubbio progresso. L’esistenza di un codice internazionale condiviso permette di utilizzare categorie definitorie per indicare e giudicare il comportamento di uno Stato, stabilendo criteri di comportamento accettabili o meno. Il potere dell’educazione ai diritti umani di intere generazioni costituisce un effettivo e impagabile strumento per un futuro migliore dell’umanità e del pianeta che ci ospita. Di questo erano persuase le centinaia di associazioni che già nel giugno 1945 a San Francisco invocarono l’impegno delle future Nazioni Unite per il rispetto dei diritti umani nel mondo, e altrettanto fiduciosi iniziarono a denunciare alla Commissione per i diritti umani dell’Onu le violenze e le discriminazioni subite. Nonostante le molteplici priorità a cui la comunità internazionale doveva fare fronte all’epoca, l’espressione diritti umani avrebbe conosciuto una diffusione endemica nel volgere di qualche decennio, fino ad affermarsi oggi come elemento culturale universalmente riconosciuto. Questo non certo perché ogni 10 dicembre ricorra la Giornata internazionale per i diritti umani; o non soltanto perché la Dichiarazione universale sia il documento più divulgato al mondo, tradotto in più di 380 tra lingue e dialetti, con tanto di menzione nei Guinness dei primati.

Il riconoscimento della tutela della dignità di ogni essere umano è il frutto di un difficile percorso che, dall’accoglimento all’indomani del secondo conflitto mondiale nella Carta costitutiva dell’Onu della necessità di tutelare i diritti umani da parte di tutti gli Stati membri passando per l’adozione della Dichiarazione universale del 10 dicembre 1948, è giunta a influire sulle politiche internazionali.

Influire non significa dettare o ancorare strettamente le azioni degli Stati al rispetto dei diritti umani. Quante volte negli ultimi anni la comunità internazionale ha deciso di intervenire in un conflitto interno a uno Stato per le cruenti violazioni dei diritti umani che stavano avvenendo? Quante volte si è gridato alla necessità di porre fine a un genocidio o di imporre la difesa di diritti che della democrazia costituiscono un elemento cardine? In Somalia, in Rwanda, in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo, in Darfur, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, questi alcuni degli interventi di peacekeeping/peacenforcing/peacebuilding decisi negli ultimi venti anni in nome dei diritti umani. Non manca capo di Stato o di governo che nell’assumere il suo incarico non faccia riferimento all’importanza per il Paese di cui si mette alla guida del rispetto dei diritti umani. Tuttavia che oggi tutti si proclamino fautori dei diritti umani non vuol dire che tutti intendano la stessa cosa, né che tutti abbiano in mente le stesse strategie, obiettivi, strumenti e tempi per realizzarli ovunque sia possibile. Le semplificazioni, i luoghi comuni, le banalizzazioni, i fraintendimenti si accompagnano sovente a strumentalizzazioni del tema, anche consapevoli, tese a confondere l’opinione pubblica fornendo coperture “moralmente accettabili” alle loro azioni.

Miriam Rossi

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