Dalle Dolomiti Open alla falesia dimenticata

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Simone Elmi è una guida alpina che, quasi per caso, ha intrapreso un percorso di formazione legato ai temi della disabilità. Come lui stesso ha affermato in un'intervista precedente, l'esperienza lo ha aiutato a capire che vorrebbe dedicare parte del suo lavoro di guida a questo ambito. Sono nate quindi varie iniziative, tutte legate all'accessibilità e contraddistinte dal marchio Open: nel 2015 hanno scalato Cima Tosa, per celebrare il centocinquantesimo anniversario della prima salita in vetta: la storia di pochi diventa conquista di molti. Nel 2016 si è passati a Cima Brenta perché, come ricorda Simone, “per ragioni geologiche Cima Tosa si è abbassata e non è più la regina del Brenta”.

E per il 2017 Simone, quali sono i progetti?

Quest'anno abbiamo scelto il Campanile Basso, che è inscalabile da 4 lati. Lo faremo il 26 e 27 agosto insieme – tra gli altri - a Gianluigi Rosa, 29 anni, atleta della nazionale italiana di hockey su slittino. Gianluigi è molto entusiasta, e si sta preparando apposta, visto che in Dolomiti non è mai stato. Oltre a lui durante l'evento creiamo attività alternative in modo che tutti possano cimentarsi: altri ragazzi con disabilità percorreranno la via delle Bocchette o cammineranno fino all'anfiteatro della Busa degli Sfulmini. Tutte le guide sono state formate dall'Accademia della Montagna; oltre alla formazione, un altro aspetto importante è sicuramente la sensibilità delle persone.

E poi la musica a fare da cornice.

Sì, ci sarà musica dal vivo perché secondo noi la musica, come lo sport, unisce le persone. Si suonerà una strofa alla volta, alternandosi dalle tre postazioni. L'idea è che la musica si diffonda, unendo in un abbraccio anche chi non è fisicamente lì. L'anno scorso su Cima Brenta e Cima Sella, che sono abbastanza vicine tra loro, abbiamo suonato l'Inno alla Gioia con i tromboni ed a strofe alterne: è stato molto bello. Un mio amico mi ha detto che c'era una cordata che stava scalando, ha sentito la musica e lo ha chiamato, dando un feedback molto positivo. Proponiamo un brano consono alla situazione, eseguito in punta di piedi. Attraverso la musica, con questo eco, siamo un tutt'uno, siamo tutti uguali. In un certo senso spersonalizziamo le persone. È come quando vai a un concerto del tuo idolo: esci un po' dal tuo corpo ed entri in contatto con tutto il resto, il gruppo di persone presenti, l'ambiente che ti circonda.

Quale messaggio veicolate con Dolomiti Open?

Le Dolomiti sono patrimonio dell'umanità UNESCO , ed in quanto patrimonio dell'umanità devono essere accessibili a tutti e tutte. Quindi organizziamo queste iniziative: ognuno trova il suo spazio a prescindere dalla disabilità. L'ambiente naturale – e questo è un messaggio trasversale che vale forse di più per le persone “normali” che per i “disabili” – le montagne creano delle barriere che non sono sbarrierabili. Se sono su un passo non è che posso apportare modifiche al paesaggio per far passare una carrozzina. La differenza tra persona “disabile” e persona “normale” oggi è minima, e questo evento dà proprio l'idea: vogliamo far capire che le barriere non esistono, sono solo nelle teste delle persone. Ti posso raccontare un aneddoto? 

Vai.

L'altro giorno salivo in Paganella con un gruppo di persone e alcune si lamentavano della fatica, dicevano di essere stanche, chiedevano quanto mancava. Poi a un certo punto, su un sentiero impervio che stavamo percorrendo, abbiamo incrociato un ragazzo con una gamba sola e le stampelle. Quindi mi domando, ma dove sta la “normalità”? La montagna, l'ambiente naturale da un lato sembrano non sbarrierabili, ma così si assottiglia ancora di più la differenza tra persone “normali” e con disabililità, questa ghettizzazione che dice: “se vuoi, puoi andare lì perché abbiamo sbarrierato – ma da altre parti non puoi”. Poi l'importante è fare attività fisica e possibilmente farla in mezzo alla natura, indipendentemente da chi la fa. Ci aiuta a stare bene, ed è anche per questo che l'attività in montagna sta crescendo.

Riscontri avuti?

Tre giorni fa a Molveno abbiamo organizzato una serata pubblica, proiettando il filmato dello scorso anno e celebrando l'iniziativa. Con noi c'era Rosario Fichera ad animare l'incontro, si parlava di montagna e disabilità. Proprio oggi in escursione c'era un signore che aveva partecipato e che mi ha ringraziato: diceva che abbiamo dato l'idea di comunità, di un gruppo unito che cerca di coinvolgere altre persone. 

E da questi eventi è nata un'associazione.

Sì, quest'anno: un'associazione sportiva dilettantistica. In realtà il processo è stato molto naturale: avevamo già marchio, nome, logo per Dolomiti Open. Siamo il braccio operativo di una Fondazione senza fini di lucro, la Sportfund che unisce sport e sviluppo sociale; adesso ci affilieremo anche al CONI. Ci stiamo occupando di tante cose, l'associazione è una sorta di contenitore di idee sui temi montagna e la sua fruibilità: chi vuole apportare è benvenuto.

Cioè?

Per esempio abbiamo fatto una cosa che non era mai stata fatta prima: abbiamo comprato una falesia. Devi sapere che c'era un pezzo di roccia molto bello che era stato chiuso al pubblico circa 30 anni fa perché si trova su un terreno privato. Ma è in un posto bellissimo, è come – per fare un paragone – se l'Arena di Verona fosse in mano a un privato e nessuno potesse più andare a visitarla. Cosa fai? Chiaro che ti organizzi per renderla di nuovo accessibile a tutti. Quindi ci siamo attivati: a maggio/giugno abbiamo realizzato un crownfunding per poter acquistare questa falesia, in modo da tornare ad aprirla al pubblico come parete di arrampicata. L'abbiamo chiamata la “Falesia Dimenticata”; avevamo un traguardo di 18.000,00 €, ed in 40 giorni ne abbiamo raccolti 21.700,00.

E adesso?

L'idea è di risistemarla e creare un settore dedicato alle persone con diverse disabilità, vogliamo che sia accessibile a tutte e tutti. Adesso chiaramente abbiamo una grande responsabilità: hanno contribuito oltre 400 persone, a cui dobbiamo rendere conto. Però il messaggio è bello: noi comunità ci attiviamo per restituire un qualcosa alla comunità.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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