Buon compleanno, libertà di stampa!

Stampa

Oggi, 3 Maggio, è la giornata mondiale per la libertà di stampa e sembra più che mai fondamentale celebrarla. Dedicando qualche riga a ricordare i problemi per la libertà dei media e dei giornalisti oggigiorno, le difficoltà per la libera espressione giornalistica sembrano essere sulla cresta dell’onda. Per citarne un paio: crescono gli attacchi fisici e verbali, e gli arresti, verso i giornalisti che seguono temi critici e cresce l’ingerenza dei governi e delle grandi multinazionali dell’informazione sulla circolazione, soprattutto digitale, delle notizie.

Di recente i maggiori media italiani si sono ricordati della situazione problematica per la libertà di stampa, a livello internazionale e domestico, in seguito al caso Del Grande- giornalista italiano arrestato (e ora rilasciato) in Turchia- e al recente report di Reporters Without Borders, che riprende l’Italia per la violenza fisica, verbale e psicologica esercitata contro i giornalisti “scomodi”. Ma andiamo con ordine.

Il World Press Freedom Day

La giornata mondiale per la libertà di stampa è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1993, in seguito alla Dichiarazione di Windhoek, realizzata per l’UNESCO da un gruppo i giornalisti africani il 3 Maggio 1991 nell’omonima capitale della Namibia. Tale dichiarazione, partendo dai problemi della stampa africana, chiede che si lavori per una stampa libera, indipendente e plurale a livello mondiale.

Quest’anno le celebrazioni per la giornata mondiale della libertà di stampa di terranno a Jakarta, in Indonesia. Human Rights Watch denuncia la crescente violenza contro i giornalisti in questo paese: 78 i casi di attacchi contro i giornalisti nel 2016, anche da parte delle forze di sicurezza statali.

Il tema della giornata per la libertà di stampa 2017 è “Menti critiche per tempi critici: il ruolo dei media per promuovere società pacifiche, giuste ed inclusive”. La libertà di stampa è un corollario del diritto fondamentale alla libertà di espressione, nei confronti del quale è doveroso fare una considerazione decisiva: la libera espressione è un prerequisito fondamentale per tutti gli altri diritti umani. Una stampa libera garantisce ai cittadini di essere ben informati, e dunque di fare scelte consapevoli e di protestare consapevolmente quando un diritto fondamentale viene violato. Garantisce la trasparenza ed obbliga persone ed enti pubblici ad essere responsabili delle proprie azioni di fronte ad una comunità informata.

La libertà di stampa e di espressione in Europa

La libera espressione e la libertà dei media in Europa sono tematiche di cui si occupa una società civile variegata. La cosiddetta media freedom community si compone di giudici, giornalisti, avvocati, associazioni ed attivisti che approcciano l’Articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo - che garantisce appunto il diritto alla libera espressione - con metodi e da punti di vista diversi.

Per promuovere il dialogo tra la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e questa fetta di società civile attiva, il 24 marzo scorso si è tenuta a Strasburgo una conferenza organizzata dalla cooperativa europea ECPMF (European Centre for Press and Media Freedom). In tale occasione, si sono affrontate le nuove e vecchie sfide per la libertà di espressione in Europa: la diffamazione, la tutela della privacy e il trattamento dei dati personali, con particolare attenzione all'impatto della trasformazione in digitale delle comunicazioni; il giornalismo investigativo, l’accesso alle informazioni pubbliche e la protezione delle fonti e dei cosiddetti whistleblowers, ed infine il ruolo dei media e dei giornalisti durante manifestazioni di protesta.

Come nel caso delle leggi sulla diffamazione, sempre più spesso anche le leggi a tutela della privacy vengono abusate per evitare la diffusione di informazioni scomode, che sarebbe però nell’interesse pubblico conoscere. Barbara Trionfi, direttrice dell’International Press Institute (IPI), ha esposto i risultati di un recente studio dell’associazione circa la criminalizzazione della diffamazione, che è tuttora un reato penale in molte legislazioni dei paesi OSCE. 

Il diritto dei cittadini a ricevere informazioni è un’appendice del diritto alla libera espressione: per questo molti paesi europei si stanno dotando di leggi che garantiscono l’accesso alle informazioni pubbliche. Tra questi l’Italia, che nel Maggio 2016 ha approvato il Decreto Trasparenza (nel gergo internazionale, FOIA- Freedom of Information Act), che accorda ai cittadini, e dunque anche ai giornalisti, un accesso generalizzato ai dati e documenti delle pubbliche amministrazioni. Si tratta di uno strumento molto utile per realizzare inchieste giornalistiche a partire da dati attendibili e che dovrebbero essere di pubblico dominio. Nonostante la legge, in Italia come altrove, nella pratica ricevere queste informazioni è più difficile di quanto dovrebbe.

Italia e Turchia

La libertà di stampa sembra essere nuovamente un argomento cosiddetto “sexy” per i grandi media italiani dopo l’arresto e la liberazione del giornalista Gabriele Del Grande in Turchia. Del Grande è stato incarcerato tra il 9 e il 23 Aprile, mentre raccoglieva testimonianze al confine tra Turchia e Siria per il suo nuovo libro sulle migrazioni e la guerra civile in atto in quella zona. Specializzato sul tema delle migrazioni, Del Grande è fondatore del blog Fortress Europe, un “osservatorio sulle vittime della frontiera”, e autore del docufilm “Io sto con la sposa” (2014).

Il caso di Del Grande ha riacceso i riflettori anche sulla situazione per la libertà di stampa in Turchia, la più grande prigione al mondo per i giornalisti: al momento si contano all’attivo circa 150 giornalisti incarcerati e le prepotenze nei confronti dell’informazione indipendente sono all’ordine del giorno. Molti arresti ed intimidazioni sono realizzati abusando della legislazione anti-terrorismo e del codice penale turco- curiosamente ispirato all’italiano codice Rocco, realizzato durante il ventennio fascista. In particolare, la situazione è precipitata dopo il tentato colpo di stato dello scorso 15 Luglio: da allora è stato dichiarato lo stato di emergenza, tutt’ora in atto, e molti dei decreti emergenziali hanno avuto pesanti conseguenze per la libertà di stampa, portando alla chiusura di più di 170 tra giornali, televisioni e agenzie stampa. Dal 29 Aprile è stato bloccato l’accesso a Wikipedia in tutto il paese.

In questi giorni, i grandi media italiani hanno parlato anche della situazione della libertà di stampa in Italia, dopo l’uscita dell’edizione 2017 del World Press Freedom Index, report dell’associazione Reporters Without Borders (RSF) sulla libertà di stampa per 180 paesi. Secondo questo report, l’Italia è salita al cinquantaduesimo posto, guadagnando 25 posizioni rispetto al 2016: nonostante ciò, RSF denuncia crescenti violenze ed intimidazioni (anche verbali e psicologiche) nei confronti dei giornalisti italiani, in particolare da parte di gruppi criminali e mafiosi e di politici che apertamente additano i giornalisti sgraditi. Particolare scalpore è scaturito dal fatto che RSF abbia esplicitamente citato Beppe Grillo come esempio di politico avvezzo a queste pratiche. Nonostante queste notizie siano allarmanti, è doveroso notare che la metodologia con la quale vengono redatte le classifiche di RSF, così come di altre associazioni che lavorano nel campo della libertà di espressione, è criticata da parte di alcuni esperti. In particolare, non è chiaro quali indicatori e quali fonti vengano di volta in volta prese in considerazione.

Per esempio, tali classifiche spesso non tengono conto dei processi in corso nei confronti di alcuni giornalisti italiani e che causano gravi fenomeni di censura ed autocensura, nonostante il più delle volte si concludano con un’assoluzione. Tra questi, ad esempio, il recente caso di Davide Vecchi ed Augusto Mattioli: il primo è sotto processo presso il Tribunale di Siena per violazione della privacy, in seguito alla pubblicazione di alcune mail private tra due manager della banca Monte dei Paschi di Siena, nel corso di un’inchiesta più ampia che da anni il suo giornale, Il Fatto Quotidiano, conduce circa la bancarotta dell’istituto di credito più antico d’Italia. Il processo è stato iniziato d’ufficio a due anni di distanza da tale pubblicazione, che seguiva una richiesta esplicita del giornalista Vecchi al destinatario di queste email, scritte da David Rossi, morto dopo pochi giorni il loro invio presumibilmente suicida. Come in altri casi italiani, questo processo sembra abusare della legislazione di protezione dei dati personali per silenziare delle informazioni scomode, seguendo la prassi citata qualche riga sopra. Inoltre il giornalista Mattioli, sentito come testimone in nel processo Vecchi, è stato spinto da giudice e pm a rivelare le sue fonti, non potendo godere del segreto professionale essendo giornalista pubblicista e non professionista. Un retaggio conservatore di distinzione tra due categorie di giornalisti che spesso svolgono lo stesso lavoro ma non godono degli stessi diritti.

In occasione della giornata mondiale per la libertà di stampa, è doveroso ricordare e ricordarci che sono gli stessi giornalisti a dover mantenere alta l’attenzione sull’importanza rivestita dai media per lo sviluppo di una società plurale e ben informata. E’ necessario un impegno costante di giornalisti ed editori perché le violazioni della libertà di stampa divengano uno scoop da prima pagina tutto l’anno, e non uno dei tanti argomenti che godono della luce di brevi, sebbene intensi, riflettori. 

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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