Mass-media

Stampa

“At its heart and put simplistically, unless the media is able to play the role of guardian of the public interest, unless that public is seen as the whole population of developing countries and not just those who constitute a market for advertisers; and unless those who have most to win or lose from development debats – close to half of mankind; unless these things happen, people will die. They will die, as they are dying now, not in their hundreds or thousands but in their hundreds of millions”. (James Deane, Head of Policy Development at the BBC World Service Trust, “Why the Media Matters” GFMD – Global Forum for Media Development, Ottobre 2005)

 

Introduzione

Comunicazione e informazione sono fondamentali all’interno delle società contemporanee. Il loro ruolo e lo sviluppo all’interno della società sono decisivi, così come lo sono i mezzi di comunicazione di massa, ossia gli strumenti attraverso i quali è possibile trasmettere conoscenza e informazione verso una pluralità di destinatari. Dal termine inglese "mass" e quello latino "media" (il plurale di medium) è nata la locuzione “mass media” che esplicita l’essenza di questi strumenti di collegamento, “a metà fra due poli” appunto: mittente e destinatario del messaggio.

La ricerca di mezzi e tecnologie per gestire e controllare l'informazione ha caratterizzato la storia di ogni civiltà. Ogni nuovo strumento di comunicazione ha profondamente trasformato la cultura e la società: il loro progresso ha trasformato abitudini di vita e di comunicazione, influendo su mentalità, cultura e meccanismi sociali e politici. Inizialmente con l’espressione mass media si faceva riferimento a giornali, radio e televisione, oggi si assiste invece all’affermazione di nuovi media: Internet in testa. Alcuni inseriscono nella categoria anche i telefoni cellulari nella misura in cui vengono utilizzati per veicolare la conoscenza verso una pluralità di individui.

Nelle democrazie più stabili la combinazione di strumenti elettronici collegati con le reti di comunicazioni digitali apre nuove opportunità per i cittadini. I media rivestono un’influenza rilevante su singoli individui e opinione pubblica nell’esercizio del diritto di libertà di espressione e detengono un ruolo “strategico” nella crescita di un paese, nel raggiungimento di dinamiche democratiche e partecipatorie e nella tutela dei diritti. Lo sviluppo della rivoluzione delle comunicazioni è entro e fra gli stati e allarga la riflessione a livello planetario con tutte le valenze di questi strumenti che possono essere utilizzati sia per liberare che per opprimere.

 

Dalle gazzette al secolo dei media

Dopo la scrittura, la cui comparsa sembra risalire alla metà del quarto millennio a.C. in Mesopotamia, il grande passaggio nella storia delle tecnologie della comunicazione è l'invenzione della stampa a opera di Gutenberg, alla metà del 1400. A questa si deve una diffusione del sapere sconosciuta fino ad allora e una progressiva acculturazione di nuove classi sociali. Un’ulteriore amplificazione del sapere si lega alla nascita, nel XVIII secolo, dei primi periodici di informazione e alla loro diffusione. Nell'Ottocento la storia dei mezzi di comunicazione progredisce di pari passo con lo sviluppo tecnologico e industriale: tra il 1830 e il 1840 il telegrafo elettrico rende possibile la trasmissione di un segnale a distanza in tempo reale.

Negli stessi anni Louis Daguerre sviluppa la fotografia, la produzione di immagini della realtà mediante un apparato meccanico. A seguire, nel 1876 Graham Bell brevetta il telefono, rendendo possibile la comunicazione vocale a distanza e Thomas Edison i primi sistemi per la registrazione e riproduzione meccanica del suono: il fonografo e il grammofono. A Parigi nel 1895 sono i fratelli Lumiere a inaugurare “il secolo dei media”, inventando un sistema per la creazione e la riproduzione di immagini in movimento: il cinema. Con il ‘900 si sviluppano nuovi strumenti e i media conoscono una capillare diffusione anche a livello sociale. Nel 1920 Guglielmo Marconi da il via alle prime trasmissioni radio: nasce il primo vero mass medium, uno strumento in grado di inviare messaggi in tempo reale a milioni di persone nello stesso momento. Negli anni trenta infine, mentre il cinema diviene prima sonoro e poi a colori, iniziano gli esperimenti di trasmissione a distanza di immagini in movimento mediante onde elettromagnetiche.

Nel novembre del 1936 la BBC inaugura quindi a Londra il primo servizio di trasmissioni televisive. Nel giro di trent'anni la televisione si diffonde in tutto il mondo, divenendo il mezzo di comunicazione di massa più persuasivo, foriero di una radicale trasformazione di abitudini di vita e relazioni sociali. Dopo la tv satellitare, chiude il secolo passato l’avvento della telematica e i nuovi media. Con loro milioni di persone “navigano” nella rete delle reti: messaggi e notizie viaggiano da una parte all'altra del mondo con estrema rapidità. Le comunicazioni di massa assumono sempre più natura transnazionale e interattiva, muovendosi verso il concetto di “villaggio globale”, teorizzato già negli anni ’60 dallo studioso canadese Marshall McLuhan.

 

Paesaggi mediatici internazionali

La diffusione dei media a livello mondiale mette immediatamente in luce insane concentrazioni e il conseguente controllo sulla diffusione dell’informazione: sia a livello internazionale, per via del potere delle agenzie multinazionali, la mancanza di controlli e le forme eclatanti di emarginazione e sia all’interno dei paesi, dove si sono consolidati monopoli, oligopoli e ambigui conflitti di interesse.

Una prima denuncia di questo “rapporto ineguale” era stata lanciata già nel 1980 nella ricerca "Many Voices, One World", sviluppata dalla Commissione internazionale per lo studio nel campo delle comunicazioni dell’Unesco. Nel documento la critica al monopolio sulle notizie esercitato dalle agenzie di stampa occidentali e, più in generale, il flusso unidirezionale dell’informazione - dai paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo -, infine l’approccio stereotipato agli avvenimenti dei sud del mondo, focalizzato in particolare su fatti drammatici, come guerre, catastrofi naturali e instabilità politica.

A distanza di decenni la situazione non è mutata. Come sintetizza Massimo Ghirelli in "L’antenna e il baobab", la prima ineguaglianza è offerta dal panorama delle agenzie stampa: il 95% delle notizie che circolano ogni giorno tramite i vari media proviene da otto grandi agenzie stampa del Nord: CNN, BBC, AP, Reuter, AFP, DPA, EPE, ANSA.

Anche nel settore di diffusione delle immagini televisive esiste un primato occidentale, così come nel mercato radiofonico internazionale. “Oggi si va dai 6 apparecchi televisivi ogni 100 abitanti dell’Africa subsahariana, ai 17 dei paesi arabi; per arrivare ai 26 dell’Asia orientale e ai 27 dell’America Latina. Mentre in uno stato come la California si può disporre… di più di 100 canali televisivi, in molti paesi africani l’unico canale si può ricevere entro un raggio di appena una decina di chilometri dalla capitale”.

Nei Paesi meno avanzati i mezzi di comunicazione, a eccezione della radio, sono accessibili soltanto alle classi medie e superiori, residenti per lo più nelle aree urbane. Si trova conferma nel rapporto Measuring the Information Society dell’International Telecommunication Union, presentato nel marzo 2009, sullo stato delle nuove tecnologie dal 2002 al 2007: nonostante la diffusione della telefonia mobile, esistono profonde disuguaglianze nel campo dei nuovi media, alimentate da povertà, mancanza di istruzione, limiti infrastrutturali. Completano il quadro problemi linguistici e sociali, di genere, di età, di etnia o, ancora, il divario fra città e campagna.

 

Imperialismo mediatico

I grandi gruppi che nel tempo si sono creati e affermati come proprietari di colossi in un singolo settore, come la stampa, hanno progressivamente raggiunto il controllo dell'intero sistema di comunicazione a livello globale, approfittando delle trasformazioni tecnologiche e della liberalizzazione dei mercati. I colossi protagonisti di questo processo albergano nei paesi più sviluppati e negli Usa in primo luogo: Aol-Time Warner, News Corporation, General Electric, Sony, Vivendi, Viacom, Televisa e Globo, insieme a pochi altri.

Come osservano Gorman e Mc Lean in Media e società nel mondo contemporaneo, “nel Novecento il risentimento e la preoccupazione per il dominio americano sui contenuti dei media sono stati un tema ricorrente, nato negli anni ’20 in seguito alla forte posizione internazionale dell’industria cinematografia degli Stati Uniti. Nell’età postcoloniale questa preoccupazione veniva espressa ricorrendo all’idea di imperialismo, culturale o mediatico”. La discussione, corroborata dall’estendersi del controllo delle grandi società sui media e le industrie collegate, nel corso degli decenni è approdata ai tavoli internazionali, evolvendosi parallelamente alle nuove prospettive innestate dall’evoluzione tecnologica.

 

La riflessione internazionale

Già nel ’46, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affermava che “tutti gli stati dovrebbero proclamare politiche che proteggano il libero flusso dell’informazione all’interno dei paesi e attraverso le frontiere”, come ribadito due anni più tardi dall’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani. A quell’epoca i paesi dei sud del mondo, ancora sotto dominio coloniale, affrontavano il problemi della modernizzazione, del passaggio a uno sviluppo sul modello occidentale. I mezzi di comunicazione erano visti come strumenti per rimuovere gli ostacoli, soprattutto culturali, verso la modernità.

Negli anni maturano nuove prospettive che si esprimono, nel ’73 ad Algeri, nella necessità di “azioni per riorganizzare gli attuali canali di comunicazione, eredità di un passato coloniale”. Nel 1976 si riconosce che “un Nuovo ordine mondiale dell’Informazione e della comunicazione di massa è tanto vitale quanto un Nuovo Ordine Economico internazionale”. L’Unesco e la sua Commissione per lo studio dei problemi della comunicazione, nel 1980 presenta quindi il, già citato, documento "Many voices, one World" e con esso che una serie di raccomandazioni per: elaborare politiche di sostegno all’indipendenza dei sistemi di comunicazione; affrontare le ripercussioni sociali e culturali dei nuovi media; salvaguardare libertà e professionalità degli operatori del settore; democratizzare la comunicazione con la pluralità delle fonti e la partecipazione degli utenti.

Nella seconda metà degli anni ’80 la fine della guerra fredda, la caduta del Muro di Berlino e il crollo dei regimi dell’Est ridisegnano la geografia dei rapporti politici e i termini del dibattito sul Nuovo Ordine dell’Informazione. Si innescano in quasi tutti i paesi mutamenti politici e aperture in senso democratico, che coinvolgono tutti i settori della comunicazione e dell’informazione. L’avvento di nuove tecnologie, con satelliti e reti per le telecomunicazioni attraverso i confini nazionali, enfatizzano la trasformazione in atto con una tendenza alla “deregulation” dei media e alla privatizzazione delle aziende pubbliche.

Negli anni ’90 mentre le multinazionali si espandono e le disuguaglianze continuano a esistere, alcuni studiosi delle comunicazioni, come Gornman e McLean, mettono in discussione il concetto di imperialismo culturale o mediatico: “quando i pubblici non sono rinchiusi dentro confini nazionali e le frontiere geografiche sembrano non contare più nulla per le comunità “virtuali” o “immaginarie”, diventa difficile accettare modi di ricezione dei prodotti mediatici e dunque l’influenza reale di chi ne elabora i contenuti: il modello semplice dell’imperialismo statunitense non è più pertinente nel mondo attuale, dove il settore dei media comprende da una parte i giganti globali e dall’altra diverse industrie nazionali”. Eppure i condizionamenti rimangono: come digital divide e censure illustrano in maniera eclatante. Essere in grado di comunicare ed essere informati rimangono aspirazioni non facilmente raggiungibili per buona parte dell’umanità.

 

Media e Sviluppo

Fra i temi su cui si è concentrata l’attenzione degli organismi internazionali e dell’Unesco, in particolare, si parla dell’indipendenza e il pluralismo dei media, in accordo con i principi espressi nella Dichiarazione di Windhoek (1991) e le dichiarazioni sulla Promozione di media indipendenti e pluralisti adottate dall’ONU. Nel corso dell’ultimo decennio è emerso consenso internazionale anche sullo stretto legame tra sviluppo dei media e sviluppo sociale e politico. Diverse agenzie umanitarie e organizzazioni nel campo dei media da decenni si confrontano su questi temi.

Cruciale in seno alle Nazioni Unite è stata la riflessione inaugurata in Italia nel 2003, presso Bellagio, dove si sono incontrati media indipendenti e organizzazioni di promozione del settore. Da qui è nata la dichiarazione sull’importanza dei media nella lotta alla povertà, nello sviluppo sostenibile e il perseguimento degli Obiettivi del Millennio. Una posizione poi ripresa nel Global Forum for Media Development (GFMD), tenutosi ad Amman in Giordania nell’ottobre del 2005, e nel Congresso su Comunicazione e Sviluppo, promosso dalla Banca Mondiale nell’autunno 2006.

Nel corso della riflessione sul ruolo propedeutico dei media, i gruppi europei e nordamericani hanno sostenuto la priorità dei media e al diritto di libertà di espressione, affermando che la tutela dei diritti civili e politici consente alle persone di individuare e proteggere i propri diritti sociali, economici e culturali. Dall’altra parte i rappresentanti di molti sud del mondo hanno invece sostenuto il ruolo prioritario delle problematiche di fame, impoverimento e negazione dell’espressione della propria identità. In seno al GFMD la presa di coscienza dei legami tra stampa libera e riduzione della povertà ha aiutato a riconciliare queste due posizioni, nella convinzione che il consolidamento di alcuni diritti umani possa intrinsecamente promuoverne altri.

Come affermato in una efficace sintesi nel messaggio di Koïchiro Matsuura, direttore generale dell’Unesco, in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa del 2006, “media liberi e indipendenti dovrebbero essere riconosciuti come dimensione chiave degli sforzi per sradicare la povertà. Servono come veicolo per la condivisione dell’informazione in modo da facilitare una buona governance, generare opportunità di raggiungere l’accesso ai servizi essenziali, ostacolare la corruzione, sviluppare la relazione fra una cittadinanza informata, critica e partecipativa, e rappresentanti ufficiali responsabili. In secondo luogo, sono connessi a un ampio spettro di “beni” molto rilevanti per la sfida dello sradicamento della povertà – incluso il riconoscimento e il rafforzamento di diritti umani di base, una società civile più forte, il cambiamento istituzionale, la trasparenza politica, il sostegno all’educazione, consapevolezza sulla sanità pubblica e stili di vita sostenibili”.

Tre quindi le aree fondamentali. In primo luogo, l’empowerment. “Attraverso la diffusione di informazioni – spiega il documento di presentazione della Giornata mondiale della Libertà di Stampa 2006 – le persone provano una maggiore appartenenza agli eventi che plasmano la loro vita… ciò le aiuta a riconoscere se stesse in qualità di individui possessori di determinati diritti”. I media si rivelano piattaforme sociali e politiche di cambiamento delle norme sociali che riguardano donne, gruppi minoritari e indigenti. É quindi importante garantire una pluralità di opinioni e trasformare riceventi passivi in partecipanti attivi.

Fondamentali i media si rivelano nel perseguimento di uno sviluppo economico sostenibile, “favorendo un coinvolgimento civico locale e sostenendo l’educazione primaria al fine di promuovere la partecipazione e la formazione della forza lavoro, nel permettere quindi alle persone di partecipare a un'economia di mercato, elementi indispensabili per lo sviluppo sostenibile”. Parallelamente sono uno strumento essenziale nella prevenzione dei conflitti, favorendo dibattiti non violenti per la risoluzione di problemi, alleviando il senso di ostracismo e mancanza di speranza di gruppi minoritari. Infine, possono svolgere un’azione di controllo del governo, sostenendo la trasparenza: “dove esistono media liberi è più verosimile che le condizioni sociali che creano minacce diventino argomento di discussioni politiche; .. conduttori di informazioni tra corporazioni, governi e popolazione, svolgono un’azione di controllo sulla condotta illecita dei governi; la trasparenza aiuta anche a tutelarsi contro la corruzione”.

Temi divenuti sempre più centrali nel dibattito internazionale. "Sono tempi – ha ribadito David Hoffman, il presidente del GFMD in occasione dell’incontro del dicembre 2008 - in cui le persone necessitano che I media riflettano una luce che possa aiutarli a uscire dall’ignoranza, il pregiudizio, la paura che mina le condizioni per lo sviluppo economico e la democrazia”. L’ampio ventaglio di strumenti e occasioni offerte dai media ha implicazione trasversali che coinvolgono problemi politici, legislativi, formativi e tecnologici, oltre che sociali e culturali e trova esplicazione in numerose direttive e norme di gestione e sviluppo a livello internazionale e nazionale.

 

Il "caso" italiano

In questo quadro l’Italia offre una prospettiva di osservazione interessante, come valido esempio di concentrazione della proprietà dei media e di conflitto di interessi. L’attenzione dell’Europa e del mondo è stata attirata sullo stato dei media italiani dal caso Fininvest nel 2001, quando Silvio Berlusconi e il partito Forza Italia hanno vinto le elezioni di maggio. All’epoca la famiglia Berlusconi possedeva il 96% della Fininvest con interessi di notevole portata nei media e in altri settori, ma soprattutto il controlla dell’azienda Mediaset con tre reti televisive italiane, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, che assicuravano il 60% della pubblicità televisiva nazionale.

Berlusconi possedeva il 48% della Mondadori, il maggior gruppo editoriale italiano, cui fanno capo il Giornale e il settimanale Panorama, e possedeva anche l’azienda di distribuzione cinematografica Medusa Video, oltre a partecipare al 51% alla proprietà della catena di distribuzione Blockbuster Italia. Forte di questo ruolo dominante nelle industrie della comunicazione, il premier utilizzò le sue aziende in campagna elettorale. Come presidente del Consiglio ottenne, poi, il controllo sulla Rai.

Questa concentrazione della proprietà dei media poneva e pone un problema di conflitto di interessi e forte preoccupazione per l’indipendenza dei media e le possibilità di libera espressione tramite stampa e trasmissioni radiotelevisive. Freedom House ha definito tale potere come “una nuova forma di totalitarismo”.

 

Bibliografia

Giovannini G. (a cura di), Storia dei mass media. Dalla selce al silicio, Gutenberg 2000

Gorman L. – McLean D., Media e società nel mondo contemporaneo, Il Mulino 2005

McLuhan M. Powers B., Il villaggio globale. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, 1992 SugarCo

Ghirelli M., L’antenna e il baobab, Società Editrice Internazionale, Torino 2005

McQuail D., I media in democrazia, Il Mulino, Bologna 1995

Torrealta M. (a cura di), Democrazia e concentrazione dei media, Edup Editore

 

Documenti utili

Declaration of Windhoek

Risoluzione del Parlamento europeo sui media e lo sviluppo

Who Owns What: online guide to what major media companies own,

Columbia Journalism Review

Media power in Europe: the big picture of Ownership (in .pdf)

Article 19, Access to the Airwaves: Principles on Freedom of Expression and Broadcast Regulation, March 2002

Measuring the Information Society, il rapporto 2009 ICT Development Index

World Economic Forum – Global Information Technology Report

International Freedom of Expression exchange – information on media concentration

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni).

 

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