Africa: Ory Okolloh e l’attivismo on line

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L’avevamo conosciuta al Festival d’Internazionale. Ancora lei: Ory Okolloh. Africana, donna, madre, avvocato, ma anche attivista politica e blogger: keniana, 32 anni, che vive e lavora in Sudafrica. Come ci racconta Sara Milanese dalle colonne di Combonifem, Ory è ormai un simbolo della “generazione ghepardi”: un piccolo esercito di giovani africani che attraverso le nuove tecnologie lancia attività imprenditoriali, diffonde software open source e promuove iniziative sociali e commerciali.

Il “campo di battaglia” dei ghepardi è internet: è qui che i ragazzi aprono blog in cui parlano di sé, dibattono attraverso forum, s’ informano ed informano, trasformandosi in “citizen journalists”, o in web-attivisti.

Le “creature” online della blogger africana sono due. Mzalendo (“patriota” in lingua swahili) è il primo dei suoi progetti ove monitora i lavori del Parlamento keniano. Per la correttezza e la trasparenza politica, raccoglie informazioni sulle attività dei deputati, i loro curriculum, elenca le proposte di legge e le analizza. Oggi il sito ha oltre duecento collaboratori che, con segnalazioni e commenti, mettono a disposizione dell’intero Paese un inedito strumento di analisi politica.

La seconda invenzione è Ushahidi (“testimone”, in lingua swahili): una piattaforma internazionale che raccoglie le testimonianze via mail o via sms di chi si trova in un’area di guerra o di crisi. Ushahidi ha contribuito in modo straordinario ad evolvere la crisi post elettorale in Kenya narrando non solo le responsabilità ma anche le azione nonviolente taciute dalla stragrande maggioranza dei media. «La rivoluzione consiste nel mettere testimonianze dirette a disposizione di tutti». Un’informazione vera, fatta da chi vive la realtà in prima persona, che è diventata oggi una delle principali fonti di notizie per Al Jazeera, il più importante network arabo, durante la guerra nella striscia di Gaza, nel gennaio 2009.

«Coinvolgere e parlare ai giovani è fondamentale: l’Africa ha bisogno di più informazione, e chi può parlare al mondo globalizzato meglio dei giovani?».

Farsi motore e portavoce del cambiamento tecnologico in Africa: questa è la sfida che i “ghepardi” lanciano ai giovani africani: «Invito gli studenti ad avvicinarsi alla rete, ad aprire propri siti o blog, a partecipare ai dibattiti sulla vita politica e sociale del loro Paese, e soprattutto a denunciare le ingiustizie sociali di cui sono vittime e testimoni». Così come già accade con i siti Voices of Africa o Global Voices.

Ma in Africa la blogosfera sta con la società civile? «Blogger e società civile per ora si rivolgono a pubblici diversi e usano linguaggi differenti, anche se combattono per lo stesso obiettivo: garantire i diritti fondamentali. Le associazioni e le altre realtà locali africane lavorano molto “sul campo”: visitano i villaggi, parlano le lingue del luogo, organizzano campagne di sensibilizzazione cercando di sfruttare gli strumenti tipici delle cultura africana: la danza, la musica, la rappresentazione teatrale.

I citizen journalists invece si esprimono in inglese e coinvolgono chi ha accesso a internet o possiede un telefonino Gprs; parlano un linguaggio globale e sono interlocutori credibili a livello internazionale. Due modi diversi di formare cittadini, ma l’Africa oggi di cosa ha più bisogno? «C’è bisogno di entrambi, ma credo che “ghepardi” e società civile dovrebbero imparare a fare rete e a collaborare, per essere più forti e più efficaci».

“Internet offre alle donne africane la possibilità di parlare e di esporsi senza essere discriminate. Possono farlo con un nickname, anche se io suggerisco sempre di non nascondersi dietro l’anonimato, per rendere più credibili e forti le proprie opinioni. Esprimersi diventa un importante segnale, considerato che le africane vivono in società molto maschiliste. Dimostra loro che possono lavorare, essere madri e anche attiviste. In Kenya sono molte le donne che parlano del proprio blog come di un’esperienza liberante: uno spazio dove esprimere la propria voce, senza censure, per parlare dei propri problemi, o anche solo per ricavarsi un proprio spazio. Insomma, libere!».

Grazie ai cellulari, i “ghepardi” si considerano i portavoce di un nuovo panafricanismo. S’ispirano, infatti, ai movimenti d’indipendenza degli anni ’60 e, in completa antitesi rispetto agli “ippopotami”, alias classe dirigente africana, sostengono che gli aiuti internazionali sono una delle maggiori piaghe per l’economia africana. Chiedono trade not aid forse dimenticando che lo slogan è stato coniato dal re degli ippopotami Ronald Reagan (e fatto poi proprio da Clinton) in opposizione ad uno dei Padri dell’Africa più integri ed amati Julius Nyerere. Ad ulteriore dimostrazione che lo strumento è sempre e solo uno strumento. L’amata istruzione diffusa sempre da Nyerere rimane un fondamento.

Fabio Pipinato

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