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Mini decalogo politico per la Pace

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Un unico obiettivo – Foto: donbosco-torino.it

Nel quadro dell’iniziativa pubblica di presentazione degli Atti del Convegno di Vicenza del 3-5 Giugno 2011, tenuto alla presenza, tra gli altri, di Johan Galtung, massimo esponente vivente della ricerca per la pace e fondatore della “Transcend University”, per la soluzione costruttiva e la trasformazione nonviolenta dei conflitti, iniziativa tenuta a Vicenza il 28 Novembre 2012, con i contributi, tra gli altri, di Alberto LAbate, presidente onorario di IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete dei Corpi Civili di Pace, e di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, il Consiglio Nazionale della IPRI - Rete CCP, con il contributo di alcune tra le più importanti organizzazioni attive in Italia nel lavoro di pace, per la nonviolenza, i diritti umani, la giustizia internazionale e la prevenzione dei conflitti, dal Movimento Nonviolento al Movimento Internazionale Riconciliazione, dal Centro Studi “Sereno Regis” ai “Berretti Bianchi”, dagli “Operatori di Pace – Campania” al Comitato “Danilo Dolci”, ha inteso individuare e proporre a tutte le forze politiche e sociali, in vista dell’imminente scadenza elettorale e della prossima legislatura nazionale, alcuni punti dirimenti, ai fini della realizzazione di una sincera politica di pace, nonviolenza e per i diritti da parte del nostro Paese, pertanto raccolti e sintetizzati nel seguente mini decalogo per la Pace.

01. Difesa dell’art. 11 della Costituzione Italiana e sua estensione europea. Troppo spesso la politica estera del Paese, nel corso, almeno, degli ultimi quindici anni, ha contraddetto lo spirito e la lettera dell’art. 11 della Costituzione, proiettandosi in missioni militari ed autentiche guerre di aggressione: è necessario ed urgente invertire questa tendenza, ripudiare la logica della soluzione militare delle controversie internazionali e battersi in sede europea per un’Europa rispettosa della pace, libera da condizionamenti o pulsioni “atlantiche” e “imperialistiche” e artefice di una politica estera all’insegna della neutralità, del disarmo, del co-sviluppo, del rispetto della legalità e della giustizia internazionale.

02. Trasformazione in difensivo del sistema della Difesa, senza armi a lungo raggio, in direzione del graduale e progressivo “transarmo” e per il ridimensionamento degli eserciti. Lezioni consolidate ed esperienze storiche dimostrano che la difesa militare in proiezione offensiva non solo è più costosa, ma soprattutto meno efficace ai fini della Difesa del Paese e della tutela dei propri confini: anziché moltiplicare spese e funzioni a supporto del cosiddetto “complesso militare-industriale”, è oggi più che mai urgente e necessario ragionare in termini di sostenibilità, di ri-conversione e superamento graduale della logica del primato militare, verso un progressivo, rilevante ed efficace “transarmo”.

03. Riequilibrio di bilancio tra prevenzione dei conflitti e spese militari. Ricerche internazionali confermano che il rapporto tra le spese per dotazioni delle Forze Armate, funzioni militari e sistemi d’arma e le spese per la prevenzione dei conflitti è pari a 10.000 contro 1: per ogni euro speso per prevenire la guerra, si spendono 10.000 euro, in media, per preparare, studiare e “fare la guerra”. Valide, tali cifre, per tutti i Paesi di area OSCE e quindi anche per il nostro Paese, questo approccio va rovesciato, perché aumenta i rischi per la sicurezza internazionale, incrementa l’esposizione del Paese a minacce esterne e mette a rischio gli sforzi di pace e cooperazione a livello internazionale.

04. Trasparenza nelle voci del bilancio della Difesa. È impossibile impostare una corretta politica di pace e un ri-equilibrio tra spesa civile e spesa militare senza disporre di un bilancio chiaro che riguardi le spese per la Difesa. Il bilancio italiano della Difesa è storicamente uno tra i più opachi e meno trasparenti tra tutti quelli dei Paesi di area OSCE, tra voci di spesa non computate, computate sotto altri capitoli di uscita o sotto spese in carico ad altri dicasteri, in primo luogo quelle dello Sviluppo Economico. Rendere esplicite, chiare e trasparenti le voci di entrata e di uscita del bilancio della Difesa non solo è presupposto per le politiche di pace e “transarmo”, è questione di democrazia.

05. Potenziamento di una polizia internazionale ONU. L’andazzo delle Nazioni Unite negli ultimi venti anni ha smentito drammaticamente le premesse dell’ “Agenda per la Pace” di B. Boutros Ghali del 1992, declinando il peace-keeping sempre più in termini militari e, talvolta, aggressivi (peace- forcing), e sempre meno in termini civili e di “prevenzione” dei conflitti. A fronte dell’indisponibilità degli Stati a mettere a disposizione contingenti nazionali per formare le forze di sicurezza dell’ONU, è tempo che l’Italia operi attivamente per il rilancio del peacekeeping civile e per una polizia inter- nazionale legittima in capo alle Nazioni Unite e in collegamento col “Tribunale dei Popoli” di Roma.

06. Riconfigurazione delle presenze militari all’estero e ritiro dalle missioni non legittime. Nonostante gli effetti della crisi economica, gli ultimi governi hanno perfino annunciato un rinnovato impegno dell’Italia in nuove missioni internazionali. È esigenza politica prima che economica: ridurre la presenza militare italiana all’estero, ritirarsi da tutte le missioni internazionali non legittime perché non dotate di mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza, incrementare l’impegno di ambito civile nel quadro delle missioni legittime, sostenere l’impegno di pace di società civile, arrestare la tendenza all’impiego di “contractor” e all’utilizzo di personale delle Forze Armate a tutela di interessi privati.

07. Rilancio del Servizio Civile per la Difesa Popolare Nonviolenta, valorizzazione dell’Obiezione di Coscienza alle Spese Militari e pubblicazione di un Albo Nazionale degli Obiettori di Coscienza. Il Servizio Civile rappresenta una leva di cittadinanza fondamentale per i giovani cittadini, sia per quanto riguarda le funzioni sociali, civili, culturali di ordine interno, sia per le azioni di sviluppo e di intervento nelle crisi in ambito internazionale. È tempo di valorizzare quanto nella legge 64 (2001) indica nel Servizio Civile un’alternativa non militare alla Difesa tradizionale del Paese, istituendo la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, in direzione di un’autentica Difesa Popolare Nonviolenta.

08. Ricostituzione del Comitato Consultivo per la Difesa Civile Non armata e Nonviolenta. Le recenti misure imposte dalla cosiddetta “spending review”, con i tagli lineari a una quantità di strutture e servizi dello Stato, hanno travolto il Comitato Consultivo, in capo alla presidenza del Consiglio dei Ministri, per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, che va ri-attivato, quale storica conquista del movimento per la pace e per l’obiezione di coscienza al servizio militare, luogo centrale di elaborazione di proposte e di politiche per la riduzione del militare, la soluzione positiva dei conflitti e l’avvicinamento alla Difesa Popolare Nonviolenta, attraverso la Difesa Civile Non Armata.

09. Legge sui Corpi Civili di Pace (CCP) per la trasformazione dei conflitti. Nella prospettiva del ri- equilibrio tra le spese per il militare e quelle per la prevenzione dei conflitti locali e internazionali e in direzione di un impegno civile e non militare per la soluzione e la trasformazione delle controversie internazionali, in linea con lo spirito e la lettera dell’art. 11 della Costituzione, è più urgente che mai, finalmente, approvare la legge istitutiva dei Corpi Civili di Pace, che istituisca un’infrastruttura nazionale per il peace-building, rediga un registro nazionale del personale civile attivabile in missioni di prevenzione e trasformazione dei conflitti e formi equipe professionali di azione di pace.

10. Attivazione del Tavolo per gli Interventi Civili di Pace, con la società civile. In linea con le migliori esperienze attivate nel recente passato, occasionalmente in Italia, più diffusamente e con maggiore continuità in altri contesti europei (Austria, Germania, Norvegia, Spagna e Svezia, in primo luogo), è necessario attivare un luogo di inter-faccia, dialogo e coordinamento tra autorità istituzionali e società civile per orientare le politiche pubbliche nel campo della prevenzione e della trasformazione dei conflitti, per concorrere alla definizione delle politiche per l’intervento civile di pace e per valorizzare le sperimentazioni e le esperienze pilota nel campo dei Corpi Civili di Pace.

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