Madri detenute e bambini “dentro”: l'infanzia negata nelle carceri italiane

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Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po' timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell'ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l'attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all'accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell'Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l'infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell'alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l'agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c'è il terrore dell'allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l'angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell'età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All'inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L'onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l'adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell'istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all'incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell'Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po' di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l'amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po' di fondi per l'edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

Anna Toro

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