Così internet e social trasformano i valori della società

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Foto: Pixabay.com

Nel 2016 più della metà degli utenti italiani di Internet si è imbattuto in una “bufala” sul web. Il 52,7 per cento vi ha dato credito, almeno qualche volta, e se per tre quarti degli italiani le fake news sono un fenomeno pericoloso (in quanto inquinano il dibattito politico e fanno crescere il populismo), “per il 44,6 per cento dei giovani tra i 14 e i 29 anni l'allarme sulle fake news è un falso problema, sollevato dalle vecchie élite, come i giornalisti, per difendere il loro potere”. A lanciare il campanello d’allarme è il 14° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, promosso da Facebook, Mediaset, Rai, Tv2000 e Wind Tre. Intitolato “I media e l’immaginario collettivo”, il rapporto si concentra infatti sulla cosiddetta “rivoluzione digitale” che ha contribuito prepotentemente a plasmare quell’insieme di valori e simboli che orientano aspettative, scelte e priorità della popolazione: alla fine, la fotografia che se ne ricava non è incoraggiante. Si parla infatti di una nazione in transizione, priva di un’agenda sociale condivisa, dominata dall’individualismo e frammentata da smartphone, social network e internet, usati sempre più per esprimere se stessi e i propri interessi. “Siamo in una fase di avvitamento tra post-verità e fake news – spiega il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii – la personalizzazione dei palinsesti e delle modalità fruizione delle notizie, la desincronizzazione, lo scardinamento della gerarchia tradizionale dei mezzi di informazione, il disconoscimento figure autorevoli che erano garanti del sapere: tutto questo ha un enorme impatto sull’immaginario collettivo della nazione”.

E’ internet il vero motore del cambiamento: secondo il rapporto, la percentuale di italiani che naviga sul web è arrivata infatti al 75,2 per cento, con un gap sempre minore tra giovani e adulti, grazie all'enorme diffusione di smartphone e social network. “Nonostante la crisi e la contrazione delle spese, nel 2016 gli italiani hanno speso 22,8 miliardi per smartphone e traffico dati”. Un vero e proprio boom anche se, c’è da dire, secondo i dati della ricerca a mantenere il primato assoluto continua ad essere la TV: quella tradizionale (digitale terrestre) scende del 3,3 per cento rispetto al 2016, ma conferma un seguito elevatissimo (92,2 per cento), mentre cresce la tv via internet e decolla la mobile tv. Anche la radio rimane sempre molto apprezzata dagli italiani, con una utenza complessiva dell'82,6 per cento, grazie anche alla crescita dell’ascolto via internet. Nell’ultimo anno, poi si impongono le piattaforme online digitali video e audio, come Netflix o Spotify, altro segno di quella tendenza alla “personalizzazione dei palinsesti” che internet ha potato con sé.

Non si ferma, invece, la crisi nera della carta stampata: oggi, infatti, solo il 35,8 per cento degli italiani legge i giornali. E mentre i quotidiani a stampa negli ultimi 10 anni hanno perso il 25,6 per cento di utenza, i quotidiani online ne hanno acquisito solo il 4,1 per cento. Non va meglio per i libri: solo il 42,9 per cento degli italiani legge libri a stampa e il 9,6 per cento e-book. “Complessivamente – spiega Valerii – i lettori di libri si attestano al 45,7 per cento della popolazione, confermando la ancora scarsa capacità dei libri elettronici di attirare nuovi lettori. Solo le donne costituiscono un minimo argine, soprattutto diplomate e laureate, con un 61,7 per cento”. Questa caduta libera della carta stampata, secondo Valerii ha degli impatti significativi: “Il fatto che sempre meno persone siano abituate alla lettura di testi complessi può creare degli squilibri”. Sono infatti internet e i social, oggi, ad essere diventati gli strumenti chiave anche dell’informazione: così, se il tg resta il primo mezzo con cui gli italiani si informano, al secondo posto c’è Facebook (ma per i più giovani sono quasi a pari merito), seguito dai giornali radio e da Google. I quotidiani sono solo al sesto posto.

“Vengono privilegiati i mezzi che consentono con più facilità la possibilità di costruirsi un palinsesto su misura, con un tipo di informazione molto più vicina ai propri specifici interessi. Di conseguenza, però, diminuiscono le occasioni di letture critiche e confronti” spiega Valerii. Inoltre sono sempre più gli utenti a produrre i propri contenuti, bypassando la mediazione professionale tradizionale. E’ quella che gli autori del report chiamano “l’era biomediatica”, segnata dal primato dello sharing sulla privacy, grazie ancora una volta alla grande diffusione dei social: da Facebook e Youtube, che restano i più popolari, a Instagram (la cui crescita è raddoppiata in due anni), poi Twitter e così via. “Il loro valore non è solo funzionale, ma anche simbolico: attraverso i social filtro il mondo, mi esprimo” spiega Valerii. E se il pericolo è quello di un’informazione distorta, volatile, appiattita sui propri interessi e costantemente preda delle fake news, dai social stessi arriva una mano tesa per provare ad arginare questi pericoli. Facebook, ad esempio, ha annunciato di volersi affiancare anche in Italia alle fonti autorevoli di informazione per “contrastare chi fa soldi con le notizie false e le pubblicità ingannevoli”.

Come andrà a finire? Per gli autori del report non è ancora possibile fare previsioni. Quel che è certo, dicono, è che l’immaginario collettivo sta cambiando, con internet e i social quali elementi di rottura, mentre i vecchi valori cominciano ad essere scalzati. Così, se tra i fattori ritenuti più centrali per la società italiana di oggi il “posto fisso” si trova ancora in cima alla classifica (con il 38,5 per cento delle opinioni), la ricerca mostra come sia subito tallonato proprio dai social network (con il 28,3 per cento). Segue la casa di proprietà (26,2 per cento) e, quasi a pari merito, lo smartphone (25,7 per cento). “La fase che viviamo si caratterizza come transitoria, per cui nel corpo sociale coesistono valori vecchi e nuovi, offline e online" spiega Valerii. Se però andiamo a guardare i più giovani, la trasformazione dei “miti della contemporaneità” attraverso internet e i social – così come la cosiddetta “frattura generazionale” – si fanno ancora più nette, nel segno di un individualismo mai così marcato: è così che, per i ragazzi tra i 14 e i 29 anni, il selfie o la cura del corpo vengono citati come tra i fattori centrali della società (21,6 per cento e 23,1 per cento), mentre ad esempio l’avere un buon titolo di studio soltanto dal 14,9 per cento.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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