Bombe italiane nel conflitto in Yemen: la Farnesina chiarisca

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Bomba Blu-109 B/B inesplosa trovata dopo un raid aereo saudita in Yemen - Foto di Ammar Al-Aulaq

Dallo scorso marzo in Yemen si sta consumando un atroce conflitto ignorato da gran parte dei maggiori media italiani (con qualche rara eccezione come Famiglia Cristiana che vi ha dedicato diversi articoli). Dall’inizio dell’intervento militare della coalizione, guidata dall'Arabia Saudita per contrastare l’avanzata del movimento sciita zaidista Houthi che lo scorso gennaio con un colpo di Stato ha attaccato il palazzo del governo, sciolto il Parlamento ed esautorato il Presidente Rabbo Hadi, sono quasi 4000 i morti e 20mila feriti, di cui circa la metà tra i civili. Un intervento militare che sta conducendo – come riportano le Nazioni Unite - ad una catastrofe umanitaria con oltre un milioni di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. Human Right Watch, che già a giugno ha diffuso un rapporto sugli attacchi aerei della coalizione, ha definito i bombardamenti aerei sauditi, che hanno spesso avuto come obiettivo zone residenziali non militari, come “possibili crimini di guerra” e ha chiesto al Consiglio per i diritti umani dell’Onu di inviare una commissione d’inchiesta. Anche Amnesty International ha ripetutamente stigmatizzato i bombardamenti aerei sauditi sottolineando che e la coalizione non fatto nulla per prevenire i propri attacchi indiscriminati su aree popolate dai civili.

L’intervento militare a guida saudita non ha mai ricevuto il consenso da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che con la Risoluzione 2216 del 14 aprile 2015 (qui in .pdf) ha condannato l’azione del movimento Houthi ed ha imposto nei suoi confronti l’embargo di armi. “In questo modo – ha commentato Mego Terzian, presidente della sezione italiana di Medici senza Frontiere – la coalizione militare ha avuto carta bianca per bombardare tutte le infrastrutture - come strade, aeroporti e pompe di benzina - che potevano avvantaggiare i ribelli dal punto di vista militare e imporre restrizioni sul commercio aereo e marittimo che hanno rapidamente isolato l’intero paese dal mondo esterno. È del tutto evidente che la Risoluzione ha scelto il target sbagliato perché, lungi dal ‘porre fine alla violenza’, ha alimentato gli appetiti belligeranti delle varie parti del conflitto e ha stretto la morsa sulla popolazione” – ha aggiunto Terzian.

Un intervento militare che è stato sostenuto in sede Onu dagli Stati Uniti ed anche dal Regno Unito e dalla Francia, ma dal quale l’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini ha preso chiaramente le distanze fin dall’inizio affermando che “l’azione militare non è la soluzione”. “La popolazione civile dello Yemen, già provata da condizioni di vita terribili, è la prima vittima dell’attuale escalation militare” – ha aggiunto Mogherini nella sua dichiarazione del 26 marzo scorso – evidenziando che “la situazione già fragile nel paese e rischia di avere gravi conseguenze regionali”.

Le bombe italiane e il conflitto in Yemen

Due inchieste hanno portato alla luce il probabile utilizzo nei bombardamenti in Yemen da parte dell’Arabia Saudita di bombe prodotte ed esportate dall’Italia dalla RWM Italia. La prima è un’ampia inchiesta del giornalista irlandese Malachy Browne per il sito di informazione Reported.ly tradotta in italiano da “Il Post”; la seconda, pubblicata alcuni giorni dopo sul sito di Famiglia Cristiana, è firmata da Luigi Grimaldi.

L’inchiesta di Reported.ly

L’inchiesta di Reported.ly ha ricostruito diversi fatti, due in particolare. Innanzitutto, sulla base di documenti sottratti da un gruppo di hacker che si fa chiamare “Yemen Cyber Army” ha ricostruito la spedizione di componenti di bombe dall’Italia agli Emirato Arabi Uniti, paese che fa parte della coalizione militare intervenuta in Yemen: si tratta di componenti di bombe MK 82 e MK84 spediti lo scorso 2 maggio da Genova con la nave Jolly Cobalto negli Emirati dalla RWM Italia S.p.A., azienda del gruppo tedesco Rheinmetall con sede a Ghedi in provincia di Brescia e stabilimento a Domusnovas in Sardegna. I componenti sarebbero poi stati assemblati dall’azienda Burkan Munitions Systems per le forze armate degli Emirati Arabi Uniti. Della autorizzazione per questa esportazione dall’Italia non risulta traccia nelle Relazioni ufficiali della Presidenza del Consiglio rese note fino marzo scorso: per questo Reported.ly – su mia indicazione – segnala che è possibile “che la licenza per l’esportazione del carico spedito nel maggio del 2015 sia così recente da non essere ancora stata pubblicata, o è possibile che le bombe siano state esportate all’interno di un accordo militare bilaterale e non incluse tra le informazioni rese disponibili al pubblico”. Non si tratta comunque della prima spedizione dall’Italia di queste bombe: già nel 2011, ad esempio, il Ministero degli Esteri ha autorizzato alla RWM Italia l’esportazione agli Emirati Arabi Uniti di 300 bombe 500LB MK82 vuote e di 200 bombe 2000LB MK84 vuote per un valore complessivo di oltre 3 milioni di dollari.

Il secondo, realizzato col mio contributo per conto dell’Osservatorio OPAL di Brescia, documenta l’invio dall’Italia all’Arabia Saudita di bombe della RWM Italia: si tratta, nello specifico, di 1000 bombe 500LB MK82 inerte e 300 bombe 2000LB MK84 inerte per complessivi € 8.500.000 tutte prodotte dalla RWM Italia di Ghedi (Rheinmetall Group) la cui esportazione è stata autorizzata nel 2012 dal governo Monti: di questa autorizzazione avevo già fornito documentazione – in anteprima nazionale – sul sito di Unimondo nel luglio del 2013. Ho inoltre segnalato a Malachy Browne la presenza nelle Relazioni governative italiane di autorizzazioni all’esportazione nel 2013 e nel 2014 a RWM Italia di bombe MK83 tra cui soprattutto una rilasciata nel 2013 del valore di € 62.240.750 per 3.650 bombe 1000 LB MK83 attiva completa di anelli di sospensione (che Reported.ly ha segnalato nell’inchiesta e riportato nella documentazione allegata all’articolo, qui in .pdf): date le modifiche apportate alla Relazione ufficiale (o meglio, le sottrazioni di informazioni), non è possibile rintracciare il paese destinatario. Tutta questa documentazione è stata in parte ripresa da un’interrogazione parlamentare presentata da Giulio Marcon e altri membri del gruppo di SEL alla quale non mi risulta che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale (MAECI) abbia al momento risposto.

L’inchiesta di Famiglia Cristiana

La seconda inchiesta, a firma di Luigi Grimaldi per Famiglia Cristiana riporta alcune delle informazioni già rese note da Reported.ly ma ne aggiunge di nuove, importanti, ma non tutte precise. Innanzitutto Grimaldi segnala, riportando alcune fotografie diffuse tramite Twitter da residenti nella capitale yemenita Sana’a (ed in particolare da Ammar Al-Aulaqi, titolare dell’account twitter: @ammar82) il ritrovamento di “ordigni inesplosi” come la bomba aerea Blu-109/B caricata con l'esplosivo Pbxn-109 notando che si tratta dello stesso tipo di ordigno prodotto dalla RWM Italia (al riguardo - aggiungo - si veda la documentazione sul sito dell'AIAD, qui in .pdf e qui la foto). A parte la questione dell’uranio impoverito in cui non entro nel merito (si veda al riguardo la documentazione fornita da GlobalSecurity qui e qui) la foto, se interpreto correttamente la sigla 001, sarebbe di fabbricazione statunitense (si veda la spiegazione qui).

Grimaldi inoltre afferma che La RWM Italia dispone sin dal 2013 di un’autorizzazione di temporanea importazione, (quindi finalizzata all'esportazione, risalente al tempo del governo Letta) di 480 bombe Blu-109 da 870 chilogrammi all'uranio impoverito, per un fatturato massimo di 60 milioni di euro”. Questa informazione non è precisa, innanzitutto perché l’autorizzazione alla “temporanea importazione” da parte del Ministero degli Affari Esteri (MAE) non è del 2013 ma è del 2011 (riportata nella Relazione consegnata al Parlamento dal governo Monti nell’aprile 2012, si veda qui) e riguarda non 480 ma 1.000 bombe da 2000 LB (libbre) Blu 109 vuote e 5.000 relativi ricambi per un valore complessivo - si noti la cifra - di 30 milioni di euro esatti. Singolarmente però – e anche su questo andrebbe fatta una specifica interrogazione parlamentare – nella documentazione fornita dall’Agenzia delle Dogane sia relativamente all’anno 2011 sia per gli anni 2012 e 2013 quei 30 milioni di euro diventano 60 milioni di euro e riguardano una prima “importazione temporanea” nel 2011 da parte di RWM Italia di 144 bombe da 2000 LB Blu 109 vuote e relativi ricambi per un valore di € 4.430.901,62 (si veda qui), una seconda nel 2012 per 480 bombe e ricambi per un valore di € 7.213.115,41 (si veda qui) ed una terza “importazione temporanea” nel 2013 per 91 bombe e relativi ricambi per un valore di soli € 5.663,06 (si veda qui). Non risultano, fino al 2014 (ultimo anno disponibile) ulteriori importazioni temporanee relativamente a questa autorizzazione: nell’insieme quindi si tratta di 635 bombe e/o relativi ricambi. Stando all’autorizzazione rilasciata dal MAE per l’importazione di queste 1000 bombe inerti e relativi ricambi (30 milioni di euro) il valore di un singolo ordigno è di 30mila euro: un valore che appare alto considerato che il sito bga-aeroweb.com riporta come prezzo poco più di 31mila dollari a ordigno attivo, ma che può essere giustificato dai "5000 ricambi" annessi alla commessa

Ma, a parte quello che è stato importato da RWM Italia, ciò che conta è quello che è stato effettivamente esportato di questo tipo di bombe all’Arabia Saudita. L’unica documentazione rintracciabile nelle ultime Relazioni governative italiane è una autorizzazione rilasciata dal Ministero degli Esteri (MAE 24291) nel 2012, durante il governo Monti, per 600 bombe 2000LB Blu 109 attiva per un valore di € 15.600.000 e relativo set di manuali (si veda qui): un’autorizzazione che per primo ho reso nota nel mio articolo per Unimondo (*). Bombe che già a partire dal 2012 – e questo è un fatto nuovo che aggiungo adesso – cominciarono ad essere esportate verso l’Arabia Saudita: la relazione dell’Agenzia delle Dogane riporta infatti esportazioni nel 2012 di 400 bombe per un valore di €10.400.000 (si veda qui) e nel 2013 di altre 200 bombe per un valore di € 5.200.000 (si veda qui). Questi dati sono inequivocabili e, in sintesi, certificano che il governo Monti ha autorizzato a RWM Italia l’esportazione verso l’Arabia Saudita di almeno 600 bombe 2000LB Blu 109 attiva per un valore di € 15.600.000: esportazioni che sono avvenute nei due anni suddetti. Il valore di un singolo ordigno è quindi di 26mila euro e risulta stranamente inferiore a quello rilasciato dal MAE per l’importazione temporanea delle stesso tipo di bombe però inattive (30mila euro): una discrepanza che il MAE (e l’azienda RWM Italia) dovrebbe chiarire al Parlamento.

Quelle della RWM Italia sono, comunque, solo una parte delle rilevanti esportazioni di sistemi militari italiani verso l’Arabia Saudita: come mostra una infografica da me curata per OPAL (qui in .pdf) che ho illustrato in una conferenza stampa promossa da Rete Disarmo alla Camera lo scorso 9 luglio, l’Arabia Saudita insieme ad altri paesi del Medio Oriente è diventata negli ultimi anni tra i maggiori acquirenti dei sistemi militari, tra cui le bombe, “made in Italy”.

Continuano i bombardamenti, scarseggiano gli aiuti

Intanto continuano i bombardamenti aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita in Yemen: come riporta il sito di Onu Italia vi è un raid aereo ogni dieci minuti. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha incontrato alla Farnesina il suo omologo saudita, Adel Al-Jubeir, ma la crisi umanitaria dello Yemen e gli indiscriminati bombardamenti aerei sauditi sulla popolazione civile non pare siano stati al centro dei colloqui considerato che né la Farnesina né le agenzie di stampa ne hanno fatto menzione. Di fronte alla gravissima emergenza umanitaria e alimentare in Yemen la Cooperazione italiana, cioè il Ministero degli Esteri (MAECI), ha destinato un “contributo volontario” ridicolo: si tratta di 500mila euro destinati al Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) per il sostegno alle attività di protezione e prima assistenza. Nel frattempo continua l’invio di bombe italiane ai paesi del Golfo: il business delle armi prosegue indisturbato anche per la continua sottrazione di informazioni al Parlamento e alla società civile.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

Ulteriori informazioni sulle esportazioni di bombe italiane all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti e un file di documentazione sono pubblicati nell'articolo "Bombe italiane nel conflitto in Yemen: nuove informazioni" (18 agosto 2015) 

(*) Anche su questo la comunicazione di Grimaldi è imprecisa perché attribuisce ad “Archivio Disarmo” un dato di cui sono la fonte originaria nel mio articolo per Unimondo riprodotto alla lettera, per quanto riguarda le esportazioni di sistemi militari italiani all’Arabia Saudita e altri passaggi, nella ricerca di Archivio Disarmo (qui in .pdf: si veda p. 7).

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