Bersagli Senza Frontiere?

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Foto: @MSF

Il 2016 inizia come era finito il 2015: con l’ennesimo attacco aereo ad una clinica gestita da Medici Senza Frontiere (MSF), questa volta nel nord dello Yemen. Il numero di morti causati dal bombardamento dell'ospedale di Shiara a Razeh lo scorso 10 gennaio è salito a sei, dopo che un paziente gravemente ferito è morto sabato nell'ospedale MSF di Saada, dopo essere stato in terapia intensiva per sei giorni. Pochi giorni prima nello Yemen meridionale un'altro attacco ha ferito nove persone, comprese due membri dell’équipe di MSF. I medici della ong lavorano, dall’inizio dell’attuale crisi a marzo 2015, in otto governatorati dello Yemen (Sana’a, Sa’ada, Aden, Taiz, Amran, Al Dhale, Ibb e Hajja) ed hanno trattato più di 16.000 feriti di guerra fornendo servizi sanitari, non solo di emergenza, ad un sistema sanitario nazionale a mala pena funzionante. Tuttavia, nonostante il bombardamento di civili e ospedali sia una violazione del diritto internazionale umanitario “Secondo fonti locali, alle ore 11.20 del 2 dicembre scorso, tre attacchi aerei hanno colpito un parco nel distretto di Al Houban, nella città di Taiz, a 2 km dalla clinica di MSF” ha spiegato l’ong. L’équipe di MSF “ha immediatamente evacuato la clinica e informato la coalizione che i loro aerei stavano sferrando un attacco nei pressi dell’ospedale”, ma forse e non per caso (ma questo è il maligno pensiero dello scrivente giornalista), la stessa clinica è finita sotto attacco.

Da due mesi la clinica ad Al Houban, realizzata da MSF in una tensostruttura, forniva cure mediche d’emergenza alle persone sfollate a causa del recente conflitto. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita era stata informata sulla posizione esatta e sulle attività portate avanti da MSF ad Al Houban. “Le coordinate GPS delle strutture mediche sono state regolarmente condivise con la coalizione il 29 novembre, quando è stata informata su questa specifica attività ad Al Houban”, ha affermato Jerome Alin, capo missione di MSF in Yemen. Ma non è bastato. I 9 feriti, due dei quali in condizioni critiche, sono stati trasferiti negli ospedali di Al Qaidah e Al Resalah che MSF supporta da mesi nel trattamento dei feriti di guerraUna sorte simile è toccata l’ottobre scorso a un’altra struttura sanitaria supportata da MSF sempre in Yemen. Il 27 ottobre, l’ospedale di Haydan è stato bombardato dalla coalizione a guida dell'Arabia Saudita. Grazie a un’immediata evacuazione, in questo caso, non ci sono state vittime tra i medici e i pazienti, ma l’intera popolazione della provincia di Sa’da è rimasta priva dell'unico centro ospedaliero a loro disposizione.

La tragica contabilità che vede colpito un ospedale al mese non ha saltato il novembre 2015, quando un altro centro medico supportato da MSF è stato colpito e completamente distrutto da due attacchi aerei. Un bombardamento “doppio” su un ospedale in una zona assediata nel nord del governatorato di Homs, in Siria, che ha causato 7 morti, la parziale distruzione dell’ospedale e un afflusso di 47 pazienti feriti con la necessità di essere trasferiti nei vicini ospedali da campo, alcuni dei quali morti lungo il percorso. È accaduto sabato 28 novembre, “un barile bomba - ha spiegato MSF - è stata sganciato da un elicottero su un’area popolata della città di Al Zafarana, a nord est della città di Homs, in Siria”. In seguito all’afflusso di feriti in massa, questi pazienti sono stati ricoverati nell’ospedale di Al Zafarana. Poco dopo, un’altro barile bomba si è abbattuta vicino all’ospedale, causando danni all’apparecchio di dialisi renale. “40 minuti più tardi, intorno alle 10:30, ora locale, quando i feriti a causa della prima bomba sono stati curati in ospedale, altre due barili bomba sono stati sganciati proprio all'ingresso principale, uccidendo un passante, ferendo 31 dei pazienti sotto trattamento e il personale medico, compresi i due paramedici che lavorano per il servizio di ambulanza della Protezione civile siriana, uno dei quali ha subito gravi lesioni alla testa”.

In totale, i bombardamenti che hanno interessato l’area dell’ospedale, hanno ucciso sette persone e ne hanno ferito 47. La metà dei feriti, 23 su 47 persone, erano bambini sotto i 15 anni e donne. “Questo attacco mostra tutti i segni di un bombardamento doppio, durante il quale una zona viene bombardata e, dopo, un secondo bombardamento colpisce le squadre di soccorso o l’ospedale più vicino che fornisce le cure”, ha riferito Brice de le Vingne, direttore delle operazioni di MSF. Questo ospedale di fortuna, oggi parzialmente distrutto, rappresentava un’ancora di salvezza per fornire cure a circa 40.000 persone nella città Al Zafarana e nei dintorni. “È già una tragedia che sette persone, tra cui una bambina, siano state uccise, ma se l’ospedale è costretto a chiudere o a ridurre le attività, si tratta di una doppia tragedia per le persone che vivono sotto la minaccia permanente della guerra, con nessun altro a cui rivolgersi per l’assistenza medica” ha detto all’indomani dell’attacco De le Vingne. 

L’aumento di questi attacchi ad ospedali, con un numero elevato di civili deceduti, tra cui donne, bambini e personale medico, è iniziato lo scorso 3 ottobre con l’attacco aereo degli Stati Uniti che ha distrutto il centro traumatologico a Kunduz, in Afghanistan. Martedì 12 dicembre, con il decesso di uno dei feriti, l’attacco militare ha aggiornato la tragica contabilità dei morti che è salita a 42 persone. Le cifre rivedute comprendono i 14 membri dello staff di MSF uccisi, così come 24 pazienti e quattro parenti che fornivano assistenza supplementare ed anche qui come in Siria, la guerra ha privato l’area di uno dei pochi centri di traumatologia funzionanti nel nord dell'Afghanistan, che dal 2011 aveva curato più di 68.000 pazienti. 

Dall’Afghanistan allo Yemen, passando per la Siria “le strutture sanitarie sono diventate ormai dei veri e propri obiettivi militari, in completa violazione di tutte le norme e i principi del diritto internazionale umanitario” ha ricordato lo scorso novembre Loris De Filippi, Presidente di Medici Senza Frontiere. Ma gli eserciti e i governi si sentono ancora legati a quel vincolo di rispetto verso le strutture sanitarie attive nelle zone di conflitto? Ospedali e centri medici resistono ancora come intoccabili santuari umanitari nei contesti di guerra? “In gioco non c'è solo il rispetto del diritto internazionale umanitario e degli obblighi posti dalle Convenzione di Ginevra, che prevedono una protezione speciale per le strutture sanitarie. In gioco ci sono le stesse regole fondamentali su cui è costruita la nostra civiltà. L’ospedale è il luogo dove si radunano le persone più vulnerabili in tempo di guerra, i malati e i feriti. È un luogo di speranza, uno spazio di umanità che resiste dentro un caos criminale e assassino. Attaccare un ospedale è una barbarie comparabile alle peggiori ingiustizie dei tempi moderni” ha concluso De Filippi. Per queste ragioni, crediamo che sia responsabilità di ciascuno di noi di mobilitarci e domandare con forza ai governi e ai gruppi armati non statali di rispettare le regole della guerra e garantire protezione alle strutture sanitarie, oltre che investigazioni chiare ed indipendenti in casi come questi

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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