“Adotta un danese”: l’Africa che si prende cura degli anziani europei

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Foto: Ong2zero.org

Jackson Nouwah è il fondatore della AADF. Niente di strano se il nome non vi dice nulla: è il prezzo che paga una cooperazione internazionale di serie B avviata da un mondo valutato di serie B, quello a Sud dell’Europa, nell’Africa nera. Eppure è proprio lì che il signor Nouwah ha creato la Adopt A Dane Foundation (in sigla AADF), ossia la “Fondazione Adotta un Danese” per rispondere al bisogno sempre più pressante degli anziani dello Stato scandinavo di assistenza e compagnia, insomma di vivere una esistenza piena anche nell’avanzare dell’età. “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi” ha affermato Nouwah con le lacrime agli occhi ricordando le ragioni che lo hanno indotto all’istituzione della Fondazione. Più in generale, la sua dichiarazione risulta una lucida valutazione del mondo occidentale e dei suoi valori mercificati, che hanno di fatto relegato gli anziani a “merce improduttiva”, da chiudere in case di riposo, da abbandonare a se stessi nella solitudine, da escludere dai processi decisionali e sociali. È appunto dalla rilevazione di questo fondamentale bisogno che è nata la Fondazione africana, al motto “Lasciate che ci prendiamo cura di loro”.

Sarebbe bello se qualcuno si prendesse più cura degli anziani, sarebbe strano se lo facesse una fondazione africana promettendo di far condurre agli attempati vecchietti trasferitisi in Africa una vita ben più divertente e gratificata. Non accade infatti. La AADF non è nient’altro che un’invenzione, una costruzione abilmente, ma soprattutto ironicamente, prodotta a livello comunicativo dalla radio danese DR-P3 e dalla ong Danmarks Indsamling. “Migliaia di anziani danesi hanno bisogno di una nuova casa, Africa apri il tuo cuore”, è stato il messaggio rimbalzato nelle ultime settimane online e sulla radio. Un appello rivolto in primis alla Danimarca che sta facendo parlare molto di sé in merito alla stretta sulla questione migranti.

Dopo aver reintrodotto al pari di Austria, Germania, Francia, Norvegia e Svezia i controlli alle frontiere per contrastare i flussi migratori provenienti da sud, con buona pace del Trattato di Schengen, il Parlamento danese ha approvato lo scorso 26 gennaio una norma che sancisce il sequestro di parte dei beni dei richiedenti asilo. Giustificata come una decisione dettata da ragioni finanziarie, ossia far fronte con tali beni alle spese per l’accoglienza dei migranti, il provvedimento si inquadra in una più generale politica di chiusura promossa da una coalizione di centro-destra guidata dal liberale Lars Løkke Rasmussen e supportata esternamente anche dal nazionalista e xenofobo Partito del Popolo (Dansk Folkeparti, DF). Proprio i ridotti numeri della maggioranza decretata dalle elezioni dello scorso giugno rendono l’appoggio del DF, e le sue campagne, determinanti per l’azione di governo.

Fin dalla sua proposizione, la norma ha suscitato aspre critiche tanto in patria quanto negli altri Paesi dell’UE, non sopite dalla spiegazione governativa secondo cui le misure previste mettono i migranti nella stessa condizione dei danesi senza lavoro, che per accedere al sussidio di disoccupazione devono vendere tutti i loro beni di valore superiori a 10mila corone (circa 1.350 euro). In Italia, laddove la notizia dell’approvazione della legge danese è coincisa con la vigilia del Giorno della Memoria, istituito a ricordo perenne della Shoah, in molti ha richiamato alla mente le immagini e i racconti delle spoliazioni decretate dai nazisti ai danni degli ebrei e delle altre vittime dello sterminio deportati nei campi di concentramento. Se l’organizzazione Amnesty International tuona contro un’altra norma del pacchetto approvato dal Parlamento danese che rende più complessi i ricongiungimenti familiari e il Consiglio d’Europa aveva già espresso preoccupazione, se non sgomento, prima della sua approvazione per una normativa che risulterebbe contraria alle disposizioni in materia di diritti umani, la Commissione europea ha invece semplicemente comunicato che la confisca dei beni ai richiedenti asilo “è compatibile” con la normativa internazionale “solo se è proporzionata e necessaria”. Peraltro la pratica della confisca dei beni è già impiegata dal 1992 in Svizzera e, sul modello danese, sancita anche nei länder tedeschi di Baviera e Baden-Württenberg.

Dinanzi a questa situazione e con una previsione per il 2016 di 20.000 richiedenti asilo in Danimarca, è proprio un video ironico quale quello della fantomatica Adopt a Dane Foundation a inviare un chiaro messaggio a tutti quegli europei che si lamentano di continuo per i soldi sborsati per progetti di cooperazione internazionale anziché per i bisogni dei cittadini. “Migliaia di danesi stanno scrivendo su facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa” esordisce nel filmato l’attore-presidente della AADF. Gli africani nel video si organizzano dunque per far fronte a questo bisogno prioritario di cura degli anziani danesi del Paese scandinavo, le cui condizioni di vita sono ritenute di gran lunga peggiori del fatto di “avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica”, e si preparano ad accoglierli “con il calore” e l’affetto che merita chi si trova in difficoltà.

È fine il testo espresso nel video; alla pronta risposta a chi individua una soluzione alle attuali migrazioni in Europa nella chiusura delle frontiere e nella garanzia di diversificate scale di benessere per individui di serie A e serie B, si affianca la critica all’ipocrisia dei donors europei che finanziano progetti di cooperazione e sviluppo sul continente africano ma negano poi un aiuto agli stessi sui propri territori nazionali. Le foto dei bambini africani guidano l’azione di supporto di molte realtà solidali, perché le immagini degli anziani danesi non dovrebbero allora indurre gli africani ad agire con altrettanta “intraprendenza” in Europa?

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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