Movimenti sociali in America latina

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Raul Zibechi, giornalista uruguayano del settimanale Brecha, è ricercatore e docente della Multiversità francescana dell'America latina a Montevideo

I movimenti sociali del nostro continente stanno percorrendo nuove strade, che li separano dal vecchio movimento sindacale e dai nuovi movimenti dei Paesi centrali. Simultaneamente cominciano a costruire un mondo nuovo nelle brecce che hanno aperto nel modello di dominazione. Sono le risposte al terremoto sociale provocato dall'ondata neoliberale degli anni '80, che ha sconvolto i modi di vita dei settori popolari, dissolvendo e scomponendo le forme di produzione e riproduzione, territoriali e simboliche, che ne configuravano l'ambiente e la quotidianità. Tre grandi correnti politico-sociali nate in questa regione conformano lo scheletro etico e culturale dei grandi movimenti: le comunità ecclesiali di base legate alla teologia della liberazione, l'insurrezione indigena portatrice di una cosmovisione diversa da quella occidentale, e il guevarismo ispiratore della militanza rivoluzionaria. Queste correnti di pensiero e azione convergono, dando luogo a un arricchente "meticciato", che è uno dei tratti caratteristici dei movimenti latinoamericani. Dall'inizio degli anni '90, la mobilitazione sociale ha rovesciato due presidenti in Ecuador e Argentina, uno in Paraguay, Perù e Brasile, e ha sbaragliato i corrotti regimi di Venezuela e Perù. In vari Paesi ha frenato o ritardato i processi di privatizzazione, promuovendo massicce manifestazioni di piazza a volte sfociate in insurrezioni. Così i movimenti hanno costretto le élite a negoziare, contribuendo inoltre all'insediamento di governi progressisti in Venezuela, Brasile ed Ecuador.

Una svolta di grande portata
Fino agli anni '70, l'azione sociale ruotava intorno alla rivendicazione di diritti nei confronti degli Stati, alla creazione di alleanze con altri settori sociali e partiti, allo sviluppo di lotte per modificare i rapporti di forza nazionali. Gli obiettivi si plasmavano in programmi che orientavano l'attività di movimenti costruiti in relazione ai ruoli strutturali dei membri. L'azione sociale perseguiva l'accesso allo Stato per cambiare i rapporti di proprietà e ciò giustificava forme "statocentriche" di organizzazione, basate su centralismo, divisione tra dirigenti e diretti, struttura piramidale. Verso la fine degli anni '70 acquistarono forza altre linee di azione, che riflettevano i profondi cambiamenti introdotti dal neoliberismo nella vita quotidiana dei settori popolari. I movimenti più significativi (Sem Terra e seringueiros in Brasile, indigeni in Ecuador, neozapatisti in Messico, "guerrieri dell'acqua" e cocaleros in Bolivia, disoccupati in Argentina) hanno tratti comuni, poiché rispondono a problematiche che attraversano tutti gli attori sociali del continente.

Buona parte di queste caratteristiche comuni derivano dalla territorializzazione, cioè dal radicamento in spazi fisici recuperati o conquistati attraverso lotte aperte o sotterranee. È la risposta dei poveri alla crisi della vecchia territorialità della fabbrica e dell'azienda agricola, e alla riformulazione da parte del capitale delle vecchie forme di dominio. La deterritorializzazione produttiva mise in crisi i vecchi movimenti, indebolendo soggetti che videro evaporare le territorialità in cui avevano conquistato potere e senso. La sconfitta aprì un periodo di riassestamenti, che si plasmarono, tra l'altro, nella riconfigurazione dello spazio fisico, con la riubicazione attiva dei settori popolari in nuovi territori spesso ai margini delle città.

Il radicamento territoriale è la strada percorsa dai Sem Terra, mediante la creazione di un'infinità di piccoli isolotti autogestiti; dagli indigeni ecuadoriani, che hanno allargato le proprie comunità fino a ricostruire i loro ancestrali "territori etnici", e dagli indios chiapanechi che hanno colonizzato la selva Lacandona. Tale strategia, nata nelle campagne, ha cominciato a imporsi tra i disoccupati urbani: gli esclusi hanno creato insediamenti nelle periferie delle grandi città mediante l'occupazione di terreni. In tutto il continente, diversi milioni di ettari sono stati recuperati o conquistati dai poveri, mettendo in crisi le territorialità istituite e rimodellando gli spazi fisici della resistenza. Dai loro territori, i nuovi attori inalberano progetti a lungo termine, tra i quali spicca la capacità di produrre e riprodurre la vita, mentre stabiliscono alleanze con altri segmenti dei settori popolari e dei ceti medi. L'esperienza dei piqueteros argentini è significativa, essendo uno dei primi casi in cui un movimento urbano dà rilevanza alla produzione materiale.

Autonomi e autodidatti
La seconda caratteristica comune è che cercano l'autonomia dagli Stati e dai partiti, sulla base della crescente capacità dei movimenti di garantire la sussistenza dei propri membri. Solo mezzo secolo prima gli indigeni "conciertos" (quelli che nella regione andina avevano "concertato" col proprietario terriero un accordo che prevedeva un rapporto servile e un salario in natura) che vivevano nelle fattorie, gli operai di fabbrica e i minatori, i sottoccupati e i disoccupati, dipendevano completamente dai padroni e dallo Stato. Invece gli abitanti delle comunità, i cocaleros, i contadini senza terra e sempre più i piqueteros argentini e i disoccupati urbani, costruiscono la propria autonomia materiale e simbolica.

In terzo luogo lavorano per la rivalutazione della cultura e l'affermazione dell'identità dei loro popoli e settori sociali. La politica di affermare le differenze etniche e di genere, rilevante nei movimenti indigeni e di donne, inizia a essere apprezzata pure dai vecchi e nuovi poveri. L'esclusione di fatto dalla cittadinanza, pare indurli a cercare di costruire un altro mondo partendo dal luogo che occupano, senza perdere le proprie specificità. I movimenti tendono a superare il concetto di cittadino, avendo scoperto negli ultimi decenni che ha senso solo se ci sono esclusi.

La quarta caratteristica comune è la capacità di formare i propri intellettuali. Il mondo indigeno andino aveva perso la propria intellettualità nella repressione delle rivolte anticoloniali della fine del XVIII secolo, e il movimento operaio e popolare dipendeva da intellettuali che gli trasmettevano l'ideologia socialista "dal di fuori", secondo il modello leninista. La lotta per la scolarizzazione ha permesso agli indigeni di appropriarsi di strumenti prima usati solo dalle élite e si è tradotta nella formazione di professionisti indigeni e delle classi popolari, una piccola parte dei quali resta legata, sul piano culturale, sociale e politico, ai settori d'origine. Parallelamente, segmenti dei ceti medi con un'istruzione di livello secondario e a volte universitario, sono precipitati nella povertà. Così nei settori popolari compaiono persone con nuove conoscenze e capacità che facilitano l'autorganizzazione e l'autoformazione.

Protagonismo delle donne e impegno ecologista
Il nuovo ruolo delle donne è il quinto tratto comune. Donne indigene sono deputate, comandanti e dirigenti sociali e politiche; donne contadine e piqueteras occupano posti di rilievo nelle proprie organizzazioni. Questa è solo la parte visibile di un fenomeno molto più profondo: le nuove relazioni instauratesi tra i generi nelle organizzazioni sociali e territoriali emerse dalla ristrutturazione degli ultimi decenni. Nelle attività legate alla sussistenza dei settori popolari e indigeni, donne e bambini sono decisivi. L'instabilità delle coppie e la frequente assenza degli uomini hanno trasformato la donna nell'organizzatrice dello spazio domestico e nel punto di coagulo delle relazioni che si tessono attorno alla famiglia, divenuta in molti casi unità produttiva in cui la quotidianità lavorativa e familiare tendono a fondersi.

Il sesto tratto condiviso è la preoccupazione per l'organizzazione del lavoro e il rapporto con la natura. Anche quando la lotta per la riforma agraria o il recupero delle fabbriche chiuse appare al primo posto, gli attivisti sanno che la proprietà dei mezzi di produzione non risolve la maggior parte dei loro problemi. Vedono terra, fabbriche e insediamenti come spazi in cui produrre senza padroni né capoccia, e promuovere rapporti egualitari e orizzontali con scarsa divisione del lavoro, basati su nuove relazioni di produzione che non generino alienazione né depredino l'ambiente. I movimenti odierni rifiutano l'organizzazione taylorista (gerarchizzata, con una divisione di compiti tra chi dirige e chi esegue), in cui i dirigenti erano separati dalla base. Le loro forme organizzative tendono a riprodurre la vita quotidiana, familiare e comunitaria, assumendo spesso la forma di reti di autorganizzazione territoriale. Nella rivolta aymara del 2000 in Bolivia l'organizzazione comunale era il punto di partenza e il sostegno della mobilitazione, perfino nel sistema dei "turni" per garantire i blocchi stradali, e si trasformava nello scheletro del potere alternativo. Le ripetute sollevazioni ecuadoriane avevano la stessa base, come ricorda Francisco Hidalgo: "Arrivano uniti, restano compatti nella 'presa di Quito', neppure nelle manifestazioni si sciolgono o disperdono". Tale descrizione si può applicare pure al comportamento dei Sem Terra e dei piqueteros nelle grandi mobilitazioni.

Infine, le azioni strumentali del passato, il cui esempio migliore è lo sciopero, tendono a essere sostituite da forme autoaffermative, con cui i nuovi attori si rendono visibili e riaffermano la propria identità. Le "prese" delle città da parte degli indigeni rappresentano la riappropriazione, materiale e simbolica, di uno spazio "altrui" per dargli contenuti diversi. L'occupazione di un terreno segna, per il contadino senza terra, l'uscita dall'anonimato. I piqueteros sentono che l'unico luogo in cui la polizia li rispetta è nel blocco stradale e le Madri di Piazza di Maggio prendono il nome dallo spazio che fecero proprio 25 anni fa e in cui depositano le ceneri delle compagne.

Le nuove territorialità sono il tratto più importante dei movimenti latinoamericani, che sta dando loro la possibilità di rovesciare una sconfitta strategica. A differenza del vecchio movimento operaio e contadino (in cui erano sussunti gli indios), promuovono un nuovo schema di organizzazione dello spazio geografico, in cui nascono pratiche e relazioni sociali nuove. La terra non è considerata solo un mezzo di produzione, superando una concezione economicista. Il territorio è lo spazio in cui si edifica collettivamente una nuova organizzazione sociale, dove i soggetti, appropriandosene sul piano materiale e simbolico, si istituiscono.

Nuove sfide
Sebbene buona parte dei gruppi di base restino aggrappati al territorio e istaurino relazioni prevalentemente orizzontali, l'articolazione dei movimenti, al di là di ambiti locali e regionali, pone problemi tuttora irrisolti. Persino organizzazioni consolidate come la Confederazione delle nazionalità indigene dell'Ecuador (Conaie) hanno avuto problemi con i leader eletti come deputati. Durante la breve "presa del potere" del gennaio 2000 si registrò una spaccatura significativa tra base e dirigenti che parvero abbandonare il progetto storico dell'organizzazione. Stabilire forme di coordinamento inclusive e permanenti presuppone entrare nel terreno della rappresentanza, il che pone i movimenti davanti a questioni di difficile soluzione allo stadio attuale delle lotte sociali. In certi periodi non possono permettersi di fare concessioni alla visibilità o rifiutare di intervenire sulla scena politica. Il dibattito sulla scelta tra un'organizzazione centralizzata e molto visibile o diffusa e discontinua, per citare i due estremi, non ha soluzioni semplici né definitive.

Infine, il dibattito sullo Stato attraversa già i movimenti e si approfondirà nella misura in cui le forze progressiste arrivassero al governo. Resta da fare un bilancio del lungo periodo in cui i movimenti sono stati cinghie di trasmissione dei partiti e si sono subordinati agli Stati nazionali, ipotecando la propria autonomia. Al contrario, sembra acquistare forza, come già successo in Brasile, Bolivia ed Ecuador, l'idea di delimitare i campi tra le forze sociali e quelle politiche. Sebbene le prime tendano ad appoggiare le seconde, coscienti che governi progressisti possono favorire l'azione sociale, pare difficile che tornino a instaurare rapporti di subordinazione.

L'anelato mondo nuovo sta nascendo negli spazi e nei territori dei movimenti, incrostato nelle fessure che hanno aperto nel capitalismo. È "il" mondo nuovo reale e possibile, costruito da indigeni, contadini e poveri delle città sulle terre conquistate, tessuto in base a nuove relazioni sociali tra le persone, ispirato ai sogni degli antenati e ricreato grazie alle lotte degli ultimi 20 anni. Questo mondo nuovo esiste, non è più un progetto né un programma, ma molteplici realtà, incipienti e fragili. Difenderlo, per permettere che cresca e si espanda, è uno dei compiti più importanti degli attivisti nei prossimi decenni. A tal fine dovremo sviluppare ingegno e creatività davanti a potenti nemici che intendono distruggerlo; pazienza e perseveranza davanti alle nostre tentazioni di cercare scorciatoie che non portano da nessuna parte.

di Raul Zibechi da Missione oggi

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