L’Italia è il primo esportatore mondiale di “armi comuni”

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Italia, primo esportatore di "armi comuni" - G. Beretta (in .pdf)

L’Italia è il maggior esportatore mondiale di “armi comuni”. Lo rendo noto in un mio studio per l’Osservatorio OPAL di Brescia in cui esamino le esportazioni di armi del distretto armiero bresciano nel contesto italiano e internazionale. I risultati dello studio – che presento qui in sintesi per Unimondo – verranno illustrati oggi a Brescia nell’ambito di una conferenza stampa aperta al pubblico in cui ricercatori dell’Osservatorio Permanente sulle Armi leggere (OPAL) presenteranno il nuovo annuario dal titolo “Commerci di armi, proposte di pace” pubblicato dall’Editrice GAM (qui il comunicato stampa in. pdf)

I dati forniti dalle Nazioni Unite attraverso il database del commercio internazionale Comtrade mostrano che l’Italia è il primo esportatore mondiale sia di “non military arms” sia di “armi comuni”. Nell’intero ultimo decennio (2003-2012) e anche nel più recente quinquennio (2008-2012) le esportazioni mondiali italiane di armi di entrambe queste categorie superano infatti quelle della Germania e degli Stati Uniti e ricoprono quasi un quinto (il 19,5%) di tutto il commercio internazionale di queste armi (per questi e i dati seguenti si vedano le Tabelle in .pdf). Si tratta, per quanto riguarda la specifica categoria “non military arms” (armi non militari) di “fucili e carabine sportivi e da caccia” e “armi ad aria compressa o a gas” e loro parti e accessori; mentre la categoria “armi comuni” – da me elaborata – è più ampia perché include le “pistole e rivoltelle”: sono comunque armi tutte destinate alla difesa personale, all’uso sportivo e venatorio, ma anche a corpi di polizia o di sicurezza privata comprese quelle di tipo semiautomatico, ma escluse tutte le armi prodotte e destinate alle forze armate.

La quasi totalità di queste armi è prodotta nel distretto armiero della provincia di Brescia con l’aggiunta di quello di Urbino dove ha sede la Benelli Armi, che dal 1983 fa parte del gruppo Beretta. E proprio la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta con sede a Gardone Val Trompia (BS) è l’azienda principale in questo settore, soprattutto da quando, oltre alla Benelli ha acquisito anche la Franchi e nel 1995 ha costituito una holding internazionale, la Beretta Holding Spa, con la quale detiene partecipazioni dirette o indirette nelle 26 aziende operative in tutti e cinque i continenti. Nel distretto armiero bresciano sono presenti anche altri produttori come Tanfoglio, Perazzi, Rizzini, Guerini ecc. che, seppur in misura minore rispetto alla Beretta, sono importanti esportatori.

Il confronto tra l’intera esportazione dall’Italia di sole “armi comuni” e di tutte le “armi e munizioni” esportate dell'insieme delle province di Brescia (in cui sono presenti anche aziende che producono ed esportano sistemi e munizionamento militare) e di Pesaro-Urbino mostra una chiara affinità e soprattutto una tendenziale e costante crescita. Nel mio studio l’ho definito “movimento a tsunami”, perché la figura mostra una serie di onde crescenti con valori sempre maggiori, proprio come uno tsunami (si veda Figura 5 nel pdf delle Tabelle sopra segnalate).

La ricerca prende in esame anche le zone geo-politiche di destinazione delle armi e munizioni prodotte in provincia di Brescia (qui incluse anche quelle ad uso militare). Primeggiano le esportazioni verso l’America settentrionale (il 37,1% del totale) e i paesi dell’Unione europea (il 34%). Ma nell’ultimo decennio siamo di fronte a due trend per certi versi opposti (cfr. Figura 7 delle Tabelle): mentre le esportazioni di armi e munizioni verso i paesi dell’Unione europea mostrano una forte diminuzione con una contrazione tra i due quinquenni di quasi un terzo (meno 30%) dovuta con ogni probabilità agli effetti della crisi economica che dal 2008 ha portato ad una riduzione della domanda di armi comuni principalmente in questi paesi, per quanto riguarda l’America settentrionale si nota una vera e propria impennata nell’ultimo biennio dovuta alla crescente domanda di armi soprattutto negli Stati Uniti a seguito anche degli annunci di restrizioni legislative da parte dell’amministrazione Obama e di diversi governatori dopo le stragi nelle scuole americane. Con ogni probabilità è stato proprio l’annuncio di leggi più restrittive ad innescare negli Stati Uniti la recente domanda di armi: di fatto, come ha mostrato un’approfondita inchiesta del New York Times, ad un anno dalla strage in Connecticut sono state approvate negli Stati Uniti ben 109 nuove leggi, ma solo poco più di un terzo ha effettivamente aumentato le restrizioni sulle armi, mentre la maggior parte – anche su forte pressione della lobby armiera rappresentata dalla National Rifle Association (NRA), di cui la Beretta USA è uno dei maggiori sponsor – le ha ammorbidite.

In tendenziale crescita risultano invece le esportazioni di armi e munizioni dalla provincia di Brescia verso le altre zone geopolitiche. Verso i paesi dell’America centro-meridionale raddoppiano tra il primo e il secondo quinquennio passando da poco più di 58 milioni ad oltre 117 milioni di euro a seguito soprattutto della richiesta di armi da parte di alcune polizie nazionali come quelle del Messico, del Guatemala e della Colombia: si tratta di esportazioni che sollevano più di una domanda sull’osservanza della normativa da parte degli ultimi governi italiani.

Anche le esportazioni verso il Medio oriente e Africa settentrionale (cioè la zona definita in inglese con l’acronimo Mena: Middle East and North Africa) raddoppiano passando nei due quinquenni da meno di 45 milioni a quasi 98 milioni di euro: anche in questo caso più di qualche domanda andrebbe sollevata considerata la forte tensione nell’area.

Crescono anche le esportazioni verso l’Asia che passano da meno di 41 milioni ad oltre 73 milioni di euro nei due quinquenni. Verso quest’area le esportazioni hanno toccato un picco nel biennio 2011-12, cioè prima della “crisi dei marò” che ha portato ad una forte contrazione della domanda di armi italiane da parte dell’India: un contenzioso che però non ha impedito alla ditta Beretta di partecipare lo scorso febbraio a New Delhi al salone militare di Defexpo durante il quale il direttore generale del gruppo, Carlo Ferlito, ha annunciato la partecipazione dell’azienda alla gara per la fornitura di fucili d’assalto all’esercito indiano.

E seppur per valori più contenuti, segnano un chiaro aumento anche le esportazioni i paesi dell’Oceania (da 23 milioni ad oltre 28 milioni di euro) mentre quelle per l’Africa subsahariana diminuiscono nei due quinquenni ma nell’ultimo anno mostrano un record di oltre 4,6 milioni di euro.

Passando ad esaminare i singoli paesi destinatari va innanzitutto notato che nel quinquennio dal 2009 al 2013 dalla provincia di Brescia sono state esportate armi o munizioni (sia di tipo comune che di tipo militare) a 127 paesi del mondo. La quantità e il valore economico divergono notevolmente tra paesi destinatari: mentre solo un paese oltrepassa – in valori costanti – i 500 milioni di euro (gli Stati Uniti) ed un altro supera i 100 milioni di euro (la Turchia), tre paesi riportano valori tra i 50 e i 100 milioni di euro (Francia, Regno Unito e Germania); diciotto paesi sono nella fascia tra i 10 e i 50 milioni di euro; diciassette in quella tra i 5 e i 10 milioni di euro; ventiquattro paesi figurano tra 1 e 5 milioni di euro; trentadue tra i 100mila ed un milione di euro; ventisei paesi sono tra i 10 e i 100mila euro ed infine cinque paesi importano armi bresciane al di sotto dei 10mila euro. Si tratta, dunque, di un mercato esteso e variegato ma in gran parte riconducibile ad una quindicina di paesi che assorbono quasi il 78,5% delle esportazioni e il principale acquirente, gli Stati Uniti, da solo ne ricopre più di un terzo.

Oltre alla preminenza degli Stati Uniti (il 35,2% del totale delle esportazioni di armi e munizioni bresciane) e alla rilevanza di alcuni paesi dell’Unione europea, tra cui soprattutto la Francia (il 6,5%), il Regno Unito (il 5,8%) e la Germania (3,8%), risultano di notevole importanza anche le esportazioni verso alcuni paesi europei non comunitari, tra cui in particolare la Turchia (7,6%) e in misura minore la Russia (3,1%) e verso alcune nazioni dell’America centro-meridionale come il Messico (2,9%), il Venezuela /2,5%) e anche la Colombia (1,1%). Seppur inferiori, non sono da dimenticare anche le esportazioni verso Canada, Emirati Arabi Uniti, Australia e India che presentano valori somiglianti.

Il trend positivo delle esportazioni di armi non accenna a diminuire, anzi è in crescita. I dati Istat del primo semestre del 2014 – comparati con quelli del primo semestre 2013 mostrano infatti un incremento in tutte le categorie. L’export italiano di “fucili e carabine” è passato da €107.954.164 a €124.539.587 (+15,4%); quello di “pistole e revolver” da €34.905.771 a €35.017.983 (+ 0,3%); di “parti e accessori” da €39.400.553 a €45.080.941 (+ 14,4%). E anche le esportazioni di “armi e munizioni” dalla Provincia di Brescia sono aumentate passando da €146.175.006 del primo semestre 2013 a €173.051.671 del primo semestre 2014 (+18,4%); lo stesso vale per quelle dalla Provincia di Pesaro-Urbino che sono passate € 46.804.318 a € 49.839.140 (+6,5). Insomma, nonostante le proteste degli armieri e armaioli lombardi per i “ritardi burocratici”, il business delle armi è florido e il mercato estero va a gonfie vele. Semmai ci sarebbe da preoccuparsi dei controlli: come ha ripetutamente segnalato la Rete italiana per il disarmo è dal 2008 che il parlamento non esamina le relazioni sulle esportazioni di armi e sistemi militari che i vari governi annualmente  hanno inviato alle Camere. E visti alcuni recenti affari potrebbe prendere in considerazione anche le esportazioni di “armi comuni”. Il “Made in Italy” avrebbe tutto da guadagnarne.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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