Chi governa il mondo

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Mai come in questi giorni di concitate trattative tra il governo greco e l’Eurogruppo possono tornare alla mente le parole della poesia dello studente Dobranski, lo scrittore-partigiano polacco tratteggiato da Romain Gary nel suo celebre romanzo di esordio “Educazione europea”. “Che l’ultimo stato sovrano crolli ai colpi dei patrioti europei, si spenga nel mondo l’eco dell’ultimo canto nazionale, e l’Europa finalmente si erga e cammini”: questo il sogno che sembra alimentare ogni riga delle pagine animate da un gruppetto di partigiani che si nasconde ai nazisti nei pertugi offerti dalla foresta e proprio dinanzi agli avvenimenti della guerra scopre la necessità di fortificare il sentimento della solidarietà europea. Un messaggio meno semplicistico di come appaia in queste riduttive righe di sinossi e più che mai attuale in un momento in cui la necessità e la gestione delle organizzazioni internazionali sembrano essere tema di comune riflessione pubblica. Non solo in Europa e non solo in relazione all’Unione Europea.

Le organizzazioni internazionali nascono nella seconda metà dell’800 come forme istituzionalizzate di cooperazione tra gli Stati per il raggiungimento di interessi o per la soluzione di problemi comuni: strutture ideate dunque a scopi necessariamente funzionali, quali l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni creata nel 1865 o l’Unione Postale Universale nel 1874. Oggi il panorama delle organizzazioni internazionali è costituito da un reticolo inestricabile e complesso di relazioni, che toccano tanto l’ambito sportivo e culturale, quanto le migrazioni e lo sviluppo economico, a vocazione universale, mondiale o regionale. Rispetto all’iniziale intuito di osservare il principio che “l’unione fa la forza”, come mai le organizzazioni internazionali sono spesso percepite come enti inutili, se non parassitari? Una precisazione è d’obbligo: a differenza delle cosiddette ong, le organizzazioni non governative, composte da privati cittadini che intendono farne parte sposando le finalità associative, i membri delle organizzazioni intergovernative sono gli Stati, elemento determinante per il raggiungimento di ben definiti scopi ma che sovente alimenta sfiducia, suscita timori di reconditi interessi dietro gli obiettivi prefissi e accende proteste sulle priorità dell’azione statale. Sfiducia, timori e proteste che non sono affatto recenti. Non convinceva tanto i governi quanto i cittadini la Società delle Nazioni, l’antesignana della recente Organizzazione delle Nazioni Unite esistente tra la prima e la seconda guerra mondiale e incaricata di imbastire un tavolo di concertazione delle potenze europee, e non convince oggi il protocollo affidato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per la gestione di crisi che possono mettere a rischio la pace e la sicurezza internazionali.

Le ragioni stanno in un controsenso di base che induce da una parte il cittadino a temere un’azione congiunta a livello internazionale per uno scopo talvolta poco percepito come di suo diretto interesse nonché non sottoposto direttamente al suo controllo (non mi fido dunque del mio governo e delle sue scelte), dall’altra i governi (o gli stessi cittadini) a invocare il rispetto della sovranità nazionale nel caso di una delega di un settore o di un’azione ad essa collegata a una organizzazione multilaterale (non mi fido dunque di un consesso in cui il mio governo è uno tra tanti).

Eppure proprio l’azione internazionale è invocata come garanzia estrema per l’individuo e i suoi bisogni: tolta la pelle di “cittadino” con i suoi diritti, la vita e il benessere di ciascun essere umano sono infatti oggi garantiti proprio dalle vituperate organizzazioni internazionali. Non solo perché, ad esempio, l’invio di una cartolina dallo Sri Lanka possa raggiungere l’amico di penna italiano, ma piuttosto affinché le merci vengano trasportate lungo tutto il corso del Danubio senza alcun tipo di difficoltà, o in caso di catastrofe umanitaria intervengano aiuti internazionali o anche che l’energia nucleare sia ispezionata da una regia multilaterale e dunque di vicendevole controllo. È soprattutto l’ambito della tutela dei diritti umani ad aver registrato uno straordinario impulso all’indomani della seconda guerra mondiale grazie agli organi internazionali: il rispetto e la garanzia dei diritti dei propri cittadini da parte di uno Stato appaiono talvolta utopici se non sottoposti a precise indicazioni e verifiche da strutture super partes. La creazione di forum di dialogo e di scambio di esperienze, seppur in un mondo che appare sempre più globalizzato e iper-connesso, mantiene il suo valore di valvola di sfogo e di confronto, e anche, perché no, di tavolo di concertazione di comportamenti più rispettosi di standard internazionali di democrazia in cambio di altri generi di vantaggi. L’esempio recente di successo in tal senso è dato dal raggiungimento di un accordo della comunità internazionale con il governo iraniano in materia di sfruttamento dell’energia atomica, intesa che ha consentito un depotenziamento della politica persiana nell’area.

Un elemento però è certo. Fintanto che le organizzazioni restano esclusivamente intergovernative, il rispetto degli obiettivi dello Statuto dell’organizzazione di appartenenza andrà a braccetto con gli interessi precipui dello stesso Stato, dato l’investimento ricevuto dai cittadini in tal senso. Un controsenso e un limite all’azione di una struttura, quale ad esempio l’ONU, che (probabilmente) vorremmo agisse con piena indipendenza e per gli scopi “alti” che si è data, ma che trova estrema difficoltà a riformare il suo sistema decisionale. Un primo superamento di questo limite è stato dato proprio dal processo di integrazione europea, che ha mostrato come la parziale cessione di sovranità statale a un ente sovranazionale può condurre a buoni risultati sul piano economico e sociale. Recentemente, e con maggior forza con l’avvento della crisi economica e finanziaria del 2011, si sta però assistendo alla tendenza di volersi riappropriare della sovranità ceduta agli organi sovranazionali, una richiesta di rinazionalizzazione delle competenze che va ben poco nella direzione di una società costituita da popoli, piuttosto che da Stati.

La situazione è tuttavia a tinte meno fosche di quanto si possa pensare. La ricerca di una soluzione all’inefficacia dell’azione delle organizzazioni internazionali non può che stare nella capacità di sostituire i meccanismi intergovernativi con processi decisionali sovranazionali, che indichino soluzioni a crisi e problemi cogenti al di là degli stretti egoismi dei singoli Stati. Una perdita di sovranità nazionale che ben poco piace a chi ritiene che gli interessi dei più forti e potenti siano il solo criterio di governance.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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