I flussi migratori nella narrativa dei mass media

Spesso quando i mass media (TV, giornali, internet) dedicano attenzione al tema delle migrazioni lo fanno attraverso eventi “forti” come gli sbarchi che avvengono sulle coste di Lampedusa. Come dimenticare il 2011 anno in cui, a causa delle rivoluzioni che sconvolsero molti stati del Nord Africa, specie Tunisia e Libia, si ebbe un lungo periodo durante il quale gli sbarchi erano praticamente giornalieri. Lasciando da parte i motivi per i quali le persone che tentavano quel viaggio erano disposti anche a rischiare la vita, data la pericolosità di una traversata in mare aperto su imbarcazioni sulle quali persino i topi non si arrischierebbero ad imbarcarsi, fa riflettere ancora ora il dibattito che si generò nell'opinione pubblica attraverso la scelta editoriale del mainstream informativo e la strategia comunicativa della politica governativa di allora che aveva in Roberto Maroni il ministro degli Interni e Silvio Berlusconi il Presidente del Consiglio.

In pratica, Lampedusa era il palcoscenico di un dramma umano che improvvisa sullo stesso canovaccio gli atti di una tragedia che hanno come capisaldi sempre le stesse parole: immigrati, clandestini, Bossi-Fini, lampedusani, Europa, sbarchi, emergenza, carrette del mare, morti, CIE, Premio Nobel. Su queste keywords si è costruita una vera e propria narrativa di un fenomeno che sembra concentrato su un'isoletta nel cuore del Mediterraneo e che invece ha nell'Europa la sua vera dimensione.

Il risultato di questa operazione, se ci fate caso, è che da anni sui giornali leggiamo sempre la stessa notizia che, più o meno, combina queste proposizioni: 1) Lampedusa, isola dove sbarcano immigrati che vengono chiusi nei CIE, in quanto clandestini perché così prevede la Bossi-Fini, a meno che non venga concesso loro lo status di rifugiato; 2) l'Europa che ha deciso di legarsi le mani tramite i trattati, usati come alibi per poter lamentarsi della crisi umanitaria senza poi far nulla; 3) i lampedusani usati dal Governo italiano per lamentare il rischio del crollo dell’ordine sociale su tutto il territorio nazionale, salvo poi farsi belli quando c’è da chiedere l’assegnazione del premio Nobel per la Pace all’isola e ai suoi abitanti per la grande generosità e umanità dimostrata in questi anni.
Tutto ciò, tutta questa narrazione, è un infinite loop che crea un’opinione pubblica stabile e “stabilizzata” sul medesimo messaggio da diversi anni, il che ci induce a porci due domande sulle quali riflettere: 1) Lo scopo dei principali mezzi d’informazione è contribuire alla costruzione dell’opinione pubblica o di controllarla a suo uso e consumo? 2) Non è che descrivere e far passare il messaggio che Lampedusa sia il luogo dove si concentrano tutte le complessità relative ai flussi migratori irregolari sia il modo per “decentrare” in un luogo lontano responsabilità che sono altrove, magari a Roma e Bruxelles?

Il progetto che ha dato vita all'organizzazione per la redazione della Carta di Lampedusa, a mio avviso, rappresenta sia una risposta a queste due domande sia un'alternativa alla filosofia politica fin qui portata avanti perchè costituisce una forma di informazione partecipata che esiste grazie alla collaborazione instauratasi tra diverse realtà – in particolare Melting Pot –, operanti soprattutto sul web, che hanno creato degli spazi di collaborazione aperti sul web: una pagina wiki, un piattaforma dedicata alla diretta streaming dell'evento e ovviamente il complesso reticolo di siti e pagine social che faranno rimbalzare le diverse tipologie di contenuti (testi, foto e video) che verranno realizzati.

Tutto questo allo scopo di contrastare in modo intelligente una linea politica fin qui deludente, sia dal punto di vista morale, sia in termini di reale efficacia. Per intenderci, l'Italia con la Bossi-Fini non è più sicura di quanto non lo fosse stata prima che questa legge venisse istituita – e infatti ora il Parlamento la sta abolendo –, il che deve farci ritenere che, fin qui, si è parlato molto e fatto poco per risolvere un problema che riguarda tutti noi, non solo i 6.000 abitanti di Lampedusa.

In questo senso, sarà importante il ruolo che l'informazione vorrà avere nel comprendere l'importanza di questa sfida. I processi orizzontali come la Carta di Lampedusa sono affascinanti, ma non sono sufficienti a creare un'opinione pubblica di massa capace di orientare l'azione politica.
 C'è sempre di più la necessità che il giornalismo prenda posizioni chiare sulle questioni sensibili. Abbiamo bisogno di una nuova classe di intellettuali che crei dibattito e partecipazione non per se stessi, ma per tutti. Di certo la sfida è rilevante perchè l'orizzontalità pone molte insidie, prima tra tutte la qualità dei contenuti e l’indipendenza dalla razionalità della folla che, si sa, salva sempre Barabba, ma le sfide o si affrontano o ti superano portandosi dietro il resto del mondo.

A partire da venerdì poi, avremo la possibilità di verificare quanto sia verosimile fare politica attraverso una partecipazione qualificata e, allo stesso tempo, allargata a diversi soggetti provenienti da tanti paesi. Chissà che questo esperimento non possa costituire per la classe dirigente di questo paese un'opportunità di rinnovamento e di riavvicinamento alla società. Io ci spero sempre. Che volete, sono un'inguaribile ottimista.

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