Etiopia: negato rilascio operatori, tensioni in Eritrea

Stampa

ActionAid International

Continua la protesta di ActionAid International per l'arresto dei due attivisti etiopi, Daniel Bekele e Netsanet Demessie. Nell'ultima settimana sono state raccolte sul sito dell'organizzazione circa 1500 firme per la petizione con la quale si chiede il loro rilascio immediato. Bekele, direttore della Policy di ActionAid International e Demessie, dell'Organizzazione per la Giustizia Sociale in Etiopia, in carcere con l'accusa di "crimini contro lo Stato", sono nella lista delle oltre 130 persone tra giornalisti, esponenti politici e intellettuali arrestati durante gli scontri di novembre seguiti alle denunce di brogli di voto del 15 maggio scorso e solo due mesi dopo incriminati per alto tradimento e cospirazione. Se ritenuti colpevoli, rischiano la condanna a morte. Anche a Bekele e Demessie, come agli altri imputati, è stato negato oggi dall'Alta Corte di Addis Abeba il rilascio su cauzione. ActionAid International continua a chiedere l'immediato e incondizionato rilascio dei due colleghi, ricordando che non hanno mai svolto azioni illegali e non sono mai stati coinvolti in alcuna attività anticostituzionale.

Intanto in Eritrea si dubita dell'equilibrio mentale del presidente Isaias Afwerki e c'è il rischio di una ripresa della guerra con l'Etiopia. "È angosciante dover dipendere in tutto e per tutto dalle decisioni del presidente Isaias Afwerki, che sta gestendo il paese e i suoi abitanti come se fossero sua proprietà personale e parla e agisce come se avesse una risposta per tutti i problemi, anche per i miei personali. La disgrazia è che ci crede fermamente. È convinto di avere ricevuto in dono una sorta di scienza infusa che gli consente di conoscere la soluzione di ogni cosa" racconta Solomon Mehari nell'articolo pubblicato su Nigrizia. I diritti umani sono scandalosamente violati,e la punizione inflitta ai cosiddetti "disertori" è inumana. "Costoro vengono rinchiusi - "imprigionati" è il termine ufficiale - in container di ferro e lasciati al sole cocente delle depressioni, con 40° di calore". Senza parlare dei vari "campi di concentramento" sparsi per il paese. Ecco alcuni luoghi: Wia (30 km a sud di Massaua); Gelao (nord di Massaua); Adi Abeto (5 km da Asmara); Adi Quala (80 km a nord di Asmara); Barentu (210 km a nord di Asmara); Embatkala (40 km da Asmara); Dongolo (60 km da Asmara) e nell'arcipelago Dahlak. In questi campi le torture, le sparizioni e le umiliazioni sono all'ordine del giorno.

La guerra ha svuotato le casse dello stato di tutta la valuta estera. L'Eritrea ha toccato ora il punto più basso di povertà a cause della politica economica - insensata, fortemente centralizzata - del partito. "Potrà sembrare assurdo quanto sto per dire, ma è vero: sono molti i cittadini convinti di essere stati meglio quando stavano male sotto il "terrore rosso" di Menghistu! Ogni impresa o compagnia fiorente è stata o chiusa o nazionalizzata dagli economisti del regime, la gang degli "09". Molti imprenditori sono stati o imprigionati - se locali - o forzati a espatriare - se stranieri -. "Gli eritrei sono convinti che Isaias stia cercando di diventare un fedele discepolo del sistema social-comunista cinese. Ha dimenticato che il popolo ha già provato il social-comunismo di Menghistu, senza trarne il minimo beneficio. Un sistema, questo, che, alla fine, si rivoltò contro lo stesso ideatore, forzandolo a fuggire, sconfitto e umiliato" continua Solomon Mehari. Anche le attività della chiesa cattolica sono molto limitate e controllate da vicino. Preti e religiosi con meno di 50 anni non hanno il permesso di lasciare il paese. Negli ultimi tempi, la comunità cattolica ha perso un po' dello smalto di un tempo e la sua missione profetica sta dissolvendosi.

Le restrizioni imposte a ottobre dall'Eritrea ai 'caschi blu' delle Nazioni Unite hanno reso il loro lavoro sul terreno "progressivamente insostenibile": lo ha detto il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, presentando al Consiglio di sicurezza sei opzioni per il futuro della missione presente nei due paesi del Corno d'Africa (Unmee) con l'obiettivo di evitare un nuovo conflitto. "Si potrebbe avvicinare in fretta il tempo di prendere decisioni difficili" ha detto Annan, pur precisando che nessuna delle proposte presentate "è perfetta". La prima consiste nel mantenere l'Unmee nella sua composizione attuale - ovvero ridotta a dicembre di almeno 180 unità dopo "l'espulsione" decisa da Asmara e stimata in circa 3.000 effettivi, sebbene non esistano cifre chiare - all'interno della Zona di sicurezza temporanea (Tsz). "Anche se ridotta questa presenza potrebbe far guadagnare tempo e consentire a iniziative diplomatiche di sbloccare il pericoloso status quo tra i due Paesi, ma potrebbe anche creare un precedente e condurre ad altre restrizioni ingiustificabili" ha spiegato Annan. Una seconda possibilità sarebbe trasferire tutte le unità e il
quartier generale dell'Unmee da Asmara ad Addis Abeba, lasciando solo un ufficio di collegamento nella capitale eritrea. Secondo Annan resta tuttavia prioritario che Eritrea ed Etiopia applichino la risoluzione 1640 del 23 novembre scorso che chiede ad Asmara di rimuovere gli ostacoli alla missione dei 'caschi blu' e ad Addis Abeba di accettare senza ulteriori ritardi il confine tracciato da una Commissione indipendente istituita dall'Onu al termine della sanguinosa guerra che tra il 1998 e il 2000 oppose i due paesi. Riferendosi a quest'ultimo punto, Asmara è tornata oggi ad accusare le stesse Nazioni Unite di non aver fatto abbastanza pressione su Addis Abeba affinché rispettasse la demarcazione della frontiera. "Questa ingiustificabile abdicazione delle proprie responsabilità avalla solo la violazione di una norma e certamente non promuove il mantenimento della pace e della stabilità regionali" si legge in una nota ufficiale. [AT]

Fonti: ActionAid International

Ultime notizie

L’inquinamento dell’acqua si misura a mercurio (ma senza termometro)

20 Maggio 2019
Oltre 280.000 mila firme raccolte per proteggere l’acqua in Argentina. (Anna Molinari)

Maestri cestai: dietro le sbarre l’arte di lavorare gli intrecci

19 Maggio 2019
Antonella Mannarino e Caterina Mirarchi da 7 anni curano un laboratorio nel carcere di Catanzaro dove si recupera un lavoro artigianale. (Giovanna Maria Fagnan)

Sandokan e i migranti della Malesia

18 Maggio 2019
L'immigrazione pone sfide che tanti Paesi si trovano a dover affrontare; in Europa siamo molto concentrati a guardare il nostro ombelico, ma cosa succede altrove? (Novella Benedetti)

In Messico è altolà ai narcos

17 Maggio 2019
Il neo presidente del Messico lavora per una riduzione della violenza dei narcotrafficanti. (Miriam Rossi)

Le nostre “eco-colpe” non sono compensabili!

16 Maggio 2019
Termini come “eco-friendly” o “green” incoraggiano l’idea che esistano oggetti e comportamenti “buoni” per l’ambiente. Ma non è sempre così… (Alessandro Graziadei)