Vanuatu: obbiettivo energie rinnovabili

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Nella regione oceanica molte isole sono in cerca dell’indipendenza energetica, nel rispetto dell’ambiente e del clima. All’interno dei negoziati ONU per un accordo sul clima, il quadro noto come UNFCCC, negli ultimi anni è emersa prepotentemente l’AOSIS, l’alleanza dei piccoli stati insulari, un gruppo negoziale che sta facendo sentire la sua voce.

Un manipolo agguerrito, poichè questi stati rischiano molto nei prossimi 50 anni a causa del cambiamento climatico. Qualcuno addirittura la scomparsa dalle mappe, come le Maldive e Kiribati.

Il gruppo AOSIS ha stimolato l’interesse e il supporto di molte nazioni per la loro causa, inclusa l’Italia. Per favorire la mitigazione delle emissioni climalteranti e l’adattamento al cambiamento climatico, il MAE ha avviato una serie di progetti di Cooperazione e Sviluppo con vari piccoli stati insulari del Pacifico. Attualmente il DGCS finanzia progetti in 8 stati: 3 milioni di euro per progetti legati ad ambiente e sviluppo, oltre 4,5 milioni a supporto del Programma Regionale per la sicurezza alimentare delle isole del Pacifico ed un programma per la realizzazione di un database globale sul clima degli stati insulari con relativo portale informatico attraverso l’Unep (65mila euro). Gli stati interessati: Palau, Samoa, isole Marshall, Tuvalu, Tonga.

Anche il poco noto arcipelago di Vanuatu è uno di questi destinatari. Insieme al governo austriaco, l’Italia investe oltre mezzo milione di euro per rafforzare la sicurezza energetica e adottare un piano strategico fondato sulle rinnovabili.

Nelle 82 isole che compongono lo stato di Vanuatu, solo un paio hanno un sistema di approvvigionamento elettrico diffuso. Spesso l’energia per luce e piccoli impianti di refrigerazione è data da rumorosi generatori a diesel. A Efate, dove si trova la capitale Port Vila, polo turistico del paese, l’elettricità è generata da un grande impianto termoelettrico a petrolio e da numerosi generatori di media scala. «Il diesel però è caro, costa sempre di più, anche 2 euro al litro» spiega Thomas Neil, commerciante, mentre riempie il gruppo elettrogeno a due tempi che tiene illuminato il suo negozio. «Taniche? No, il diesel lo compro in queste bottiglie di vetro», dice indicando un mucchietto di contenitori.

Il governo però ha deciso di cambiare rotta e superare la schiavitù dei combustibili fossili. Nel piano energetico dell’isola una rete di piccoli parchi eolici, impianti micro-idroelettrici e pannelli solari sugli edifici pubblici, in particolare scuole, ospedali e centri sanitari. «La micro generazione qua è fondamentale», racconta Leo Moli, direttore del Dipartimento di Stato dell’Energia. «La popolazione della repubblica di Vanuatu si assesta intorno ai 240mila abitanti, divisi per nelle 82 isole. Per essere indipendenti e aiutare il pianeta l’unica soluzione è la produzione decentrata da fonti rinnovabili».

Su questi assunti si basa la Road Map del governo di Vanuatu che ha capito che la mitigazione delle emissioni e l’adattamento al cambiamento climatico sono una strategia chiave per il futuro della nazione. Non a caso il Ministero dell’Ambiente e Energia ha cambiato recentemente il suo nome nell’articolato ed esaustivo “Ministero per l’adattamento al cambiamento climatico, per la meteorologia, l’ambiente, le energie e la gestione delle emergenze ambientali”.

Il progetto di cooperazione italiano in dettaglio si divide in tre strategie distinte: la costruzione di una mini-centrale idroelettrica nella remota isola di Maewo (costo fase 1: 225mila euro), la realizzazione di una mappatura dei venti in tutto l’arcipelago attraverso l’installazione di centraline anemometriche (costo: 113mila euro), il potenziamento dei sistemi di generazione di energia solare per 24 scuole e 16 centri medici pubblici nelle isole di Santo, Malo e Malekula (220mila euro).

«Per noi questo progetto – per cui ringraziamo la cooperazione italiana – è fondamentale per tre aspetti», continua Moli. «Sociale, economico e ambientale. Gli abitanti nelle aree rurali, infatti, apprendono l’importanza delle energie rinnovabili e i progetti ne migliorano le condizioni di vita. Gli studenti possono andare a scuola anche il tardo pomeriggio (le scuole operano su due turni di studenti vista la scarsità di maestri, nda), i centri medici possono fornire migliore assistenza usando piccole apparecchiature. Crescono le opportunità economiche, il governo risparmia per scuole e sanità, usando i soldi per il petrolio, costossisimo ovunque, per altre necessità, come medicine o libri». Anche per i cittadini è un gran risparmio: a Maewo quasi nessuno può permettersi la benzina per i generatori. Ed infine anche l’ambiente ne trae beneficio. Sebbene sia un piccolo contributo alla lotta del cambiamento climatico è significativo che in maniera proporzionale Vanuatu faccia di più di molte potenze occidentali. «Il cambiamento climatico qua è una quesitone di sopravvivenza», aggiunge mr. Moli. «Notiamo che i pattern climatici stanno cambiando: questo mette a rischio la sicurezza di un paese fragile come il nostro».

Gli investimenti nelle rinnovabili sono ancora scarsi e progetti come quello supportato dalla cooperazione italiana (emulato anche da quella francese) possono fare la differenza per molte vite. L’idea di questo progetto è nata nel piccolo ufficio di mr. Moli, dove lavora scalzo(“mi piace essere comodo”) circondato da mappe climatiche di ogni tipo. «Noi abbiamo presentato la proposta durante un meeting regionale sull’ambiente alla IUCN, l’Organizzazione Internazionale per la Conservazione della Natura, che segue l’implementazione del progetto. IUCN ha scritto il progetto e il governo italiano in cooperazione con quello austriaco hanno subito accettato».

Perchè supportare progetti in aree così lontane? «Il motivo nobile è che il le piccole isole del Pacifico sono destinatari perfetti di progetti che cercano di affrontare in maniera sistemica l’emergenza ambientale», spiega il vice-ministro agli Esteri con delega alla Cooperazione e Sviluppo, Lapo Pistelli. «Ci sono stati – Kiribati è il classico esempio – che in caso di perdita di controllo delle variabili fondamentali climatiche rischiano “semplicemente” di scomparire per l’innalzamento del livello delle acque. O che per l’aumento di temperatura rischiano di perdere ambienti di biodiversità irripetibili. Quindi se uno vuole fare una sperimentazione in microambienti di cosa è il clima impazzito, quello è l’ambiente perfetto». Esiste anche un’altra ragione “meno nobile” , squisitamente geopolitica. L’Italia è un fortissimo attore nel sistema multilaterale. Ottavo finanziatore dell’ONU e primo contributor per missioni di peacekeeping. «Questo vuol dire anche coltivare un consenso dentro il sistema Nazioni Unite, e quindi nel sistema del “uno stato, un voto”, la constituency del Pacifico diventa importante. Noi così possiamo ottenere molto nel sistema Onu, con relativamente poco». Una strategia di consenso per avere appoggio sulle decisioni più importanti. Aiutando allo stesso tempo una giovane nazione a rendersi energeticamente indipendente e sostenibile.

Emanuele Bompan

Fonte: lastampa.it

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