Una storia lunga un secolo

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Una storia lunga un secolo

Malgrado da diversi anni i flussi migratori, forzati dalle contingenze storiche, si susseguono in una lenta ed eterna processione che vede interi popoli in fuga da guerre e carestie, da un medio oriente distrutto ed infernale verso un fantomatico occidente di salvezza e speranza, sembrerebbe che solo da questo settembre una parte d'Europa si sia trovata a dover affrontare concretamente il problema. Abbiamo assistito ad un lungo e confusionario processo fatto di parole e/o atti simbolici di estrema diplomazia. Parole commosse di indignazione ed esplicite dichiarazioni di volontà di risoluzione, adagiate da esponenti dei governi con una furbizia prettamente politica su un tappeto di solidarietà pregna di retorica. Di fatto però quando il 15 settembre l'Ungheria ha concluso la barricata sulla linea di confine serbo, per evitare l'ingresso dei popoli in fuga, dopo giorni burrascosi quanto disarmanti, le cui immagini crude e violente giunte tramite internet ai nostri comodi portatili e tablet a completare un quadro apocalittico che ha visto la più atroce espressione nei corpi muti e senza vita di bambini morti sulle coste, abbiamo trovato un Europa per l'ennesima volta confusa e assolutamente non pronta alla gestione della situazione. In questa impreparazione e nell'incalzante crescere ed accrescersi di movimenti (politici e non) che hanno fatto della xenofobia la loro prima bandiera propagandistica brilla l'opaca luce dell'effettivo fallimento della comunità europea. Il malessere di migliaia di cittadini occidentali di buon cuore si è così risvegliato in un ondata di indignazione generale fatta di marce, proteste e dibattiti (reali tanto quanto inconsistenti) e, per fortuna, anche di tanti volontari partiti per impegnarsi in prima persona nel tentativo di aiutare, nei limiti del possibile, i protagonisti di questa atroce "diaspora". 

Le marce degli scalzi: catarsi e necessità di consapevolezza storica 

Uno degli eventi che più mi ha stupito, entro i confini della nostra amata ed odiata penisola, è stata questa reazione (fisiologica) dei cittadini di fronte allo scempio riportato maldestramente dai media nazionali ed internazionali. In molte città italiane ed europee è stata organizzata una marcia di solidarietà la cui peculiarità è stata che tutti i partecipanti hanno marciato a piedi nudi, volendo ingenuamente sottolineare il loro slancio di solidarietà rivolta a chi davvero è costretto a lunghissime marce durante le quali spesso le calzature, consumate dal percorso, finiscono per distruggersi. Devo ammettere con un sottile velo critico che tale rappresentanza simbolica m'è parsa alquanto indelicata poiché al termine della marcia tutti hanno potuto reindossare le proprie e legittime calzature, costose o no, ma certamente comode e facilmente reperibili, soprassedendo sulla spietata ironia del fatto che i referenti della loro protesta non hanno la stessa fortuna e i riceventi difficilmente ne hanno colto il valore simbolico. Tuttavia per esperienza e mentalità tendo ad apprezzare ed accettare queste forme comunitarie, il cui unico vero valore è in fondo quello della semplice condivisione di un esperienza, valore spesso irrilevante in termini pratici ma ad ogni modo alquanto soddisfacente in termini sociologici. Ciò che tuttavia mi spaventa è il rischio che il valore catartico (cosciente o meno) di riappropriamento di uno spazio (non fisico) culturale e sociale (ma anche morale ed etico) finisca per assumere un ruolo de responsabilizzante di pulizia della coscienza. Con questo non intendo dire che chi ha partecipato non l'abbia fatto nella piena sincerità e spontaneità, ma semplicemente che sui grandi numeri questo genere di manifestazioni hanno ed hanno sempre avuto un effetto placebo sulle coscienze, specialmente dei più giovani. Colmando il pressante vuoto spirituale  che l'ingiustizia e la violenza di molte dinamiche crea spesso tendiamo ad accontentarci, senza concretizzare poi effettivamente in azioni precise e direzionate il valore degli ideali che sono bandiera delle suddette manifestazioni. È necessario, secondo me, avviare un processo di consapevolezza (storica) ed è necessario farlo precedentemente all'organizzazione di manifestazioni, marce o proteste. È fondamentale in ogni dimostrazione di piazza che non solo sia chiaro in nome di chi si decide di manifestare ma anche e sopratutto contro chi si intende manifestare, intendendo con "contro chi" non necessariamente un soggetto fisico, ma piuttosto i processi e le dinamiche storiche, culturali, economiche e antropologiche che ci hanno tristemente condotto allo stato attuale di cose. 

Questo concetto di necessità di consapevolezza di ciò contro cui si combatte, protesi al cambiamento, nonché di comprensione che proporzionalmente la causa del nostro male (indiretto) e del male (diretto) di questi popoli costretti alla fuga derivi da una medesima causa, è stato ben espresso, con parole semplici, da un uomo che ha fatto della lotta nel nome della giustizia la propria ragione di vita, finendo per perderla brutalmente. Nel 1964 , infatti, Malcom X dichiarava al raduno per la fondazione dell'OAAU: "Una volta compreso cosa è stato fatto, come è stato fatto, dove è stato fatto, quando è stato fatto e chi l'ha fatto, la sola conoscenza di questa cosa introdurrà il vostro programma di azione. E sarà così con ogni mezzo necessario. Un uomo non sa come agire finché non capisce contro cosa sta lottando. E non capite contro cosa state lottando finché non capite cosa vi hanno fatto. Troppi di voi non sanno cosa vi hanno fatto ed è questo che vi rende così frettolosi nel voler dimenticare e perdonare. No, fratelli, quando vedrete cosa vi è accaduto, non dimenticherete e non perdonerete mai. E, come ho detto, non tutti potrebbero essere colpevoli. Ma la maggior parte di loro lo sono."

Il "Congo Report": per una riflessione sulla responsabilità atavica dell'occidente.

Nel 2011 la casa editrice Fuorilinea pubblica per la prima volta un testo dall'importantissima validità storica: il Rapporto sul Congo di Roger Casement.

Casement era un diplomatico irlandese che nei primi anni del 900 è stato mandato per conto della corona d'Inghilterra a documentare ciò che stava accadendo in Congo, dove la violenta e massiccia colonizzazione perpetrata da un paese che oggi rappresenta ai massimi livelli la comunità Europa, ovvero il Belgio, mostrava già le tragiche conseguenze di ciò che può accadere quando una nazione assoggetta un popolo, per becere esigenze economiche, per fame di potere e di controllo delle risorse. Difatti Casement si trovò di fronte ad uno scenario apocalittico: uccisioni di massa, stupri, atroce mutilazione dei corpi, riduzione in schiavitù, sequestro di persona a scopo di estorsione, arresti illegali, selvaggia sottrazione di risorse dal territorio, imposizione illecita di servizi di pubblica utilità, appropriazione indebita dei possedimenti dei nativi.

Questo accadeva tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, e nelle sue manifestazioni più basse e violente non è nulla di diverso da ciò che è continuato ad accadere per tutto il secolo, anche se in termini diversi. Ciò che è stato colonialismo è poi diventato libero mercato, capitalismo e globalizzazione forzata, dunque accaparramento di terra, acqua e risorse e la totale espropriazione illecita di beni e spazi (fisici e spirituali). Questo ci serve a comprendere la misura del processo storico che ha sempre visto l'occidente ricco e civilizzato imporsi con violenza e nella totale negazione dei diritti umani su tutti i popoli meno potenti ed affermati in termini nazionali, militari, tecnologici ed economici. Nessuno di noi può affrancarsi da tale eredità storica e tutti dobbiamo fare i conti con la responsabilità atavica che questa eredità ci cuce addosso. Oggi siamo giunti al giorno in cui tutto il male che le nostre amate nazioni, poi divenute sorelle sotto il nome di Europa, hanno creato (volontariamente) ci torna indietro nelle forme più atroci e violente, spiazzando crudelmente le nostre anime assopite e facendoci sprofondare in "una nuvola di incertezze". Vorrei che nelle scuole si insegnasse ai bambini cosa è stato il colonialismo, ma anche e sopra tutto quali sono gli effetti sociali del libero mercato. Vorrei che ragazzini ed adolescenti di tutte le età riflettessero, tra le fredde ma salde mura scolastiche, su quali sono stati gli interessi economici e gli effetti storici della cosiddetta "lotta al terrorismo" e che si potesse delineare nelle loro menti con acuta precisione quali sono effettivamente i giochi di potere e gli interessi economici che stanno dietro la presenza dell'occidente nel resto del mondo, causa indiscussa del caos totalmente destabilizzante che oggi ha portato a queste interminabili fughe di milioni di persone. Credo fermamente che la consapevolezza storica possa funger da seme, per successive azioni concrete e strutturate, per lo sbocciare di questo tanto desiderato fiore del cambiamento. Ma senza consapevolezza, malgrado l'amore e la spontanea solidarietà, continueremo ad innaffiare terra brulla, senza germogli nascenti, se non quello magnifico e tristemente illusorio di aver fatto anche noi la nostra piccola parte in questa eterna lotta del bene contro il male, continuando a godere delle nostre comodità la cui base è crudelmente composta dalla miseria e disperazione di chi è costretto a fuggire.

Ariele Pitruzzella – Agenzia di Stampa Giovanile

In Medias Res

L'associazione In Medias Res nasce nel Luglio del 2015 a Trento come naturale prosecuzione del progetto di media-attivismo "Agenzia di Stampa Giovanile", realizzato da un collettivo formato da giovani con background e formazione differenti. Il progetto nasce in seno all'associazione Jangada nel 2012 e in collaborazione con l'associazione Viração Educomunicação in Brasile, in concomitanza con il Summit Rio+20 e cresce entrando in contatto e collaborando negli anni con diversi enti e associazioni a livello locale ed internazionale (tra gli altri l’Assessorato alla Cooperazione e allo Sviluppo della Provincia Autonoma di Trento, l'Universita di Trento, l'Osservatorio Trentino sul Clima, il consorzio dei Comuni della provincia di Trento BIM dell’Adige, la Fundación TierraVida in Argentina e la Rete+Tu). L'associazione si occupa principalemtene di divulgazione libera e indipendente di tematiche legate all'ambiente, alla società e all'economia attraverso la pubblicazione di articoli e video (negli ultimi anni ha realizzato reportages durante le Conferenze delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici - COP18 di Doha, COP19 di Varsavia, COP20 di Lima), percorsi formativi nelle scuole e laboratori e eventi aperti alla cittadinanza.

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