Un genocidio dimenticato: Guatemala 1982

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Desaparecidos guatelmatechi – Foto: lavozdelalibertad.noblogs.org

Riflesso incondizionato: “desaparecidos” è un termine che richiama le tragiche sparizioni forzate di dissidenti, attivisti per i diritti civili, testimoni, operate durante le dittature di Pinochet in Cile e di Videla in Argentina negli anni Settanta e Ottanta. Inconfutabilmente essi costituiscono i casi più noti ai quali l’immaginario collettivo tende a tornare, pur non detenendo il primato di vittime di questo delitto odioso. È il Guatemala a essersi aggiudicato tale macabro record all’interno di una guerra civile durata quasi 36 anni: sono 45mila i desaparecidos guatemaltechi, di cui 5mila bambini. A questi si sommano 200mila morti, migliaia di casi di torture, stupri e distruzioni di interi villaggi nel contesto di quello che fu una vera e propria operazione di genocidio perpetrata ai danni della popolazione maya degli Ixiles tra il 1982 e il 1983.

Questa la ricostruzione che emerge da ben due Commissioni della Verità create a seguito degli Accordi di Pace siglati a Oslo nel 1996 tra il governo del Guatemala e la Unión Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG) che posero fine alla guerra civile. Una verità scomoda e costata la vita anche a mons. Juan Gerardi Conedera, ferocemente assassinato il 26 aprile 1998, due giorni dopo lo presentazione del rapporto “Guatemala nunca más” (“Guatemala, mai più!”), di cui era il principale ispiratore e coordinatore all’interno dell’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato di Città del Guatemala. Nel 1999 anche la Commissione creata sotto gli auspici delle Nazioni Unite (la “Commissione del Chiarimento Storico”) pubblicò il proprio rapporto finale, conosciuto con il nome di “Guatemala, la memoria del silenzio”, che giungeva alle stesse conclusioni della relazione interdiocesana. In particolare il rapporto qualifica come “atti di genocidio” le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze armate contro gli indios maya e imputa ad essi la responsabilità del 93% delle violazioni commesse durante la guerra civile.

Il recupero della memoria storica appare però davvero difficile in un Paese definito “dell’eterna impunità”, un carattere che rappresenta il “fiore all’occhiello” del suo apparato. O almeno questo si credeva fino al 10 maggio 2013, quando l’ex presidente del Guatemala, il generale Efraín Ríos Montt, al potere negli anni 1982-1983, è stato condannato da un Tribunale civile del Guatemala a 80 anni di prigione, di cui 50 per genocidio e 30 per crimini contro l’umanità. Il processo verteva su 15 massacri (dei 266 inizialmente individuati) avvenuti durante i sedici mesi del regime di Ríos Montt nel corso dell’operazione chiamata “terra bruciata” nel Dipartimento del Quiché, nel nordest del Paese, dove furono massacrati dalla dittatura 1.771 indigeni Maya-Ixiles - di cui quasi la metà bambini fino ai dodici anni - accusati di supportare la guerriglia rivoluzionaria. I numerosi testimoni hanno raccontato che i soldati hanno raso al suolo interi villaggi indios, bruciato le case, distrutto i raccolti, ucciso gli animali e sterminato donne e bambini; oltre che dell’eccidio, l’ex dittatore è stato ritenuto colpevole dello sfollamento dai loro territori di circa 29mila Ixiles, della distruzione di circa 500 villaggi e della sistematica violenza sessuale perpetrata contro le donne (ben 1400 casi accertati). La condotta di Efrain Rios Montt rientra nel delitto di genocidio, in quanto autore dello stesso”, ha dichiarato la giudice Jazmín Barrios nel leggere la sentenza. “Ci sono stati bambini presi e portati in altre località. Operazioni alla guida delle quali c’era Rios Montt, che sapeva tutto e che non ha fatto niente per bloccarle”, ha sentenziato, precisando che l’ex dittatore “aveva invece tutto il potere per farlo, visto che era la massima autorità militare”. L’identificazione dei massacri, delle sparizioni e delle violenze quale genocidio, ossia il deliberato e pianificato sterminio della popolazione maya dal Guatemala, pare confermato dall’uso sistematico degli stupri, dalle politiche di annientamento delle radici culturali indigene e dalle stesse sparizioni forzate che andavano specificatamente a ledere alcuni dei valori portanti della cultura maya, quali il culto dei defunti e il rito della sepoltura. In particolare il Tribunale sottolineava che la violenza sessuale contro le donne ixiles era stato un elemento costitutivo del genocidio; le violazioni sessuali miravano infatti alla distruzione del tessuto sociale delle comunità, avendo come obiettivo finale l'eliminazione dei maya Ixiles. Un’interpretazione rifiutata nettamente dall'avvocato difensore di Rios Montt, Francisco Garcia Gudiel, che aveva dichiarato alla BBC “Rifiutiamo la sentenza, perché è ingiusta. In Guatemala, come in ogni parte del mondo, la decisione deve essere coerente con le prove. Qui non è successo. La sentenza contiene le testimonianze di donne violentate, ma che una persona è stata violentata non significa che vi era genocidio in Guatemala. In Guatemala ci sono stati eccessi della guerra, e da entrambe le parti, non solo dalla parte dell’esercito. C’è molta differenza con il genocidio. Nessuna prova ha dimostrato che si stavano perseguitando gli Ixiles”.

Il timore di Rios Montt di essere riconosciuto colpevole del crimine di genocidio conferma come si tratti di un avvenimento giudiziario di portata storica non solo perché conferma pienamente quanto denunciato dalle Commissione sulla Verità istituite da ONU e Chiesa Cattolica circa il genocidio, ma perché la sentenza è stata emessa da un Tribunale guatemalteco e non, come avvenuto nella storia recente, da una Corte internazionale. Un segno che segnala una presa di coscienza da parte della popolazione, che appare così intenzionata a chiudere con la giustizia la dolorosa ferita della lunga guerra civile. La sentenza del tribunale è stata accolta con entusiasmo dalla guatemalteca indios Rigoberta Menchú Tum, Premio Nobel per la Pace nel 1992 per la sua lotta in difesa dei diritti dei popoli indigeni, che ha dichiarato “Siamo felici perché per molti anni ci hanno detto che il genocidio era una bugia, mentre oggi il tribunale ci ha detto che è la verità”.

Una soddisfazione e una gioia purtroppo durati ben poco. Appena il 22 maggio 2013, neanche 2 settimane dopo la sentenza, la Corte Costituzionale del Guatemala l’ha annullata per vizio di forma: il processo deve essere così interamente rivisto in appello. Appare evidente come l’“impunità” dei gruppi dominanti, portatori di un profondo razzismo nei confronti dei popoli indigeni, prosegua. Tuttavia il processo per genocidio contro un presidente che esercitò il potere in modo brutale, portato al banco degli accusati proprio dagli indigeni da lui perseguitati, ha aperto una finestra per la giustizia e la verità. Ciò rappresenta un'opportunità affinché le giovani generazioni conoscano un capitolo essenziale della storia del Guatemala, requisito indispensabile per la costruzione della pace e per delineare un futuro differente per il Paese.

Miriam Rossi

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