Ucraina, oltre 200 giorni di guerra. Il punto

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Immagine: Atlanteguerre.it 

La retorica della fondazione, usata da chi si sente un nuovo “padre fondatore”. Davvero stupisce quello che Valdimir Putin ha detto in occasione dei 1.160 anni dalla creazione di uno Stato russo?

E’ stato un discorso bellicoso, nazionalista, aggressivo il suo. Non poteva essere altrimenti. Dopo 210 giorni di Operazione Speciale in Ucraina, con le sue forze armate impantanate in una guerra che non riescono a vincere, il capo del Cremlino non poteva che riaccendere la fiamma dell’identità fra i suoi. La sua debolezza è palese: dover richiamare 300mila riservisti e minacciare il Mondo di usare le armi atomiche sono il segno evidente della consapevolezza di trovarsi chiuso in un sacco. I referendum indetti in Ucraina, nei territori occupati dall’esercito russo, per sancire l’annessione di quei territori alla Russia, sono un altro segnale di fragilità. L’annuncio della mobilitazione, per altro, non è piaciuta a tutti i russi. Almeno mille persone sarebbero state arrestate durante le manifestazioni spontanee contro la mobilitazione dei riservisti. La protesta avrebbe coinvolto almeno 38 grandi città ed è stata la più grande organizzata in Russia da quelle di febbraio, convocate contro l’invasione dell’Ucraina

Putin sa che la tenuta militare è scarsa. Quei territori devono venire protetti da un “ombrello politico”, che nella sua visione è l’annessione alla madrepatria. Ogni attacco, a quel punto, verrebbe considerato dal Cremlino un’aggressione alla Russia e la reazione sarebbe conseguente.

Sul fronte della diplomazia, le mosse di Putin sono disastrose. Chiudono ogni spazio negoziale e rilanciano la carta militare.  “L'obiettivo dell'Occidente – ha detto Putin nel suo discorso - è indebolire, dividere e distruggere la Russia. Nella sua aggressiva politica anti-russa, ha superato ogni limite. Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per difenderci e a coloro che stanno cercando di usare il ricatto nucleare contro la Russia dico che le carte in tavola possono essere rivoltate contro di loro. Non sto bluffando”.

Parole che hanno gelato la comunità internazionale. La Turchia ha immediatamente dichiarato che non riconoscerà mai i risultati dei referendum, così come non ha riconosciuto l’annessione della Crimea nel 2014. La Cina, grande alleata di Mosca in questa fase storica, ha invitato Russia e Ucraina a dialogare e a consultarsi per trovare una soluzione pacifica. “La nostra posizione è coerente e chiara - ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin -. Bisogna trovare un modo per affrontare le preoccupazioni sulla sicurezza di tutte le parti". Poi, una dichiarazione ambigua: Pechino chiede di rispettare la sovranità di tutti i Paesi, ma non spiega se questo significa rispettare il possibile risultato truccato dei referendum.

Europa e Stati Uniti, invece, hanno reagito in modo duro. A nome dell’Unione Europea, la presidente della Commissione, Ursula von der Layen, ha spiegato che i 27 sono “pronti a imporre ulteriori costi economici alla Russia". Insomma: pronti ad altre sanzioni. "Mentre la Russia si muove verso un'economia di guerra piena – ha detto durante un’intervista alla Cnn - proporremo ulteriori controlli sulle esportazioni sulla tecnologia civile". Una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione è stata convocata a New York, dove tutti si trovavano per l’Assemblea dell’Onu. Proprio durante l’Assemblea, il presidente statunitense Joe Biden è intervenuto sulla questione, dicendo che Putin ha fatto "minacce nucleari spericolate e irresponsabili. La Russia ha vergognosamente violato i principi base della carta dell'Onu invadendo l'Ucraina”. “Una guerra nucleare – ha concluso - non può essere mai vinta e non deve essere combattuta".

Sul campo, la situazione resta di fatto bloccata. Le forze russe sono impantanate e l’esercito di Kiev pare aver esaurito la spinta offensiva delle settimane scorse. Uno stallo che può durare in eterno. Il presidente ucraino Zelensky ha detto che “la Russia vuole farci annegare nel sangue dei suoi soldati”. Nessuno, per ora, vuole sedere al tavolo dei negoziati. Ignorando il fatto che questa guerra, ormai, nessuno la può davvero vincere.

Raffaele Crocco

Sono nato a Verona nel 1960. Sono l’ideatore e direttore del progetto “Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo” e sono presidente dell’Associazione 46mo Parallelo che lo amministra. Sono caposervizio e conduttore della Tgr Rai, a Trento e collaboro con la rubrica Est Ovest di RadioUno. Sono diventato giornalista a tempo pieno nel 1988. Ho lavorato per quotidiani, televisioni, settimanali, radio siti web. Sono stato inviato in zona di guerra per Trieste Oggi, Il Gazzettino, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Liberazione. Ho raccontato le guerre nella ex Jugoslavia, in America Centrale, nel Vicino Oriente. Ho investigato le trame nere che legavano il secessionismo padano al neonazismo negli anni’90. Ho narrato di Tangentopoli, di Social Forum Mondiali, di G7 e G8. Ho fondato riviste: il mensile Maiz nel 1997, il quotidiano on line Peacereporter con Gino Strada nel 2003, l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, nel 2009. 

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