“Street Store”: negozi senza tetto per i senzatetto (e non solo)

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Il primo Street Store ha visto la luce nel gennaio del 2014 a Città del Capo, l’ultimo è di qualche giorno fa e potete scoprire dove è stato aperto sulla pagina facebook di The Street Store. L’idea open-source partita in Sudafrica è banale almeno quanto utile: creare dei “Temporary shop” dove chiunque può lasciare i propri indumenti usati, per dare agli homeless l’opportunità di riusarli. Si tratta di raccogliere e ordinare in una vera e propria esposizione in strada, come si fosse in un negozio a tutti gli effetti, capi d’abbigliamento, accessori e scarpe che la gente vorrebbe buttare o non usa più e dare ai senzatetto un'opportunità che di solito non è loro concessa: scegliere. Chiunque prima e durante gli "orari di apertura", può lasciare i propri indumenti, abiti o scarpe di seconda mano mentre gli “addetti alle vendite” li collocano al loro posto pronti per i clienti rigorosamente senza portafoglio. 

Nato dall’idea dei pubblicitari Kayli Levitan e Max Patak in collaborazione con The Haven Night Shelter, associazione no profit che lavora con i senzatetto di Città del Capo, grazie all’appoggio dell’agenzia M&C Saatchi, il fenomeno Street Store è diventato un fenomeno virale e mondiale. “Considerato che i senzatetto non sono solo un’emergenza africana, abbiamo deciso di rendere il nostro sistema open-source”. Cosa significa? Come ci spiega un video su YoutubeChiunque può creare uno Street Store nella propria città. Il primo passo è iscriversi al sito, per avere accesso a tutto il materiale. Secondo, cercare la collaborazione con un’associazione di volontariato per decidere insieme quale sia il posto migliore dove allestire il negozio. Terzo, assicurarsi di essere in possesso di tutti i documenti per occupare un suolo pubblico. Quarto, appendere i cartonati scaricati dal sito e chiedere alle persone di appendere gli abiti negli appositi spazi. Quinto, organizzare tutto affinché la vendita si svolga senza intoppi. Sesto, la vendita: i clienti possono visitare il negozio e comprare senza bisogno di spendere”. Ultimo step, “fotografare il negozio e condividere le foto su sito”. 

Nato virtuale, diffusosi sui social media, lo Street Store è diventato ben presto reale. “Ovviamente il ruolo dei social per noi è imprescindibile - ha spiegato Levitan . Ma nulla regge il confronto con le parole delle persone che vengono a fare shopping da noi”. Il trecentesimo Street Store ha aperto il mese scorso a Berlino: clienti privilegiati, non solo i senzatetto come da statuto, ma anche e soprattutto i migranti, alle prese con il sogno di rifarsi una vita. “È stato bellissimo: le persone che mi hanno aiutato a scegliere avevano un’espressione rassicurante, e io mi sono sentita accettata”, ha commentato una ragazza. “Sono stato in strada per moltissimi anni - ha raccontato con le lacrime agli occhi, un signore -. Venite dal paradiso, non potrò mai ripagarvi per quello che avete fatto per me”. “L’homelessness è internazionale - ha concluso Levitan - e ci sarà sempre spazio per ridare senza fini di lucro a tutti la dignità che meritano”.

Oggi le “inaugurazioni” di questi negozi a tutti gli effetti, con gli abiti sulle grucce e con tanto di assistenti alla vendita che aiutano le persone bisognose nella personale selezione di abiti ed accessori sono in costante aumento e hanno raggiunto Canada, Belgio, Malesia, Brasile, Stati Uniti, Colombia, Messico, Norvegia, Argentina, Costa Rica, Honduras, Ghana, India, Regno Unito, Nuova Zelanda, Senegal, Perù, Grecia, Israele, Australia e adesso anche l’Italia.  Ad inaugurare questi negozi di strada è stata l’amministrazione comunale di Napoli, guidata da Luigi de Magistris, che già in agosto aveva approvato una delibera proposta dall’assessore comunale al Welfare, Roberta Gaeta per la “promozione di Street Store per persone senza dimora o in condizione di grave disagio economico sul territorio cittadino”. Oggi anche nel capoluogo campano i cittadini possono lasciare in dono abiti e altri oggetti che ritengono possano essere utili a persone in gravi difficoltà economiche. Abiti e oggetti che dopo essere stati selezionati a cura dei soggetti che hanno in gestione uno o più negozi di strada, sono messi a disposizione dei “senza fissa dimora”.

A quasi due anni dalla nascita “Abbiamo vestito oltre 200 mila senzatetto nel mondo e superato i 300 Street Store - ha spiega Levitan - numeri che non riesco nemmeno a immaginare, impossibile da raggiungere senza l’aiuto di moltissime persone convinte che il mondo possa essere migliore di com’è. E attenzione: questo non è un modo di vantarsi del proprio successo, perché gli Street Store con il successo non c’entrano nulla. Questo, invece, è un modo per mostrate come un’idea all’apparenza insignificante, con la collaborazione e l’aiuto degli altri, con la condivisione, possa avere un impatto rivoluzionario”. Il mondo intero è oggi unito sotto l’insegna di un appendiabito da ritagliare da un pezzo di cartone. Chiunque può scaricare il kit online e allestire il negozio in strada della propria città dando l’opportunità di far scegliere a chi a bisogno solo quello che piace davvero. Un'esigenza fino ad oggi dimenticata dietro l'urgenza del bisogno, ma non per questo da sottovalutare! 

Alessandro Graziadei

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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