Serre biologiche nel deserto, di necessità virtù?

Stampa

Qatar. Un Paese la cui contestualizzazione, per molti di noi, si riassume probabilmente in qualcosa del tipo “Stato islamico posizionato indefinitamente in quell’area di mondo di deserti sterminati, emiri del petrolio, smisurata ricchezza”. Eppure, esplorando un po’ più a fondo le potenzialità spesso sconosciute del Qatar, ci sorprende (ma forse nemmeno troppo) la sua capacità di impostare politiche lungimiranti che guardano al passato (per la precisione a quando il deserto era una distesa verde e rigogliosa) per immaginare un futuro strategico a fronte di un presente non favorevole, a partire dall’embargo a cui è sottoposto dal giugno 2017 dai Paesi confinanti (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto). Ma non solo: in un clima desertico dove le piogge sono un evento raro e l’approvvigionamento di acqua dolce è un problema primario, le aziende agricole nazionali estraggono acqua dalle falde sotterranee a un ritmo quattro volte superiore alla loro rigenerazione tramite pioggia. Che fare?

La svolta recentemente adottata in ambito agricolo, nel campo di quella che si chiama food security, ci racconta di un Qatar con le idee chiare. La dinastia Al Thani, che dal 1971 (anno di indipendenza dal Regno Unito) governa una miniera arida adagiata su un mare di risorse naturali come petrolio e gas, ha messo in atto ormai da diversi anni nuove azioni a favore dei quasi due milioni di abitanti (in costante crescita demografica) che hanno, letteralmente, sete e fame. Ma come, un così pesante export energetico non garantisce stabilità e sicurezza? Ehm, no. Il Paese dipende in maniera pressoché totale dall’estero per le importazioni alimentari, modello economico che, oltre a basarsi in maniera poco rassicurante sulle oscillazioni del prezzo del greggio, non convince.

Gli emiri lo hanno capito e hanno predisposto la Qatar’s National Vision 2030, un piano di finanziamento a scadenza quindicennale che si prefigge la rivoluzione dei metodi di coltivazione e allevamento per puntare all’autosufficienza entro il 2020 nella produzione di prodotti freschi e lattiero caseari e affrontare così un problema che interessa in maniera particolare il Paese, ma che fa sentire i suoi effetti sull’intera regione araba.

A partire da Zulal, oasi idroponica che dal 2013 produce una selezione di ortaggi e frutti biologici, o da Ras Laffan dove cresce frutta esotica sotto il controllo di grandi multinazionali del settore alimentare. Progetti che progrediscono di pari passo con avveniristiche opere di desalinizzazione delle acque o di condensazione dell’atmosfera, che mirano a reintegrare la rigenerazione naturale dell’acqua potabile. E forse la strada è quella giusta, se la produzione agricola del Qatar è cresciuta oltre il 100% nel 2018, con oltre 400 nuove serre e fattorie nate e in piena attività, che forniscono prodotti freschi e locali a prezzi relativamente vantaggiosi e che ne favoriscono la diffusione. Un investimento sull’agricoltura sostenibile, ad alta efficienza per le tecniche produttive utilzzate e proposta con metodi idonei per le caratteristiche climatiche del Paese, che vede nell’agricoltura biologica un ulteriore vantaggio se pensiamo che essa consuma il 30% in meno di acqua ed energia rispetto all’agricoltura tradizionale, garantendo prodotti più sani e non contribuendo all’inquinamento del suolo. Una svolta che sta convincendo sempre più anche i cittadini e le filiere più corte e locali, che si stanno organizzando attraverso gruppi Facebook per lo scambio di semi e per incontri finalizzati alla condivisione di tecniche e stratagemmi per la creazione di un orto biologico dietro casa, segnale di una domanda in crescita per prodotti biologici, soprattutto tra i giovani (MERatings. Middle East Credit Rating Agency’s - Qatar Food and Beverages Sector Analysis 2019).

Se le Nazioni Unite definiscono la desertificazione come una delle più imponenti sfide ambientali dei nostri giorni, non stupisce dunque che, pur spinti da un ventaglio di ragioni non solo ecologiche, uno tra i Paesi più motivati a trovare nuove soluzioni sia proprio il Qatar, che ha sempre trovato nel deserto un ambiente contrastante, ricco di risorse e allo stesso tempo ostile e difficile, quando non impossibile, da abitare.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

Ultime notizie

Avere una malattia mentale a Dakar / 2

28 Marzo 2020
La comunità autoctona lebou di Dakar “cura” le persone con problemi mentali attraverso riti collettivi di stampo esorcistico. (Lucia Michelini)

Perché non lo lasci?

27 Marzo 2020
Le donne che subiscono violenza psicologica tendono a vedersi con gli occhi del maltrattante. E alcuni diffusi stereotipi aumentano il disagio. (Lia Curcio)

Il nostro welfare? Incapace di tutelare i diritti umani delle persone con disabilità

26 Marzo 2020
Intervista con Giampiero Griffo, presidente di DPI Italia e esperto di diritti delle persone con disabilità nelle emergenze. «Nei momenti di crisi risorgono vecchi schemi e stereotipi, la logica mi...

Covid-19 in America Latina: scenario angosciante di una crisi inevitabile

26 Marzo 2020
L’arrivo del virus nel continente latinoamericano si vedeva da lontano e non si è potuto fermare, anche per colpa dei dirigenti politici. (Marco Grisenti)

Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore

25 Marzo 2020
Da giorni basta aprire un giornale, scorrere le notizie sul telefono, guardare un notiziario in tv per sentirci dire che siamo in guerra. L’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un lingua...