Repubblica Centrafricana, dove lo stupro è una tattica di guerra

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Era l’ottobre del 2014 quando la ventottenne Josephine decise di fuggire da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, insieme a suo marito e ai suoi cinque bambini, a causa degli scontri sanguinosi che imperversavano in città tra le opposte fazioni in conflitto. Quando tornò nel suo quartiere per raccogliere vestiti e utensili per la famiglia, venne bloccata da tre combattenti anti-balaka che la portarono in un edificio, dove la violentarono con una bottiglia rotta: un dolore talmente atroce che Josephine perse conoscenza. Riuscì a sopravvivere, ma la pena per lei non finì con la violenza. Da allora, infatti, suo marito aveva iniziato a guardarla con sospetto, la chiamava “moglie degli anti-balaka”, tanto che alla fine si separarono. Da allora Josephine è preda di costanti fitte alla testa e gli incubi dell’orrore subito non la abbandonano mai. Un destino simile a quello di tantissime altre donne della Repubblica Centrafricana, il cui corpo è divenuto bottino da depredare e terreno di conquista, con lo stupro quale strategia sistematica e organizzata di guerra, allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione, disgregare famiglie, distruggere comunità, ottenere vantaggi militari e politici. A denunciarlo, l’organizzazione internazionale Human Rights Watch che nel report intitolato “They said we are their slave” (“Ci dicevano che eravamo le loro schiave”) uscito questo mese, ha raccolto 296 testimonianze di donne stuprate e usate come schiave sessuali tra l’inizio del 2013 e la metà del 2017. Questo in un paese che, secondo le Nazioni Unite, sarebbe addirittura sull’orlo di un genocidio, con una situazione che appare simile a quella del Ruanda nel 1994.

Dalla fine del 2012, infatti, la Repubblica Centrafricana è attraversata da un conflitto interno in cui le parti in campo imperversano per il paese attaccando le persone e le infrastrutture civili, seminando odio, morte e miseria in quello che era già uno dei paesi più poveri del mondo. Come sempre accade in questi casi, a pagare il prezzo più alto sono i civili, soprattutto le donne. La violenza sessuale da parte dei gruppi armati, infatti, non è semplicemente una conseguenza della guerra, ma è usata spesso come una tattica, tollerata dai comandanti, quando non ordinata o commessa dagli stessi. Tutto ha inizio nel 2012 quando un gruppo di ribelli, principalmente musulmani (minoranza per anni trascurata e negletta), formano il gruppo combattente dei Seleka nel nordest del paese, attaccando città e villaggi e deponendo l'allora presidente François Bozizé, di religione cristiana. In risposta, le milizie cristiane e animiste conosciute come “anti-balaka” (che significa “anti-machete”) sono emerse a metà 2013 organizzando il contrattacco: associando tutti i musulmani con i Seleka, gli anti-balaka hanno effettuato attacchi su larga scala sui civili musulmani a Bangui e nelle parti occidentali del paese. Da allora la violenza è proseguita senza sosta, e questo nonostante l’intervento della missione Onu MINUSCA, e un accordo di pace raggiunto nel 2014, culminato con l’estromissione dei Seleka da Bangui da parte dell'Unione africana insieme alle forze francesi. Il gruppo, però, non scompare ma si divide in diverse fazioni: noti come “ex-Seleka” hanno comunque continuato a combattere, talvolta addirittura alleandosi con gruppi anti-balaka, a seconda degli interessi del momento. I gruppi armati, infatti, più che per motivi religiosi si combattono per il potere e il controllo delle risorse (il paese è ricchissimo di miniere d’oro, diamanti e metalli preziosi). Il risultato è che, dal 2012 ad oggi, i civili si sono ritrovati bersaglio del fuoco incrociato, in una spirale di violenza che con il ritiro dei francesi l’anno scorso rischia di peggiorare ulteriormente, soprattutto per le donne.

Attraverso le testimonianze di 296 ragazze, il report di Human Rights Watch presenta infatti casi dettagliati di stupro, schiavitù sessuale, aggressioni fisiche e rapimenti di donne e ragazze tra i 10 ei 75 anni, avvenuti nella capitale Bangui e nei dintorni di Alindao, Bambari, Boda, Kaga-Bandoro, e Mbrès. Molte le sopravvissute che raccontano di essere state violentate anche da dieci uomini in uno stesso episodio, con conseguenze che vanno da ossa e denti rotti a lesioni interne e traumi cerebrali. Human Rights Watch parla di vere e proprie torture – come quella subita da Josephine – con donne legate per lunghi periodi, ustionate e minacciate continuamente di morte. Spesso le violenze sono avvenute davanti ai loro mariti, ai figli e ad altri membri della famiglia. Molte sono state rapite e tenute prigioniere come schiave sessuali anche per oltre un anno, costrette a diventare “mogli” dei loro aguzzini e a cucinare, pulire e raccogliere cibo e acqua. Importanti e spesso permanenti le conseguenze fisiche e mentali registrate, tra malattie, lesioni, traumi, gravidanze frutto delle violenze, sindrome da stress post-traumatico e depressione, inclusi pensieri suicidi, paura e ansia, insonnia.

Per chi sopravvive, c’è poi lo stigma. Per questo molte decidono di non parlare e denunciare: secondo Human Rights Watch, i casi documentati nel report sarebbero infatti solo una piccola percentuale di tutti i casi di violenza sessuale perpetrati da gruppi armati nel paese durante il periodo di riferimento. Le Nazioni Unite, ad esempio, hanno registrato oltre 2.500 casi solo nel 2014. Soprattutto, le sopravvissute hanno poca o nessuna possibilità di ottenere giustizia. Sebbene il codice penale centrale dell'Africa centrale punisca violenze e violenze sessuali come reati penali, nessun membro di un gruppo armato è stato giudicato per stupro durante il conflitto. “I gruppi armati stanno utilizzando la violenza in un modo brutale e calcolato per punire e terrorizzare le donne e le ragazze", ha dichiarato Hillary Margolis, ricercatrice di diritti delle donne per Human Rights Watch. "Ogni giorno, i sopravvissuti vivono con le devastanti conseguenze dello stupro, e la consapevolezza che i loro aguzzini camminano liberi, spesso in posizioni di potere, senza aver affrontato finora alcuna conseguenza per le loro azioni”.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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