“Non venite in Gran Bretagna!”

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“Il nostro Paese fa schifo!” – foto: theglobeandmail.com

In Inghilterra il sistema di quote che limita l’immigrazione dai due ultimi membri a entrare nell’Unione Europea decadrà tra un anno esatto, nel gennaio 2014, dando cosi la possibilità a bulgari e rumeni (trenta milioni di abitanti) di vivere e lavorare senza alcuna restrizione nel Regno Unito. L’impatto di questa novità potrebbe essere notevole. Il think tank dell’Università di Oxford MigrationWatch ha pubblicato uno studio stimando che il numero di immigrati provenienti da Bulgaria e Romania due paesi potrebbe arrivare a circa duecentocinquantamila nel giro di pochissimi anni. Molto meno di quanto temono i più catastrofisti, ma comunque molto più di quanto il Regno Unito abbia recepito negli ultimi anni da questi due Paesi. Nonostante resti difficile fare una stima del numero di persone che effettivamente approfitteranno della fine delle quote, vi è un precedente illustre, quello dell’immigrazione polacca in Gran Bretagna, che preoccupa gli inglesi: nel 2004, decaduti i vincoli precedentemente in vigore, migliaia di polacchi diedero avvio a un rapidissimo esodo verso Londra e i sobborghi del nord.

Il governo conservatore teme che un nuovo “tsunami migratorio” possa avere un effetti fortemente negativi. Soprattutto in chiave elettorale: le elezioni del 2015 si avvicinano e dopo due anni passati a costruire l’immagine di un governo rigido, inflessibile e contrario al multiculturalismo, adesso questi sforzi rischiano di essere vanificati dalla silenziosa invasione di rumeni e bulgari. Secondo fonti informali raccolte dal Guardian, il governo starebbe pensando a misure per contrastare alla radice quest’indesiderata e incontrollabile ondata migratoria. La prima idea sarebbe un piano per allontanare gli immigrati che si trasferiscono nel Regno Unito solo per godere dei benefici del welfare britannico. Una seconda idea, secondo il Daily Mail, sarebbe quella di vincolare gli immigrati provenienti da Bulgaria e Romania alla garanzia di essere economicamente in grado di sostenersi in maniera autonoma per almeno sei mesi. Queste due idee di policy-making avrebbero di certo la loro efficacia; eppure non tengono conto del fatto che la Gran Bretagna è soggetta al diritto europeo, che fa della libera circolazione delle persone uno dei suoi principali fondamentali, garantiti dai Trattati e salvaguardati dalla Corte di Giustizia Europea.

Un modo per limitare l’immigrazione da Bulgaria e Romania senza violare le direttive europee sarebbe quello di convincere gli immigrati a non venire in Gran Bretagna. Idea brillante, certamente, ma anche questa sembra essere di difficilmente realizzazione. Eppure pare che il governo britannico stia seriamente considerando la possibilità di lanciare una campagna che evidenzi gli innumerevoli svantaggi di vivere in Gran Bretagna. Si tratterebbe, secondo fonti del Guardian, di correggere l’erronea impressione dei cittadini bulgari e rumeni che “qui le strade non sono lastricate d’oro”. Vi è una certa ironia: molti governi si rivolgono proprio a consulenti londinesi chiedendo loro di inventarsi nuove idee per migliorare la propria reputazione all’estero; e d’altra parte la stessa Gran Bretagna ha speso miliardi di sterline proprio per sfruttare i Giochi Olimpici come un grande spot per descrivere il proprio Paese come un luogo moderno, dinamico, cool.

Questa rivoluzionaria campagna pubblicitaria dovrebbe quindi trasformare la narrativa adottata negli ultimi anni dall’Home Office inglese (“La Gran Bretagna è un posto fantastico dove vivere: una moderna e dinamica società”, “Britain is a fantastic place to live: a modern thriving society”) in qualcosa di piuttosto diverso (il canadese Globe and Mail suggerisce “Il nostro Paese fa schifo”, “Our country sucks”). Il Guardian ha invitato i proprio lettori a inviare i loro suggerimenti per poster e slogan in quello che si presenta come un innovativo esercizio di auto-ironia nazionale sui principali problemi dell’isola, dalle miserabili condizioni atmosferiche agli hooligan violenti.

Più seriamente, non si tratta della prima volta che un governo britannico si cimenta in quello che il Guardian definisce un esercizio di anti-nation branding finalizzato a scoraggiare potenziali immigrati. Il governo inglese tentò, tra 1947 e 1948, di dissuadere gli immigrati Caraibici producendo un film che illustrava i peggiori aspetti della vita in Gran Bretagna durante un inverno freddo e umido. Tra le altre cose, si suggeriva che gli immigrati sarebbero probabilmente rimasti senza lavoro e costretti a trovare alloggi di fortuna in terribili condizioni atmosferiche. Per rendere più chiaro il concetto, l’Ufficio Coloniale britannico inviò ai governi caraibici eloquenti fotografie di immigrati caraibici nel Regno Uniti disoccupati e ridotti in indigenza. Inoltre, importanti membri del governo inglese viaggiarono in Giamaica e nelle Isole Indiane illustrando la natura delle grandi difficoltà incontrate dagli immigrati che tentavano di stabilirsi in Gran Bretagna. Questi episodi sono stati illustrati nel libro di Ian Spencer intitolato British Immigration Policy since 1939: The Making of Multi-Racial Britain. Negli anni Settanta, la città di Leicester avvio una campagna per scoraggiare gli immigrati asiatici provenienti dall’Uganda a stabilirsi nella città. I retroscena su quella campagna sono stati svelati solo recentemente dalla BBC, che ha anche mostrato come questa e simili iniziative non hanno contribuito in alcun modo a raggiungere gli obiettivi stabiliti.

Il perché di questi fallimenti resta ancora un mistero. Un dubbio si sta lentamente facendo largo: forse gli immigrati giamaicani, ugandesi, rumeni e bulgari non lasciano i propri Paesi solamente per godere del tiepido sole londinese, delle rinomate architetture di Leicester e del pregiato vino di Birmingham, ma perché la loro condizione di vita è molto, ma molto, peggiore.

Lorenzo Piccoli

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