Mustang Yatayat (Viaggio verso il Mustang – I parte)

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Foto: A. Graziadei ®

Quando ho detto al mio direttore che forse avrei fatto un viaggio in Mustang ho dovuto precisare che non sarei partito con un’auto sportiva degli anni Sessanta o su un aereo da caccia americano della Seconda Guerra Mondiale, ne tanto meno in sella ad uno dei cavalli selvaggi cavalcati dai primi coloni del Far West. Il Mustang, infatti, è anche una regione montuosa del Nepal, che porta il nome di un antico regno che dal 1789 è formalmente sottomesso a Kathmandu e va dal confine con la Cina, passando per la capitale Lo Mantang, fin oltre la piana di Jomoson, lungo l’ampio bacino del fiume Kali Ghandaki che, scorrendo tra il Dhaulagiri (la settima cima più alta del mondo con i suoi 8.167 metri) e la più famosa Annapurna (“solo” decima in questa speciale classifica con 8.091 metri sul livello del mare), finisce 630 km più tardi nel Gange. Oggi quello che l’antropologo francese Michel Peissel ha definito nel 1967 “uno dei luoghi più pittoreschi e più curiosi del Globo” e dove il giornalista fiorentino Tiziano Terzani ha incontrato nel 1995 “una natura di primordiale bellezza”, rappresenta culturalmente e geograficamente quel che rimane dell’antico regno tibetano, avendone conservato dal XIV secolo quasi intatti i costumi e la filosofia buddista all’interno dei confini nepalesi, soprattutto dopo che nel 1951 i soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare hanno trasformato il Tibet in una regione della Cina.

L’alto Mustang o “Ultimo Tibet”, come lo ha definito Pietro Verni (a lungo presidente dell’Associazione Italia-Tibet) in un suo celebre libro pubblicato nel 1994, è il cuore di questa particolare regione che dall’alto dei suoi 3.000  metri è rimasta per anni impermeabile al “progresso” e allo “sviluppo”. Ultimo regno himalayano ad essere aperto al turismo nel 1992, il suo inevitabile percorso di modernizzazione, nei limiti del possibile, non è stato lasciato al caso e dal 1986 può contare sui fondi e sulle iniziative dell’Annapurna Conservation Area Project (ACAP) che non è un parco nazionale tradizionale e tra i suoi obiettivi vanta anche il benessere dell’uomo e non solo quello della natura. Ecco perché accanto ai programmi per la tutela della flora e della fauna locali (come il raro leopardo delle nevi, il grifone e le blue sheep, una particolare capra selvatica) l’ACAP, spesso con fondi della cooperazione internazionale, negli anni ne ha avviate altri per potenziare l’igiene dei villaggi, realizzare scuole, investire sulla formazione professionale dei giovani, costruire fontane e canali per l’irrigazione e il contenimento dei torrenti, favorire la nascita di strutture ricettive di proprietà e sistemare quella rete di sentieri utilizzati dagli abitanti che ancora in molte zone si spostano a piedi come buona parte dei turisti.

Grazie a queste attenzioni, come ha ricordato durante un’intervista rilasciata a Stefano Ardito, Ghana Gurung, il direttore del WWF Nepal che è nato a Dhi, un villaggio dell’Alto Mustang “la biodiversità nell’Alto Mustang è ancora in condizioni discrete”. Certo, come in molte altre zone non solo del Nepal, “non è più la stessa di trenta e più anni fa, quando da ragazzo portavo al pascolo le capre e gli yak della mia famiglia e mi capitava di avvistare in lontananza lo dzong, lo yak selvatico, un animale di straordinaria imponenza. Ho visto più volte il leopardo delle nevi […] l’asino selvatico che noi chiamiamo qiang, la gazzella tibetana, e l’orso bruno tibetano, un animale raro e bellissimo come l’argali, una grande capra selvatica che era abbondante sia in Mustang sia in Tibet. Ora tutte queste specie sono molto difficili da vedere. E alcune quasi completamente sparite”. Anche qui, infatti, nonostante l’attività e le attenzioni dell’ACAP il cambiamento climatico sta complicando non poco la vita agli animali e soprattutto agli uomini. L’esaurimento delle sorgenti che forniscono l’acqua ad alcuni villaggi è un problema che l’ACAP conosce da anni, ma che trascende la forza e la volontà di un parco nazionale per quanto sui generis. Da tempo gli abitanti del Mustang convivono con il progressivo inaridirsi del territorio tanto che già negli anni ’60 Peissel nota “la quasi completa sparizione dei boschi di questa parte del Nepal”, e il “prosciugamento generale che ha colpito l’altopiano del Tibet […] dove il livello dei fiumi e dei laghi si è considerevolmente abbassato negli ultimi decenni”. A quanto pare, secondo gli autorevoli studi dell’International Centre for Integrated Mountain Devolpment (ICIMOD) fondato a Kathmandu nel 1983 “Rispetto alle medie globali il riscaldamento del clima alle pendici dell’Himalaya è nettamente più marcato” e “arriva meno acqua che in passato”. La poca che arriva con i monsoni lo fa spesso in maniera più concentrata e violenta con vere e proprie alluvioni come quella che nel 2011 ha colpito la capitale Lo Mantang.

Come mai? Due sono i fattori che più di altri in Himalaya contribuiscono al cambiamento climatico: i gas serra (come in tutto il mondo) e la “Brown Cloud asiatica” scoperta dallo scienziato indiano Veerabhadran Ramanathan, cioè una nuvola marrone composta da uno strato di inquinanti che raggiunge i tre km di spessore e che dopo aver preso forma nella pianura indiana viene spinta a nord dal Monsone rendendo più marcato in queste zone il riscaldamento dei gas serra e ostacolando le piogge monsoniche in molte valli dell’Himalaya, dove milioni di agricoltori le attendono per coltivare ed irrigare i propri campi. Le “Nuvole marroni” sono ormai un fenomeno tipico di altre zone pianeggianti fortemente antropizzate, ma se una volta si credeva che il problema dell’inquinamento riguardasse principalmente le grandi città nelle aree pianeggianti, oggi grazie agli studi di Ramanathan è chiaro che il problema riguarda anche e soprattutto le montagne. “In alcune zone dell’Alto Mustang il problema è diventato drammatico” spiega la ong svizzera Kam for Sud che da anni si occupa del progressivo inaridirsi di quest’area. “Qui la quantità d’acqua necessaria per l’irrigazione dei campi è di gran lunga superiore a quella occorrente per uso domestico. È dunque in primo luogo la produttività agricola ad essere rimessa in questione dai mutamenti climatici, e con essa il sostentamento delle comunità”. Nonostante le molte iniziative utili a tamponare la siccità messe in atto dalla ong, lo studio dei dati e dei modelli climatici offre uno scenario drammatico per il Mustang: “si attende un aumento di temperatura da 6 a 10 gradi in pochi anni” e agli abitanti di molti villaggi come Samdzong e Dheye non rimane che migrare più a valle o nelle città, dove non è certo facile ambire ad una vita migliore.

Così mentre questo splendido ed estremamente variegato angolo di Nepal offre ai trekker di tutto il mondo panorami che spaziano dall’alpino al desertico, dando a molti abitanti del Mustang la possibilità di vivere anche di turismo, altri sono oggi costretti ad emigrare trasformandosi in rifugiati ambientali. Come ha scritto Stefano Ardito in “Mustang. Himalaya che cambia” nel 2013 “Come nelle nostre montagne, anche in Himalaya l’emigrazione dai villaggi d’alta quota segue la forza di gravità. Andarsene, scendere a valle è doloroso ma facile. Risalire, tornare dalla pianura verso il luogo natio è praticamente impossibile”. Potrà il progresso compensare il cambiamento climatico e aiutare le genti del Mustang a non lasciare per sempre la loro terra? Proverò a rispondervi lunedì!

P.S. Per raggiungere e attraversare il Mustang, che lo si faccia con fatiscenti corriere con ben in vista la scritta Mustang Yatayat (Viaggio verso il Mustang) o con un piccolo aereo, e poi rigorosamente a piedi, serve affidarsi ad un'agenzia. Io ho scelto Viaggiaconcarlo Adventures and Expeditions  e ho avuto la fortuna e l'accortezza di scegliere chi non pensa solo all´emozione della scoperta, ma anche a contribuire e sostenere progetti di sviluppo tramite le associazioni Finale for Nepal Volontari senza Frontiere nelle zone di Kathmandu, Chitwan e a Tikapur, nella parte sud-occidentale del Nepal. A questi progetti si sono aggiunti dal 2015 quelli nati a seguito del terremoto, "per aiutare la forte e accogliente popolazione nepalese a rimettersi in piedi e a ricominciare la propria vita. Per ogni viaggiatore, infatti, doniamo una piccola quota che vada a beneficio dei nostri progetti". A loro e alla professionalità dei loro collaboratori va il mio personale grazie!

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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