Migranti: la mentalità degli italiani sta cambiando?

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Gli ultimi sbarchi – Foto: picssr.com

Il mare calmo e la stagione estiva segnano l’inizio di nuovi sbarchi di migranti sull’isola di Lampedusa e sulle coste di Sicilia e Calabria. Si rinnova così l’esodo di uomini, donne e bambini piccoli e addirittura di neonati che vengono al mondo come profughi. Giudicati dalle nostre leggi democratiche come clandestini. Si rinnovano le tragedie dell’immigrazione. Rimbalzano sui telegiornali – ma per poco, troppo poco tempo – immagini di disperati che attendono soccorsi stando aggrappati alle reti dei tonni. Si contano i morti. Queste vittime non avranno però funerali di Stato. Saranno pianti da qualcuno, attesi non si sa da chi. Tutto sembra sospeso in una perenne ripetizione. E assuefazione.

Qualcosa tuttavia si è modificato. Forse non l’approccio generale al fenomeno (giudicato come un’emergenza da fermare con le buone o con le cattive) ma la consapevolezza di non poter andare avanti così. Occorre una sterzata in nome certo della dignità umana e dei diritti inalienabili di ogni persona, ma pure in nome di una dignità civile, politica, istituzionale.

A Lampedusa non c’è più la vicesindaco Angela Maraventano (che si definiva come la leghista più a sud d’Italia, senatrice nella precedente legislatura) a gridare ai quattro venti la presunta invasione dell’isola, invocando soluzioni definitive e drastiche che si sono poi rivelate puri proclami, a volte a sfondo razzista. Oggi invece abbraccia le vittime la sindaco Giusi Nicolini, manifestando sommessamente la realtà di un flusso tragico e continuo che trova le sue radici negli squilibri internazionali, nelle dittature, nelle guerre, nella povertà di mezzi e di futuro. Quella di Nicolini non è la sterile denuncia di un’anima bella, perché invece in questi primi anni di mandato la sindaco ambientalista ha costruito una rete di contatti volta ad affrontare in modo nuovo la situazione: recupero turistico ed ecologico dell’isola; scommessa sull’associazionismo e sul volontariato a Lampedusa; solidarietà a livello nazionale; nuova relazione con chi sbarca. Ben sapendo che il problema è europeo e globale.

Il clima generale verso l’immigrazione sta cambiando. A guardare i risultati delle elezioni, gli arrembaggi leghisti alle carrette del mare per conquistare qualche bottino di consensi sembrano non portare più gli effetti desiderati. Le offese, le minacce e gli episodi di razzismo sempre più volgare e delinquenziale rivolti verso la ministro Kyenge sono soltanto gli ultimi fuochi (non per questo meno pericolosi) di un atteggiamento che sta perdendo la sua battaglia culturale.

Come riporta Cinformi, l’annuario Istat 2013 (in particolare il capitolo 4, qui disponibile in .pdf) ci parla di un’apertura della sensibilità comune verso il fenomeno dell’immigrazione: “La quasi totalità dei rispondenti, ovvero l’86,7 per cento, è molto o abbastanza d’accordo nel ritenere che «ogni persona dovrebbe avere il diritto di vivere in qualsiasi Paese del mondo abbia scelto». Oltre i quattro quinti degli intervistati manifestano chiaramente di apprezzare la convivenza tra culture diverse. L’81% si dichiara poco o per niente d’accordo con l’affermazione che «è meglio che italiani e immigrati stiano ognuno per conto proprio» e che «l’Italia è degli italiani e non c’è posto per gli immigrati». Solo circa il 21% degli italiani esprime un’opinione negativa su un aspetto specifico della società interculturale rappresentato dall’aumento di matrimoni e unioni miste.

Rispetto al grado di apertura verso l’interculturalismo, un ruolo rilevante è giocato dall’età dell’intervistato e dall’area geografica di residenza: la necessità di una distinzione netta tra italiani e immigrati, così come i giudizi negativi rispetto all’incremento di unioni miste, sono espressi prevalentemente dai rispondenti con più di 65 anni, dalle persone con titolo di studio basso, dai residenti nelle aree del Nord-est e del Mezzogiorno.

Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, il 61,4% dei rispondenti si dichiara d’accordo con l’affermazione che «gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare». Una quota simile, il 62,9%, è poco o per niente d’accordo con l’idea che «gli immigrati tolgono lavoro agli italiani»”.

Buone notizie anche dal governo, dopo le speranze deluse che l’esecutivo Monti cambiasse la legge Bossi-Fini, già per altro messa in discussione dalla Consulta. Sembra che si proceda ad una semplificazione della norma per far acquisire la cittadinanza italiana al compimento dei 18 anni a chi è nato in Italia.

Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV, nel corso di un convegno tenutosi il 14 giugno scorso, alla presenza del ministro per l’integrazione, ha sottolineato “l’importanza di promuovere la piena integrazione delle seconde generazioni come fattore chiave per il cambiamento sociale del nostro paese” aggiungendo di «essere fortemente motivati a rafforzare le esperienze che vedono impegnate in Italia comunità di immigrati e persone dei nostri organismi per potenziare le relazioni culturali, economiche, politiche, sociali con i paesi d’origine degli immigrati e i nostri territori». Un ruolo fondamentale, secondo Cattai, per il cambiamento culturale può essere giocato dagli stessi giovani a cui «bisogna far vivere la cultura del dialogo e del reciproco arricchimento»”.

È il momento di agire perché il tempo sembra propizio. Nonostante le difficoltà, crediamoci.

Piergiorgio Cattani

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