Mauritania: 500.002 persone in schiavitù

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Biram Dah Abeid - Foto: Facebook.com

Nonostante la Mauritania abbia abolito ufficialmente la schiavitù nel 1981 e promulgato una legge che la criminalizza ulteriormente nel 2007, nel paese africano circa 500.000 persone vivono ancora in condizioni di schiavitù. Secondo il Global Slavery Index, che calcola  il numero di persone in stato di moderna schiavitù in 167 Paesi, in Mauritania circa il 4% della popolazione vive ancora “in catene”. Il perdurare della schiavitù in Mauritania nuoce notevolmente all'immagine del paese, tant’è che in questo mese il Governo ha emesso una nuova legge nella quale la schiavitù viene definita come "un crimine contro l’umanità". “Ma fintanto che le leggi contro la schiavitù non vengono applicate e anzi si processano e condannano le persone che si battono per la reale abolizione di questa terribile pratica, il Governo risulta poco credibile e non fa altro che nuocere ulteriormente alla sua immagine internazionale”.

A ricordarcelo è l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) dopo il verdetto emesso lo scorso 21 agosto dalla Corte d’Appello della Mauritania sul caso dell’attivista anti-schiavitù Biram Dah Abeid e del suo collega Brahim Bilal Ramdhane. La Corte d'appello del Paese africano, dopo la condanna in primo grado di alcuni mesi fa, ha infatti confermato “la condanna a due anni di carcere per i due attivisti che hanno subito un processo arbitrario, svolto a porte chiuse senza la partecipazione di osservatori e trasferito dalle autorità nella lontana cittadina di Aleg (che ospita la Guantanamo dell’Africa), per evitare proteste della popolazione di fronte alla Corte di Giustizia” ha spiegato l’APM. La difesa degli attivisti si è presentata subito particolarmente difficile a causa della vaga formulazione dell’accusa che oltre alla “partecipazione a manifestazione non autorizzata” parlava genericamente di “ribellione” lasciando così aperta la possibilità di una condanna a una lunga pena detentiva.

Ma come mai Biram e Brahim fanno così paura alla Mauritania? Dah Abeid è il presidente dell’associazione anti-schiavitù Initiative de Resurgence du mouvement Abolitionniste de Mauritanie (IRA) e Bilal Ramdhane il vicepresidente della stessa organizzazione. Entrambi erano stati condannati nel gennaio 2015 per aver partecipato nel novembre del 2014 ad una manifestazione non autorizzata contro la schiavitù  e per appartenere a un’organizzazione non riconosciuta ufficialmente dal governo. Da anni Dah Abeid, insignito nel 2011 del Premio per i diritti umani della città di Weimar e nel 2013 del Premio per i diritti umani delle Nazioni Unite, chiede al Governo il riconoscimento della sua organizzazione senza ottenerlo e da anni con l’IRA denuncia il persistere di questa ignobile pratica. Per questo motivo è stato più volte arrestato, processato e adesso condannato.

Gli avvocati dei due imputati hanno inutilmente protestato per lo spostamento del processo dal luogo dell’arresto ad Aleg che ha reso molto difficile, se non impossibile, la partecipazione al dibattito processuale di un gran numero di simpatizzanti, familiari e amici dei due attivisti che per protesta hanno essi stessi rifiutato di essere presenti al processo. Per la difesa “La corte che deve giudicarli è totalmente illegittima”. Secondo la legge, infatti, i due andavano processati dalle autorità dell'area di Rosso dove sono stati arrestati nel 2014 e dietro l’improvviso trasferimento non c'è alcuna legittima motivazione.  “Contro di loro non valgono le regole, perché sono haratin” ha sottolineato Ivana Dama, attivista napoletana dell’Ira Mauritania Italia. “Hanno la pelle più scura, diventano servi alla nascita, perché la schiavitù si tramanda di madre in figlio e sono il gruppo etnico che rappresenta il 40% della popolazione”. Come se non bastasse, per “ulteriori ragioni di sicurezza”, nonostante lo spostamento, poco prima dell’inizio dell’appello l’istituto di giustizia locale è stato circondato dalle forze di sicurezza mauritane che hanno impedito l’accesso ad una piccola folla di circa 200 persone tra giornalisti e rappresentanti di varie organizzazioni per i diritti umani.

Nonostante tutte queste misure restrittive e il "processo farsa", il movimento anti schiavista sta diventando sempre più forte. “A processo, inizialmente, dovevano andare in tre, perché insieme ai due leader dell'Ira era stato arrestato anche Djiby Sow dell’ong Kawtal che, però, è una delle organizzazioni riconosciute dal governo di Mohamed Abdel Aziz e questo lo ha salvato ­ - ha spiegato Jacoub Diarra, presidente dell’Ira Mauritania Italia - È chiaro che il regime vuole colpire solo l'Ira, perché la teme. E se noi diventiamo forti non ci possono più fermare”. Di fatto la forza del movimento è cresciuta notevolmente negli ultimi mesi, proprio grazie a Biram che dal carcere, attraverso i social network, ha continuato a incitare alla lotta pacifica.

E si tratta di una battaglia fondamentale per la Mauritania dove certe condizioni di sopruso sono difficile da scardinare, soprattutto in alcune zone, “E soprattutto se sono avallate dal Governo”, hanno concluso Ivana e Jacoub dell’Ira Italia. Quest'ultimo, sposato con Ivana e residente in Italia, è tornato a Nouakchott durante il mese di Ramadan, ma poco dopo l'arrivo è stato arrestato e portato al commissariato Dar-Naïm dove è stato trattenuto senza motivo. Gli hanno chiesto perché è andato a trovare Biram in carcere e cosa racconta in Italia. “Il regime ha paura di noi, perché siamo non violenti, ma riusciamo a far arrivare lontano la nostra voce”. Della stessa opinione sono sicuramente anche i quasi 13.000 firmatari di un appello di Avaaz e le oltre 153.000 mila persone che chiedono la liberazione dei due attivisti anti-schiavitù su Walk Free.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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