Macedonia del Nord e Albania: l’Europa non è più un miraggio

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Stavolta sembra davvero possibile. Dopo un messe, a dir poco, difficile, il sogno europeo di Albania e Macedonia del Nord prende forma e contorni definiti, un percorso di candidatura iniziato nel 2005 per la Macedonia del Nord e nel 2014 per l’Albania.

Premessa: questo non significa un’effettiva integrazione europea a breve termine; basti pensare che il Montenegro è impegnato nei negoziati di adesione dal 2012 e l’adesione potrebbe avvenire nel 2025; così come la Serbia ha iniziato i negoziati nel 2014. Tuttavia, dovrebbe significare che presto si avrà una prospettiva concreta sull’effettiva adesione dei due Paesi all’Unione Europea. 

La svolta decisiva è arrivata sabato 16 giugno, quando il parlamento macedone, la Sobranie – con 68 favorevoli su 120 – ha approvato la proposta della presidenza di turno francese del Consiglio europeo per fare in modo che la Bulgaria sollevi il veto che tiene in stallo l’intero processo di adesione dei due vicini. 

Una proposta discussa e non esattamente ben accolta da tutti nel Paese macedone, che ha visto proteste in piazza degli oppositori e l’abbandono dell’aula di una cospicua – ma insufficiente – parte dei parlamentari di opposizione. I nazionalisti hanno accusato la coalizione di governo di tradimento del popolo e degli interessi nazionali e dell’identità macedone. Ma tant’è. Alla fine il primo ministro Kovačevski e compagni sono riusciti ad ottenere il risultato sperato e la proposta francese ha ricevuto il via libera. 

L’aggettivo storico viene spesso usato e, non di rado, abusato. Ma qui si tratta effettivamente di un passaggio storico, e non solo per la Macedonia del Nord, ma anche per l’Albania, la cui richiesta di adesione è appaiata – e quindi bloccata – con quella macedone. 

Ad un certo punto, vista l’ostinazione bulgara e l’esasperazione per una situazione in stallo da due anni, si era paventata l’idea che i due Paesi si staccassero, per procedere ciascuno per conto proprio. Proposta che, in realtà, non è mai stata presa sul serio da nessuno.  

Il compromesso pensato dai francesi consiste nel persuadere la Bulgaria a sollevare il veto qualora la Macedonia del Nord si renda disponibile a effettuare delle modifiche alla propria costituzione. Il parlamento bulgaro aveva infine dato il suo assenso alla proposta francese. Le modifiche richieste alla Macedonia riguardano il riconoscimento della minoranza bulgara quale una delle etnie costitutrici dello Stato macedone e l’introduzione di misure aggiuntive, che garantiscano la protezione dei diritti delle minoranze e la proibizione del hate speech.  

Per le modifiche costituzionali accordate saranno comunque necessari ulteriori sforzi e l’opposizione nazionalista si è già detta pronta a dare battaglia contro quello che hanno definito un tentativo di “bulgarizzare” il popolo macedone.  

Eppure, sabato è stato un giorno diverso da tutti gli altri per la piccola repubblica di Macedonia del Nord. Dopo che la proposta ha ricevuto il via libera, le bandiere macedone ed europea sono state srotolate in aula. Un gesto liberatorio, simbolo di qualcosa che non si credeva più possibile. 

Per arrivare fino a questo punto ci sono voluti tempo (diciassette anni per la Macedonia), lavoro e non poche frustrazioni. Nel 2019, la Macedonia del Nord aveva finalmente raggiunto un accordo per il cambio del nome con la Grecia, per fare in modo che quest’ultima sollevasse il veto sull’accesso della Macedonia nella UE e nella Nato.

Ma negli anni, Albania e Macedonia del Nord hanno anche dovuto superare lo scetticismo di altri Stati membri, come Paesi Bassi e la stessa Francia, intimoriti sia dai fragili assetti statali (ed economici) dei candidati, sia da un’eventuale aumento dei flussi immigratori. D’altro canto, non si può dimenticare che il processo di democratizzazione e allineamento con standard europei, per entrambi i Paesi, non è stato, e non sarà, un percorso facile e veloce.  

Ma la delusione aveva senz’altro raggiunto il suo apice al vertice di Bruxelles lo scorso 23 giugno, dov’era stato messo in luce, per l’ennesima volta, l’incapacità delle istituzioni europee di superare il nodo dell’unanimità. I due Paesi balcanici si erano sentiti impotenti e presi in ostaggio da una questione prettamente bilaterale. Di conseguenza, la nomina di Ucraina e Moldavia allo status di candidati UE era stata accolta con un filo di amarezza da parte dei Balcani occidentali, i quali avevano, contemporaneamente, vista disattesa la promessa di un avanzamento nei vari processi in ballo. Qui, oltre ad Albania e Macedonia del Nord, c’è da elencare anche la mancata liberalizzazione dei visti per i cittadini del Kosovo e la mancata nomina a candidato della Bosnia Erzegovina. 

Nella conferenza stampa conclusiva dei leader albanese, macedone e serbo si era percepito un amaro disincanto, mentre i palazzi di Bruxelles si riempivano di un silenzio imbarazzato.  

Forse è stato proprio il clima di insofferenza che aveva spinto il presidente Macron ad avanzare un’ulteriore ipotesi, quella della Comunità politica europea. Un modo per far accedere certi stati extraeuropei ad alcuni dei benefici di cui godono gli Stati membri. Un’idea che molti hanno interpretato come un surrogato insoddisfacente e l’ennesima conferma dell’immobilismo europeo. 

Chiaramente, il fatto che Ucraina e Moldavia abbiano ottenuto lo status di candidati non toglie niente agli Stati balcanici ma, in qualche modo, ha sottolineato ulteriormente lo stallo europeo nei loro confronti. 

Così, la presidente Von der Leyen, in visita a Skopje lo scorso giovedì, si era rivolta direttamente al parlamento macedone, auspicando quell’ultimo passo che separava il Paese dall’agognato inizio delle negoziazioni. Sabato ha accolto l’approvazione con un tweet di congratulazioni: «Il voto spiana la strada per aprire i negoziati di adesione rapidamente. Era un’occasione storica. Voi l’avete colta. Un grande passo sulla vostra strada verso un futuro europeo. Il vostro futuro.» 

Domenica 17, Il ministro degli esteri macedone ha twittato di trovarsi al meeting bilaterale a Sofia, dove è stato firmato il protocollo relativo alle attività congiunte e ai campi di cooperazione reciproca. 

Già ieri, martedì 19, i negoziati di adesione sono iniziati a Bruxelles con le conferenze intergovernative (IGC). Una svolta che rimarrà incisa nella storia del processo di allargamento dell’Unione Europea.

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