La disfatta dell’Iraq

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Nonostante tutto Baghdad vive – Foto: Bernardi

Baghdad (Iraq) – Il rumore dei generatori di corrente che ogni due, tre ore partono a pieno regime per dare elettricità a chi può permettersi di pagare qualche centinaia di dollari al mese è il segno del fallimento di un Paese che nel 2013 ha prodotto 2,13 milioni di barili di petrolio al giorno, con un incasso stimato di 89 miliardi di dollari e non è in grado di fornire elettricità continua alla capitale. La temperatura a Baghdad va dai 38 gradi della notte ai 46 del giorno e il mese di Ramadan ha ridotto le attività lavorative. Chi può se ne va.  Quelli con amici e parenti ad Erbil, gli altri in Turchia. L’Aeroporto Internazionale non era così trafficato da tempo. Trovare un posto in aereo è diventata una scommessa. “Ho dovuto attendere una settimana per poter partire – dice Maher mentre attende in fila i controlli di routine per entrare nella hall dell’Aeroporto di Baghdad – perché tutti i voli per Erbil erano pieni. Me ne vado perché ho paura. Spero di poter trovare un lavoro ad Erbil almeno finché la situazione a Baghdad non si calma”. Il fallimento della comunità internazionale, che ha distrutto le istituzioni di un Paese lasciandolo in pasto a politici corrotti e burocrati di professione, potrebbe essere descritto in poche righe. Ma oggi l’Iraq è di nuovo al centro della scena internazionale, dopo che il governo sciita di Nuri al-Maliki ha perso il controllo del cosiddetto “Triangolo sunnita”. 

Nella provincia a maggioranza sunnita di Anbar le proteste dopo la preghiera del Venerdì erano iniziate nel 2012. Migliaia di giovani protestavano pacificamente contro il governo, accusato di mandare l’Esercito ad effettuare arresti arbitrari contro i sunniti dopo ogni attentato suicida, di escludere i sunniti dalla vita politica e di soffiare sul conflitto settario tra le due principali correnti dell’Islam. Quando l’Esercito ha deciso di intervenire è iniziato il caos. Morti e feriti hanno trasformato le proteste in quella che molti esperti hanno ribattezzato la “rivolta sunnita”. È in questo spazio che gruppi religiosi come l’ISIL si sono inseriti nuovamente nel conflitto iracheno e hanno preso in mano le operazioni. Grazie soprattutto all’appoggio delle tribù sunnite locali e al partito Baath, l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) ha guidato la conquista di Mosul, passando per Tikrit e a arrivando fino alla provincia di Diyala, pochi chilometri a Nord della capitale Baghdad. Con buona pace per l’Esercito che, nonostante i milioni di dollari spesi dalla comunità internazionale per addestrarlo, ha gettato le armi a terra e si è ritirato. I soldati più fortunati sono fuggiti, gli altri catturati e giustiziati sul posto.

Il 29 giugno il capo dell’ISIL Abu Bakr al Baghdadi si è proclamato “Califfo”, con il nome di Ibrahim, dichiarando ufficialmente la nascita del Califfato che va da Raqqa, in Siria, a Diyala, in Iraq.

Cosa ne sarà della capitale Baghdad? Hisham al-Hashimi è un analista iracheno esperto nell’analisi dei movimenti di gruppi sunniti estremisti. Ci riceve nel suo ufficio di Baghdad e ci mostra sullo schermo del computer una mappa. C’è rappresentata quella che viene chiamata la “cintura di Baghdad”, ovvero le aree attorno a Baghdad a maggioranza sunnita, da dove potrebbe, nel caso, partire un attacco alla capitale. Anche se, è l’opinione di Hisham e molti altri, “la strategia finale dell’ISIL sarà quella di dividere Baghdad in due più che di conquistarla: la cintura per i sunniti e il centro per gli sciiti”. Secondo le agenzie di intelligence la strategia è quella di risvegliare le cellule dormienti attorno a Baghdad e circondare la capitale. Siccome il centro è la sede delle Istituzioni irachene e ben protetto da esercito e milizie, quindi difficile da conquistare, la tattica potrebbe essere quella di soffocarlo economicamente: “invieranno autobombe verso obiettivi civili per richiamare l’attenzione dei media e scatenare il panico tra la popolazione”. La vecchia strategia di al-Qaeda, già ai tempi dell’invasione americana di Baghdad è tornata di attualità. Di conseguenza, a Baghdad, si sono moltiplicati i posti di blocco e il traffico, già di per se asfissiante, è diventato un inferno per la maggior parte delle persone. E poi ci sono i quartieri sunniti, circondati da muri in cemento armato alti due metri da dove si entra e si esce sorvegliati dall’esercito.

Bar e Caffè sono vuoti. Gli unici che sembrano fare buoni affari sono i venditori di pollo e kebab. Al ristorante di Mohammed, nel centro del quartiere di Jadria, c’è la fila per comprare un pollo arrosto da mangiare per l’Iftar. “La gente – dice Mohammed – viene ma non si ferma a mangiare”. Ci invita ad entrare nel ristorante dove i tavoli sono vuoti. Nella sala posteriore, quella riservata alle famiglie, ci sono una coppia di giovani con i loro bambini e niente di più. Lo spettro di una guerra settaria è tornato a far rivivere agli iracheni gli anni dal 2006 al 2008, quando ogni mattina corpi senza vita venivano trovati giustiziati ai bordi delle strade. Oggi come allora, anche se il livello delle morti non è così alto, i sunniti di Baghdad si sentono trattati con ingiustizia e hanno paura di dover pagare il prezzo per quello che sta accadendo nel paese, mentre gli sciiti sentono la paura di essere il target della prossima autobomba che esploderà davanti a qualche bar o caffè.

Ogni sera, nei quartieri sunniti, l’Esercito compie quelle che chiamano “operazioni militari” ma che non sono altro che raid indiscriminati alla ricerca di “terroristi” introvabili. Con buona pace per i civili che vengono detenuti e qualche volta torturati senza accuse. Ma a preoccupare sono le milizie sciite. Seduti sorseggiando tè al caffè Shahbar di Mutabani street, luogo dove per secoli gli abitanti della città si sono riuniti per discutere di libri e parlare di politica, Faruk, uno dei tanti librai ci da la sua impressione: “a preoccuparmi – dice – sono queste milizie che stanno combattendo fianco a fianco dell’esercito. Milizie sciite che in passato sono state protagoniste di crimini contro la comunità sunnita e che di conseguenza non possono essere viste di buon occhio dai sunniti, ma che oggi combattono mescolandosi nelle file dell’Esercito quando va bene, da sole, gestendo check point quando va peggio. Pensavamo fosse il passato e invece siamo ancora qui”.

A mezzanotte, quando scatta il coprifuoco, nella città regna un silenzio di tomba. La televisione irachena passa in continuazione immagini di soldati che ballano, cantano e combattono. Un collega iracheno mi guarda, sorride e scuote la testa. Poi si alza per andarsene e con tutta la disillusione di chi in Iraq dovrà rimanerci esclama “Maliki è un uomo senza vergogna”.  L’Iraq sta per disintegrarsi. I Curdi del Nord stanno lentamente guadagnando la loro indipendenza, tanto che il presidente Barzani sta pensando ad un referendum per l’annessione di Kirkuk ai territori che già controlla e l’addio a Baghdad. A Ovest sono saltati i confini con la Siria e i territori sono sotto il controllo di gruppi radicali. A Baghdad e nel resto del Paese gli sciiti sono convinti che quello che sta succedendo non sia il risultato di politiche sbagliate di un presidente incapace di ascoltare e saper includere le minoranze ma un complotto americano, israeliano, turco e di qualche altro Paese del Golfo. Tutto  ai danni dell’Iraq. (1 – continua)

Andrea Bernardi

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