Il traffico esseri umani è la nuova schiavitù

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Con 230 milioni di migranti che girano per il mondo; con una globalizzazione non solo dei mercati, ma anche della criminalità che ha diramazioni planetarie; con politiche di difesa, di respingimento e di selezione degli ingressi che in realtà si trasformano esse stesse in cause primarie di clandestinità e di scivolamento nella criminalità; con l'aggravarsi sempre più drammatico del fenomeno della tratta o del traffico di esseri umani, consenzienti o meno, rischiamo di non avere più gli strumenti adatti per dare risposte ai problemi che nascono dalla fame nel mondo, dalle miserie, dalle guerre.

Le "polveri" al Festival dell'Economia di Trento le ha accese subito, durante l'incontro "Immigrazione e lotta al traffico di esseri umani tra diritti, sicurezza e mercato del lavoro" il moderatore, Vittorio Agnoletto, che nell'illustrare l'attività del suo network FLARE ha messo l'accento sulle manchevolezze legislative internazionali, europee ed italiane e sui silenzi delle associazioni imprenditoriali e sui ritardi delle organizzazioni sindacali nei confronti dei temi dell'immigrazione. "Attenzione però, perché la globalizzazione ha sì messo in rete i mercati, ma ha anche mobilitato e mobiliterà in futuro grandi masse di migranti, moltissimi dei quali non si spostano su loro scelta, ma vengono letteralmente rapiti e inseriti nei circuiti criminali del lavoro nero o dei più diversi sfruttamenti".

La visione allarmistica di Agnoletto è stata subito confermata, se non addirittura aggravata, da Oliviero Forti della Caritas italiana, che ha riportato un dato molto significativo: "Sono circa 12 milioni le persone nel mondo vittime di sfruttamento, un fenomeno nascosto ma in continuo aumento, che riguarda soprattutto quello sessuale e del lavoro. E se la tratta di prostitute nei Paesi di origine fa leva sulla scarsa istruzione, sull’inconsapevolezza e sulla giovane età delle donne, per lo sfruttamento lavorativo le condizioni in cui gli immigrati si vengono a trovare nel Paese di destinazione della loro immigrazione sono ben peggiori di quelle del loro Stato d’origine, sempre col rischio di essere espulsi come clandestini se vengono individuati". La soluzione? Forti propone di cominciare fin da subito da un impegno congiunto di forze dell’ordine, associazioni, istituzioni e società civile per lottare contro i pregiudizi e a favore dei diritti umani.

È stato autocritico, invece, l’intervento di Pietro Soldini, responsabile immigrazione della CGIL, quando ha accusato gli stessi sindacati di avere analizzato per troppo tempo i fenomeni di tratta e immigrazione come fattori separati tra loro e, spesso, di essere intervenuti troppo tardi. “L’attacco portato dagli sfruttatori e dai trafficanti ai diritti è generale, riguarda cioè sia i lavoratori legali sia quelli illegali, e quindi la risposta non può che essere generale” ha detto Soldini. Il fatto è che “noi siamo un Paese che produce irregolarità in continuazione, come ha rivelato una recente ricerca. Dai dati in nostro possesso risulta che il 92% degli immigrati scelgono spontaneamente mettersi in viaggio in cerca di lavoro, ma i problemi nascono poi, quando arrivano nel paese di destinazione. Crisi economica, perdita del lavoro, indebitamento, legislazione sbagliata se non addirittura controproducente sono tutti fattori che creano illegalità e non tutelano i diritti degli immigrati".

Uno dei settori economici a maggior rischio di lavoro nero e di sfruttamento di manodopera è senza alcun dubbio l'agricoltura. A parlarne è stata chiamata Claudia Merlino, responsabile della Confederazione Italiana Agricoltori per il settore lavoro e relazioni industriali. "A leggere "Il Sole 24Ore" che ha reso pubblici i dati sul lavoro nero nel nostro paese, appare chiaro che il 30% circa dei lavoratori in agricoltura non è in regola con i permessi. Sono lavoratori in nero. Mi sento quindi chiamata in causa, ma rispondono subito dicendo che non mi pare credibile che imprenditori agricoli che scelgono la strada dell'illegalità nei rapporti con i propri dipendenti, poi chiedano di entrare in una qualsiasi Confederazione Imprenditoriale qual è ad esempio la mia. E allora domandiamoci che cosa spinge gli imprenditori a delinquere. Non sarà forse perché è troppo complesso, è troppo oneroso, è troppo lungo e macchinoso alla legge? Non sarà forse che c'è da un lato bisogno di una semplificazione delle procedure burocratiche e, dall'altro, di un premio per chi non commette reati? E allora rendiamo competitiva la legalità, perché semplificazione e premialità possono essere gli strumenti, non i soli naturalmente, per combattere il lavoro in nero".

Certo, tutto ciò non basta. Lo ha detto subito Maria Grazia Giammarinaro, coordinatrice OSCE per la lotta al trafficking: "Rendiamoci conto che oggi la schiavitù è un fenomeno molto diffuso. Non si tratta di forme tradizionali di schiavitù: la gente non viene tenuta in catene, anche se nel settore della prostituzione le catene non mancano, ma viene assoggettata con metodi molto sofisticati come la dipendenza per cibo e alloggio, oppure la mancanza di informazioni sui diritti dei lavoratori immigrati, per non parlare dei riti ancestrali per legare in modo indissolubile le vittime ai carnefici".

È possibile uscirne? Nessun falso ottimismo, naturalmente, ma solo un elenco di buone pratiche da realizzare in modo armonico: "Siamo qui a discutere in questa Università che gode di molto prestigio in Italia – ha cominciato col dire la Giammarinaro. – Abbiamo bisogno, assoluto bisogno di ricercatori che sappiano leggere e interpretare i dati che noi raccogliamo in giro per il mondo; abbiamo bisogno di aumentare l'informazione tra coloro che vivono nell'ombra del lavoro nero e dell'illegalità; abbiamo bisogno di allargare l'assistenza legale per coloro che vogliono uscirne; abbiamo bisogno che l'articolo 18 della legge Turco-Napolitano, che oggi tutela le prostitute che denunciano i loro sfruttatori e decidono di ritornare ad una vita normale, venga esteso anche a tutte le altre forme di sfruttamento e di traffico; abbiamo bisogno di una revisione legislativa delle norme che regolano la clandestinità, perché il più delle volte queste leggi restrittive provocano a loro volta altra clandestinità e nuova criminalità: accade oggi in Italia, dove lo stato di clandestino scatta che un lavoratore immigrato regolare è rimasto senza lavoro per sei mesi, e in un periodo di crisi questa situazione è molto frequente ed è facile dalla clandestinità scivolare poi nel lavoro nero e nella criminalità".

Leggi più efficaci, insomma, sembrano chiedere coloro che si occupano del problema dell'immigrazione. Efficaci nel senso di leggi giuste e di leggi applicate. Intanto i 230 milioni di immigrati, che presto saranno 250 milioni, attendono che il mondo globalizzato rinsavisca e corra ai ripari.

Fabio Pipinato direttore di Unimondo

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