Il potere della fatica

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Foto: Flickr

Il bellissimo articolo di Martha C. Nussbaum in The Literary Supplement, riportato da Internazionale, dal titolo “il potere del sapere” fa il paio con il pezzo scritto dal nostro collaboratore Piergiorgio Cattani “la ricreazione è finita”.

L’una pone l’accento sulla forbice globale che taglia in molte scuole ed università gli studi umanistici. Per diventare dei bravi cittadini, a suo dire, serve il pensiero critico e l’immaginazione narrativa. Una civiltà, se vuol rimanere tale, non può basarsi solo sulle conoscenze fattuali o le scienze esatte. Deve coltivare l’ideale socratico - “una vita senza ricerca non è degna d’esser vissuta” - che è gravemente minacciato in un mondo orientato alla massima crescita. Cosa non facile con un governo che non considera la cultura tra le sue priorità.

L’altro sottolinea come non basti studiare o discernere “cosa” studiare, in una società satolla, ma è altrettanto importante il “come” reimparare a faticare. Per cui sono benedette le scuole “dalle umanistiche alle professionali” che insegnano ai giovani a far fatica, a non rialzar la testa dal libro al primo bisogno o al full immersion durante il week end. Insomma a contribuire alla migliore tradizione italiana: dallo “studio matto e disperatissimo” di leopardiana memoria che ha reso gigante la lirica italiana sino alle scuole d’arti e mestieri che c’hanno permesso di entrare nell’Olimpo dei paesi industrializzati.

Ma allora c’era un sogno collettivo, una meta, un riscatto. Oggi, come in quasi tutti i luoghi dell’opulenza, regna la confusione disvaloriale. Un esempio? All’uscita Recanati dell’autostrada A14 non v’è un richiamo “a Silvia” ma un gigante cartello “sexy shop” tra una babele di segnalazioni di ristoranti e bar che caratterizza le rotonde di metà Italia ove l’indicazione turistica all’“ermo colle” scompare. Viscere e non poesia.

Un altro esempio? La fatica ed il coraggio, accuratamente evitati, da parte dell’opposizione di proporre un’idea d’Italia e di lavoro “altra” rispetto a quella propostaci da Adam Smith lo scorso millennio. Ma dov’è l’immaginazione descritta da Martha C. Nussbaume? E l’ideale socratico? Chi aiuta schiere di operai del post fordismo a costruirsi un altro futuro sin tanto si puntella con valanghe di contributi pubblici un lavoro vecchio che non ha mercato?

Lo Stato Nazione non può farsi carico a tempo indeterminato dei disavanzi che la concorrenza mondo c’impone. Dal Brasile alla Cina. Dall’Alitalia alla Fiat. Anche queste aziende sono sempre più un “non senso” nell’oggi globale. Ha senso una compagnia aerea di bandiera in Europa quando le altre holding transnazionali si stanno fondendo in un unicum? Ha senso rivendicare i “diritti di ieri” contro la Fabbrica Italiana Automobili Torino nel mezzo dell’economia transnazionale. Come si fa a stupirsi se l’allocazione industriale viene fatta in Brasile o in Serbia? Dobbiamo “rileggere i tempi” per “stare al mondo”. I tempi della crescita costante sono terminati e non è credibile un premier che promette nel 2011 tassi di crescita pre crisi economica. Su quali dossier si basa? Quali statistiche?

La verità è che abbiamo appena imboccato il tunnel e dobbiamo prepararci al buio del + orario e – salario. Dobbiamo trovare il coraggio di dirlo. Se vogliamo differenziarci dagli altri 191 paesi dovremo fare “magari meno ma meglio” puntando tutto sulla qualità, sulla salvaguardia del nostro patrimonio artistico, sulla cultura, sull’accoglienza turistica, sulla micro-medio impresa d’eccellenza, sul genius loci che caratterizza soprattutto il nostro territorio nel sistema mondo.

Non è colpa delle operaie se fuori dai cancelli dell’Omsa fischiano Amartya Sen che le invita ad “immaginarsi un altro futuro perché il passato resterà tale” ma è colpa di noi intellettuali che non abbiamo avuto il coraggio d’indicare alcuna nuova via se non la sterile rivendicazione dei diritti acquisiti. Ma “we shall overcome” il muro della pigrizia (mentale) al fine di crearci un posto, nella società, “indipendente, autonomo, gratificante, utile” come alternativa al posto “pagato, indeterminato, noioso ma certo”.

Assenza d’opportunità? Disoccupazione? Forse. Ma vedo che molti immigrati plurilaureati tornano senza esitazione alla terra, ai lavori manuali, a sporcarsi le mani. Nelle nostre città ritornano i ciabattini, i sarti, i falegnami, gli idraulici e fa un po’ specie che i nostri giovani, in un Paese con il tasso di disoccupazione oltre il 6%, non sottopongano una sola domanda, dico una, a fronte di migliaia di posti di panettiere, fabbro o falegname (dati confartigianato). Fa altresì specie che si occupino decine di facoltà per protestare contro la riforma Gelmini per poi riarrotolare il sacco a pelo in vista delle vacanze di Natale. Non vorremmo certo perderci lo zampone.

Ho abitato mille giorni in Kenya ed ho visto con i miei occhi la selezione quotidiana degli studenti. Nella scuola primaria di mio figlio v’era un elenco dei 1.200 ragazzi frequentanti. Dal primo all’ultimo in ordine di merito. Mio figlio, il primo giorno di scuola, era ultimo…naturalmente, con buona pace della Sig.ra Montessori. Domanda: “come farò?” – Risposta: “non puoi che migliorare!” E così fu. Un’estenuante rincorsa a superare John, Mark, Ghedambo e David. Ora ditemi: vogliamo competere con questi che macinano chilometri giorno per aver accesso ad un quaderno a quadretti? Ma le vediamo o no le colonne d’auto davanti alle nostre scuole accompagnare i ragazzi che “poveretti” si stancano con quei zaini così pesanti?

Ma lungi da me dal fare la morale agli altri. Ci mancherebbe. Noi del “non profit” siamo maggiormente a rischio di scansare le fatiche. Vedo tutti i santi giorni persone motivate, felici, integrate che non si pongono nemmeno il problema dello straordinario perché da sempre la passione ruba ore al sonno ed agli affetti. Queste faticano e sorridono. Accanto vi sono impiegati che non rispettano l’orario, sostituiscono la caffeina all’adrenalina che muove i loro compagni, leggono i giornali bypassando abilmente i pezzi ove s’esprime un pensiero per raggiungere l’oroscopo, marcano visita, tengono relazioni telefoniche, internet, mail, skype con la famiglia allargata a spese dell’organizzazione e scaricano a piè di lista anche il cappuccio del bar. Non è che non s’adoperano. La dovuta fatica vien fatta per criticare i loro colleghi che lavorano sodo, per parlar male della stessa organizzazione che gli versa puntualmente lo stipendio, per ostacolare le attività di fund raising pensate all’organizzazione stessa. Lì si che v’è audacia. Eccome.

La drastica riduzione dei fondi pubblici, perpetrata da questo e precedenti governi, paradossalmente, fa del bene al terzo settore in quanto finalmente qualcuno tenta la parola fatica, produttività, efficienza e le coniugazioni: far squadra, eliminare gli sprechi, premiare il merito. Le organizzazioni non governative, le cooperative, le associazioni con la scusante della crisi economica si “liberano” degli inefficaci ed improduttivi ed è alquanto sbalorditivo poi vedere, nel giorno del congedo, gli sfaticati di professione affermare il fatidico “perché proprio io?”

La mancata produttività nel privato denunciata da Marchionne è l’altra faccia della medaglia dei vani tentativi del Ministro Brunetta di modificare uno “status quo” che ha incancrenito una seppur minima parte del “pubblico”.

Insomma, una democrazia è tale se insegna non solo a leggere o far di conto ma leggere i tempi e sognare assieme re imparando la fatica. La grande fatica che permetterà ad una collettività di rialzarsi dal basso ed al singolo studente, più che meritevole ma privo di risorse, di frequentare la Sorbona di Parigi. A spese nostre.

Fabio Pipinato fabio.pipinato@unimondo.org

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