Europa e Tunisia: un rapporto di buon vicinato?

Stampa

Gli addetti ai lavori non si sono lasciati sfuggire la pubblicazione di due protocolli apparsi sulla Gazzetta ufficiale europea (il 9 agosto e il 26 agosto) relativi all’abolizione dei dazi per i Paesi dell’Africa orientale e meridionale (ESA) e della Costa d’Avorio, che d’ora in avanti potranno esportare i loro manufatti tessili, indipendentemente dall’origine dei tessuti utilizzati, a costo doganale zero. Il tutto nel quadro di un accordo di partenariato tra l’UE e questi Paesi. La notizia, anche se non è di quelle che sollecitano una curiosità diffusa e popolare, ha comunque la sua importanza per almeno due motivi: il primo è la controtendenza in una fase in cui l’America di Trump, la Cina ed i sovranisti europei competono nel chiedere l’applicazione di dazi per l’importazione di beni prodotti al di fuori dei propri Paesi; il secondo è l’aver imboccato una strada corretta per agevolare lo sviluppo della produzione tessile nei Paesi del continente nero.

“Aiutiamoli a casa loro” è un concetto che viene reso efficace anche con queste decisioni più che da vacui slogan di piazza. Questa è la lettura positiva della decisione europea, che pero’ nasconde anche un’anomalia discriminatoria nei confronti di due Paesi del Maghreb, Tunisia e Marocco, che l’abolizione dei dazi per i loro manufatti tessili, indipendentemente dall’origine delle materie prime, la chiedono dal 2005 con risposte sempre negative. Il perché dell’utilizzo di “due pesi e due misure” nasconde verità che difficilmente saranno confermate, come quella di favorire i produttori turchi del settore, sulla spinta dei sovranisti dei Paesi dell’est europeo, che temono le velate minacce della Turchia di riaprire la via balcanica per i rifugiati siriani.

Secondo Nèjib Karafi, ex Sottosegretario di Stato agli affari regionali nel primo governo tunisino post rivoluzione e anima della neonata Federazione tunisina del tessile e dell’abbigliamento (FTTH) “la decisione europea in materia di tessile è ampiamente influenzata dalla Turchia e dagli ex Paesi dell'Europa orientale che hanno aderito all'Europa. Questi Paesi considerano la Tunisia e il Marocco come i peggiori concorrenti. Abbiamo il sostegno dei Paesi della "vecchia Europa" ma sono in minoranza”, e continua, “i vantaggi appena concessi dall'Europa alla stragrande maggioranza dei Paesi africani riguardano nazioni che non hanno tradizioni nell'industria tessile. Sono i Paesi che stanno vivendo un grande movimento di costituzione di società turche e anche cinesi.”

La posizione ufficiale dell’Ue al riguardo è che bisogna difendere il settore manifatturiero tessile europeo, benché questo sia stato ampiamente sacrificato nel 2005 in nome e per conto della globalizzazione, aprendo all’invasione delle produzioni asiatiche. In ambienti comunitari si sostiene anche che la politica europea è quella dell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo, benché sia difficile affermare che la Turchia, che pure usufruisce di questa cancellazione dei dazi per i prodotti tessili, sia in questa condizione; così pure è difficile da dimostrare che Tunisia e Marocco, al contrario, non ne facciano parte. La politica comunitaria che favorisce l'Asia, l'Africa nera e la Turchia rischia di indebolire la competitività del Maghreb, provocando squilibri economici in questi Paesi con l’aumento della disoccupazione, soprattutto fra i giovani.

La Tunisia negli ultimi 6 anni ha subito la chiusura di 400 imprese tessili con la perdita di circa 40.000 posti di lavoro che hanno contribuito alla forte recessione economica dalla quale il Paese fatica ad uscire. L’attenzione europea verso il Nord Africa dovrebbe essere più puntuale data l’importanza di quest’area dal punto di vista geo-politico, una piattaforma da cui partire sinergicamente per affrontare le problematiche della zona subsahariana del continente, senza l’utilizzo di strategie espansionistiche e neocoloniali, come messo in atto dalla Cina nell’ultimo decennio. L’Unione europea, oltre ad essere un’area di libero scambio all’interno dei suoi confini, cerca di proiettare la propria forza commerciale anche verso i Paesi extra europei. È così che nasce la cosiddetta Politica europea di vicinato, che regola i rapporti bilaterali tra Bruxelles e dieci Paesi dell’area mediterranea: Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia.

Il vecchio continente ha da tempo mostrato attenzione alla Tunisia, con negoziati relativi ad argomenti di natura commerciale e doganale, che hanno avuto inizio nel 1995, con un accordo di libero scambio, entrato in vigore il primo gennaio 2008. Questa data ha messo fine ad un lungo periodo transitorio di smantellamento delle tariffe con l’Europa durato dodici anni e caratterizzato da un’attiva politica di sostegno a livello macro economico e da un sistema di riforme multi settoriali. L’eliminazione dei dazi, frutto di questo accordo, riguarda però esclusivamente i prodotti manufatturieri, escludendo, al tempo, i settori dell’agricoltura e dei servizi, ed era orientato anche a favorire le migliaia di aziende europee che in quel periodo iniziarono la delocalizzazione nel Paese maghrebino, attirati da una mano d’opera con bassi salari e dalle utenze (energia elettrica e gas) dai costi allettanti. Il passo successivo è stata la concessione alla Tunisia dello status di Partner Privilegiato, nel 2011, sulle ali di una solidarietà emotiva che ha fatto seguito, nei cuori e nelle menti europee, alla conclusione della rivolta per la conquista della democraziaCome sostegno politico ad un Paese in una difficile fase di transizione, l’Unione europea ha infatti accordato al Paese nordafricano un regime agevolato dei dazi previsti per la merce in arrivo dalla Tunisia.

Infine l’ALECA. L’acronimo, che pronunciato assume un suono armonioso, leggermente cantilenante, come un saluto di buon augurio, nella sua definizione estesa, non significa altro che Accordo di libero scambio globale e completo. Un’intesa che prosegue nell’obiettivo di regolare i flussi commerciali, figlio di una precisa impostazione economica delle Unione Europea, che ha scelto la via del libero scambio come unico principio per regolamentare i rapporti economici. Con la Tunisia, più che con altri Paesi, il negoziato, iniziato nel 2015 è proseguito, fra alti e bassi, ma senza interruzioni, fino alla fine del 2018, con la sospensione per il 2019, essendo l’ anno in cui si tengono elezioni presidenziali e legislative. Riprenderà nella primavera del prossimo anno per la quarta , e ultima, fase. Dal commercio dei prodotti agricoli e della pesca, alle regole sanitarie, passando per la commercializzazione dei servizi, l’ALECA si propone di riorganizzare la vita economico/commerciale fra la Tunisia e l’Unione europea.

Man mano che il negoziato avanza nel Paese delle gazzelle si alzano voci contrarie alla definizione di questo accordo così come si intravede strutturato. Viene rimarcata un’asimmetria nelle condizioni poste, a svantaggio del Paese meno popolato ed economicamente più debole, quale è la Tunisia, che corre il rischio, per i critici, di avere cambiamenti irreversibili nelle sue politiche pubbliche nazionali.

Si teme che i benefici di un export del settore oleario potrebbero non essere compensati dal rischio di ingresso in un mercato altamente competitivo per un’economia che gode per larga parte di incentivi pubblici“Il governo tunisino dovrebbe interrompere i negoziati sull'accordo globale e di libero scambio (ALECA), e preparare un'alternativa a questo accordo proposto dalla parte europea” ha dichiarato lo specialista di ricerca economica Abdallah El Malek, nel corso di un convegno sul tema che si è tenuto a Tunisi lo scorso maggio. Aggiungendo che "l’ALECA non è un problema di barriere tariffarie, ma piuttosto un nuovo progetto di società imposta dall'UE".

Per completezza di informazione bisogna precisare che anche in Italia qualche timore sulla natura di questa futura intesa c’è. La creazione di un’area di libero scambio con Tunisi comporterebbe per l’Italia l’eliminazione di qualsiasi barriera doganale e il rischio di dover concorrere alla produzione di determinati beni a condizioni decisamente sfavorevoli. A tal proposito la Coldirettiha già lanciato da tempo un allarme rispetto alle massicce importazioni di olio d’oliva tunisino in Italia, aumentate nel 2018 di ben quattro volte e favorite dall’accordo di Partenariato privilegiato concesso dall’Unione europea nel 2011.

Posizioni senz’altro legittime ma che non devono far dimenticare che una visione condivisa del futuro, espressa su un piano paritario, è l’unica strada da percorrere. In un'atmosfera di buon vicinato senza che uno sia Davide e l’altro Golia.

Ferruccio Bellicini

Ultime notizie

Elezioni in Tunisia: un presidente post ideologico

16 Ottobre 2019
Sono molte le incognite scaturite dal voto per l’Assemblea legislativa e per il presidente. (Ferruccio Bellicini)

Commissione Europea, una partenza in salita

15 Ottobre 2019
Tre commissari non hanno superato l’esame del Parlamento Europeo: ragioni e conseguenze. (Matteo Angeli)

Il principe assassino di Khashoggi a rischio regno ricatta col petrolio

14 Ottobre 2019
Trump impone il silenzio, un anno dopo non c’è giustizia per Khashoggi, il giornalista saudita assassinato e fatto a pezzi nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Guerra del golfo a perdere p...

Il Senegal ha sete

14 Ottobre 2019
La crisi idrica causata da un ritardo della stagione delle piogge e le anomalie della produzione di biomassa mettono in ginocchio il nord del Paese africano. (Lucia Michelini)

Pescara: dalla periferia nasce una nuova mappa del bene comune

13 Ottobre 2019
Al via cinque progetti realizzati da reti di associazioni con il supporto del Csv locale.