Etiopia: migranti verso l’Europa e non solo

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L’Etiopia ha una popolazione di circa 96 milioni di abitanti, distribuiti in 80 etnie. Un territorio molto vasto, quasi quattro volte l’Italia. Uno dei Paesi più poveri al mondo, come ci dice l’Indice di Sviluppo Umano che lo vede posizionato in 173esima posizione su 186. Dal Corno d’Africa molti emigrano. Secondo la banca mondiale, nel 2015 il numero totale dei migranti dell’Etiopia era più di un milione di persone.

Non solo verso l’Europa. E ogni destinazione ha storie e racconti diversi che creano aspettativa o paura, sogni e illusioni.

Nel mio soggiorno in Etiopia ho conosciuto laureati che sono emigrati negli Stati Uniti per avere un figlio con cittadinanza americana; famiglie che hanno architettato matrimoni finti tra cugini per facilitare l’emigrazione e l’acquisizione di cittadinanza straniera e devono aspettare il divorzio per poter sposare chi davvero amano. Genitori che vedono crescere i propri figli attraverso le fotografie sul telefonino. Il sogno della libertà, dei diritti rispettati, della ricchezza li ha guidati. Ma ho conosciuto anche molte donne analfabete costrette dalle famiglie ad emigrare in Sud Africa o Arabia Saudita in condizioni di semi schiavitù dove non possono uscire di casa e fare una telefonata ,non parlano la lingua locale, non possono professare la loro religione. I figli lasciati in patria, cresciuti da nonni o vicini di casa. In questo caso la povertà estrema è stata la loro guida.

Per un motivo o per un altro , per un ideale, un sogno, necessità, paura, in Etiopia quasi ogni famiglia ha un famigliare all’estero e molte vivono delle rimesse. In banca la fila è molto più lunga nel banco del western union che a quello dei conti correnti e c’è uno sportello di trasferimento di denaro anche nei villaggi più piccoli.

I giovani crescono con i racconti di lontani zii partiti e per la strada incontrano gli stranieri:

  • Portami con te in Italia!
  • Perchè? Non si sta così bene in Italia, cosa sogni?
  • Se non si sta così bene perchè tu hai una macchina fotografica, uno zaino e una borraccia e io non posso permettermeli?”

Da una normale conversazione tra un giovane Etiope e uno straniero. Da dove, a volte, comincia il sogno di partire.

In Italia, in Europa, conosciamo spesso gli etiopi attraverso le immagini degli sbarchi, alle olimpiadi abbiamo saputo chi sono grazie ad un atleta che ha sollevato un problema, Feyisa Lilesa, li vediamo per strada, in stazione ma anche nelle piccole attività commerciali. E loro, quando arrivano, con il loro bagaglio di immagini e racconti come ci vedono?

Ho approfittato di una collega etiope venuta in italia per una conferenza per capire la sua percezione del tanto sognato occidente. Era la sua prima volta all’estero, festeggiamenti interminabili e richieste di ogni tipo l’hanno accompagnata i giorni precedenti il viaggio. Al ritorno in Etiopia le ho chiesto cosa l’aveva colpita, cosa avrebbe raccontato ad amici e parenti:

i bambini sono tutti seduti su delle carrozzelle ( i passeggini),

gli italiani portano i cani al guinzaglio,

ci sono treni e autobus con i bagni all’interno”.

Le piccole cose, insignificanti per noi hanno un aspetto completamente diverso per chi arriva da lontano, anche se istruito, anche se ha già avuto modo di conoscere altri europei. Proviamo ad immaginare per chi arriva da situazioni di disperazione. Il gap culturale è talmente grande da lasciare spiazzati davanti a quella che a tutti gli altri pare normalità, dal primo giorno, dal primo passo.

In fondo a me pare strano mangiare con le mani da un piatto comune, gesto naturale e quotidiano in molti Paesi, a qualcunaltro può sembrare strano un bambino in passeggino. A volte provare a mettersi nei panni altrui può essere un gioco molto costruttivo. 

Chiara Conti 

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