Due note sul giornalismo e sull'occidente

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[Dal quotidiano "Il manifesto" riprendiamo i seguenti due articoli, rispettivamente il primo ("Embedded in guerra e in pace") dall'edizione del 7 aprile 2003; e il secondo ("In nome dell'Occidente") dall'edizione dell'8 aprile 2003. Ida Dominijanni (per contatti: [email protected]) e' una prestigiosa giornalista e saggista]

I. Embedded in guerra e in pace. Se la prima guerra irachena inauguro' l'era delle guerre a copertura mediatica totale - tanto totale da "coprire" interamente la realta', scrisse all'epoca Jean Baudrillard - questa seconda pare aver inaugurato l'edificante prassi dei giornalisti "embedded", ovverossia incastrati - in tutti i sensi - nelle truppe di cui dovrebbero raccontare fatti e misfatti. Li vediamo ogni sera anche nelle nostre tv, ma negli Stati Uniti pare che i loro reportage debordino incontrastati, fonte unica e conferma garantita del discorso ufficiale sulla guerra. E la cosa da' non poco fastidio a chi della guerra ha in testa tutt'altra interpretazione. Tom Engelhardt, l'autore di The End of Victory Culture, su "Mother Jones.com" coglie l'occasione per sparare a zero contro il giornalismo embedded in tutte le sue forme, di guerra e non. Non e' una novita' dell'operazione irachena, denuncia infatti giustamente: e' embedded ormai tutto il giornalismo di palazzo, che della "collusione" con l'oggetto che dovrebbe liberamente indagare ha fatto la propria cifra. "La collusione e' uno strano misto di possibilita' di accesso, adulazione, servitu', attrazione", scrive Engelhardt. E il fatto e' che al giornalismo embedded si somma una visione del mondo a sua volta "profondamente embedded", cioe' a sua volta collusa con la collusione. Il giornalismo di guerra e' solo la continuazione del giornalismo politico con altri mezzi?
*

II. In nome dell'Occidente. Nell'attesa della battaglia di Baghdad cominciamo a contare i cadaveri. Non quelli che giacciono sul campo e non si contano piu', ma quelli che pesano nelle teste. E il cadavere numero uno, il piu' ingombrante di tutti, quello fa piu' sporco il gioco della guerra e che minaccia di agitare il dopoguerra come il fantasma di Amleto agitava il regno putrescente di Danimarca, e' il cadavere dell'Occidente. Cioe' del vincitore. Vorrei rovesciare un discorso corrente, che promette in queste ore di diventare un alibi politico per quella sinistra moderata sempre in cerca di qualche via di ritirata. Il discorso recita piu' o meno questo: fatta come l'ha fatta Bush, questa guerra e' illegittima, violenta, sproporzionata. Tuttavia risponde, in modo sbagliato, a una questione fondata. Che sarebbe non solo la fine del regime di Saddam Hussein, ma anche e soprattutto la democratizzazione forzata dell'Iraq, e ancor di piu' la sconfitta di un islamismo che sta diventando la bandiera dell'internazionalismo anti-occidentale. Insomma, bisogna in ultima analisi stringersi a coorte a difesa dell'Occidente minacciato dallo scontro di civilta'. Come? Tentando di condizionare l'estremismo di Bush con la buona volonta' di Blair, e ricomponendo per questa via nel dopoguerra la frattura fra Europa e Stati Uniti che si e' prodotta con la guerra. Sottoscrivono questo ragionamento tutti i pasdaran del riformismo (blairiano), che con la parola "sinistra" evitano ormai di contaminarsi. Ma ad articolarlo con il dovuto corredo di toni e mezzi toni e' stato, su "Repubblica" di qualche giorno fa, Adriano Sofri - e chi oserebbe dubitare della patente di sinistra dell'ex leader di Lotta Continua? nessuno, come non ha mancato di far presente prontamente "Il foglio". Lasciamo perdere le patenti, che di questi tempi valgono quanto un certificato d'identita' scaduto, e veniamo alle intenzioni morali (e moraliste), che invece di questi tempi purtroppo abbondano e abbindolano. A sostegno della sua lealta' con l'occidente scritto minuscolo come vuole un sobrio minimalismo, Sofri ne avanza due: corresponsabilita' e solidarieta', due vincoli che dovrebbero legarci tutti, comunque vadano le cose e chiunque guidi la barca, alle nostre democrazie libere (tralascio la polemica sul metro di misura di questa liberta', che stavolta e' la liberta' delle donne di decidere non come vestirsi bensi' come pettinarsi: cfr. la guerra precedente in Afghanistan). Propongo di sostituire queste due obbligazioni morali con due sentimenti, che prendo a prestito dalle parole di una occidentalissima e americanissima filosofa come Judith Butler: vergogna e umiliazione. Vergogna e umiliazione sono quello che molti e molte di noi occidentali provano in queste settimane. E non, o non solo, per quello che l'Occidente, per il quale continuo a nutrire tanta affezione da continuare a scriverlo maiuscolo, sta facendo al popolo iracheno, ma per quello che sta facendo a se stesso: sfigurandosi in sostanza e in immagine, fino a diventare impresentabile. Che ne facciamo di questi due sentimenti? Non dubito che la logica binaria e strumentale che sempre si impossessa del mercato delle idee in tempi di guerra si affrettera' a sospingermi, per queste parole, nel campo filoislamico. Inutile depistaggio: e non solo perche' all'Islam non mi lega, non foss'altro che per i rapporti tra i sessi che lo abitano, alcuna particolare simpatia. C'e' dell'altro. C'e' che, a differenza di quanti civettano con lo scontro di civilta', e a differenza altresi' di quanti (a sinistra) sono tentati di ripristinare sul fronte mediorientale le dinamiche del bipolarismo che fu, io non credo che stia a Baghdad la trincea politica decisiva. Il mondo non e' piu' quello del Vietnam. E tanto rispetto la resistenza irachena, quanto sono convinta che non e' ad essa che possiamo delegare il nostro problema. E il nostro problema - per nostro intendo: degli occidentali che provano vergogna e umiliazione per le res gestae dell'Occidente - e' esattamente il rovescio di quello di Sofri e compagnia: salvare l'Occidente, si', ma non dai barbari bensi' dai suoi usurpatori. Sottrarre la bandiera della democrazia a leader eletti in forza di brogli, apatia politica e miliardi, la bandiera della liberta' a governi che ingabbiano la gente a Guantanamo, la bandiera dei diritti a sondaggi che equiparano i pacifisti ai terroristi, la bandiera del diritto a chi distrugge in pochi mesi mezzo secolo di diritto internazionale. E' questo panorama di macerie il problema di noi occidentali che abbiamo a cuore le sorti dell'Occidente, e a risolvercelo non sara' ne' la colla di Blair sui cocci dell'atlantismo, ne' d'altro canto la resistenza irechena. L'Occidente, che nella sua storia ha fatto tutto e il contrario di tutto, dalle rivoluzioni di liberta' a Auschwitz, e' un'idea molto spuria e tutt'altro che innocente, come dovrebbe essere diventato di senso comune dopo decenni di critica postcoloniale delle sue pretese universalistiche. Ma almeno questo dovrebbe avercelo insegnato: che quando il quartier generale diventa pericoloso, non lo si copre di solidarieta' ma si combatte, e in casa propria.

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