Diritti dei migranti, oltre “lo stato di eccezione”

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François Crépeau - Foto: un.org

Quando, nell’agosto 2011, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite lo ha nominato special rapporteur sui diritti dei migranti, François Crépeau non ha esitato troppo. Ha guardato agli ultimi vent’anni di una carriera ormai trentennale nel mondo dell’università, in Canada e in Europa, e ha scelto uno dei campi di studio a cui si era dedicato di più. “La scelta delle politiche e delle pratiche dell’Unione Europea come area tematica è stata rapida – racconta – perché è un argomento che studio dagli anni ’90. Una familiarità che mi avrebbe permesso di arrivare in tempi brevi a stendere un rapporto serio e completo”. Crépeau, classe 1960, è uno dei 36 incaricati delle Nazioni Unite per le “procedure speciali”, fra i principali meccanismi approntati dalla Commissione per i Diritti Umani (dal 2008 si parla di “consiglio”) per monitorare la situazione dei diritti civili, sociali, politici, economici e culturali in tutto il mondo. Si tratta di esperti indipendenti, che nel loro mandato godono di un’ampia libertà di indagine. Libertà che gli permette di realizzare indagini sul campo, di promuovere e di partecipare a incontri istituzionali e di dedicarsi alla ricerca accademica, per poi condensare le conclusioni in un rapporto annuale

L’itinerario di Crépeau è nato strada facendo. “Nel dicembre 2011 ho visitato l’Albania e il viaggio mi ha confermato nella scelta di indagare l’impatto sui migranti delle politiche europee. Ho deciso di continuare visitando alcuni fra i confini più “caldi”, più rischiosi per i migranti, più utilizzati e di conseguenza più presidiati, ovvero quello fra Tunisia e Italia e quello fra Grecia e Turchia”. Non sono gli unici territori di rilievo, ci tiene a sottolineare, ma “permettono di effettuare una comparazione e di raggiungere più facilmente l’opinione pubblica internazionale, cosa che il confine fra Spagna e Marocco, importante negli anni ’90, e quello a est con Moldavia e Ucraina, non avrebbero offerto”.

Un viaggio sulle tracce dei migranti, che ha portato il rapporteur a partecipare a diversi meeting internazionali e a programmare per il 2012 una visita alle istituzioni europee e quattro country visits nei paesi individuati, sfruttando il sistema degli “inviti aperti” nei confronti degli incaricati per le procedure speciali, a cui avevano aderito tutti gli stati scelti. Dopo le visite in Tunisia e in Turchia, dal 30 settembre all’8 ottobre ha attraversato l’Italia, incontrando organizzazioni non governative, funzionari statali, forze dell’ordine, avvocati e attivisti e arrivando a stendere un breve rapporto preliminare. “Ho indicato sei raccomandazioni per il governo italiano, indispensabili per poter garantire una tutela dei migranti, soprattutto delle persone più vulnerabili”.

Il sistema di detenzione è fra gli aspetti su cui ha insistito di più. “Le condizione di detenzione dei migranti in soggiorno irregolare sono irrispettose in tutto il mondo, anche perché regolate dal diritto amministrativo, che generalmente tutela meno di quello penale. In Italia ho visto scarsa chiarezza sulle responsabilità, sui ruoli. I Centri di Identificazione e Espulsione ad esempio, gestiti da privati, non sono supervisionati da un’autorità indipendente che garantisca standard minimi”. Con l’effetto di creare disparità non motivate, in un sistema che già penalizza i migranti: “in due dei tre C.I.E. che ho visitato, quello di Milo – Trapani e quello di Ponte Galeria, a Roma, le condizioni abitative erano scadenti. È difficile capire perché in un centro i detenuti non potevano avere carta e matita e nell’altro sì, possiamo dunque immaginare per tutti gli importanti servizi a cui dovrebbero accedere”. Diversa la situazione individuata nel terzo C.I.E., quello di Bari Palese. “A Bari le autorità collaborano con i detenuti, cercano di individualizzare i percorsi dei reclusi e per questo l’atmosfera appare decisamente migliore.

Un altro elemento chiave è quello dell’identificazione: a Bari dopo sei mesi, se la persona non è ancora identificata, viene rilasciata, nonostante la legge preveda di poter estendere la permanenza nel centro a 18 mesi. Una misura umana e efficace, il contrario di quanto ho registrato a Trapani, dove un cittadino tunisino ha raccontato di aver visto ben 14 volte le autorità del suo paese senza che ne confermassero l’identità, restando dunque recluso senza alcuna prospettiva”. Il problema dell’identificazione non riguarda solo le autorità consolari, non sempre collaborative, ma anche il sistema carcerario: “a Roma l’80 per cento dei reclusi sconta una doppia pena, in quanto appena rilasciato dal carcere. Per questo ritengo ci debba essere un ufficio immigrazione all’interno dei penitenziari, per procedere all’identificazione appena possibile e non parcheggiare le persone nei C.I.E. in attesa dell’espulsione”.

La detenzione indiscriminata, sostiene Crépeau, “è frutto di una cultura che ragiona in base a identità collettive: ebrei, italiani, migranti regolari o irregolari. Tutelare i diritti umani significa però andare oltre le categorie per riconoscere la specificità di ogni persona e del suo percorso. E’ quello che va fatto anche nei C.I.E., dove ho incontrato stranieri nati o arrivati da bambini in Italia, o addirittura un piccolo imprenditore tunisino residente da 34 anni nel paese, con moglie e figli, bloccato in un centro perché le autorità di Tunisi non gli concedevano un lasciapassare per essere rimpatriato”. Fondamentali, per cambiare la situazione, sono “la nascita di un’ autorità nazionale di supervisione capace di uniformare le condizioni dei reclusi, adottando le buone pratiche di alcuni centri, e l’analisi seria delle alternative alla detenzione”.

Accanto alla detenzione, Crépeau ha riservato particolare attenzione ai minori stranieri non accompagnati. “A Roma – racconta – ho incontrato alcuni minori afghani che avevano tentato più volte di raggiungere l’Italia in traghetto, dalla Grecia, ma erano stati individuati dalle forze dell’ordine e rimandati indietro sulla stessa imbarcazione. Solo al quarto tentativo erano riusciti a sbarcare di nascosto”. Una pratica che viola doppiamente il diritto europeo e internazionale: da una parte perché la Corte Europea dei Diritti Umani (caso M.S.S. contro Grecia e Belgio, 2011) si è espressa contro i respingimenti verso la Grecia di potenziali richiedenti asilo, dall’altra perché “quando si prende una decisione per dei minori, deve sempre prevalere il loro interesse superiore. Le autorità devono quindi analizzare la situazione per valutare se possa riunirsi con la famiglia, piuttosto che raggiungere altri paesi, ritornare nel proprio o presentare richiesta di protezione internazionale”.

Nonostante la condanna dei respingimenti sanzionata dal caso Hirsi contro Italia nel 2011, “gli accordi di re-ammissione con alcuni paesi rischiano di violare diritti fondamentali. Nel giro di 72 ore egiziani e tunisini appena sbarcati nel sud Italia sono rimandati in patria in aereo, senza che un funzionario delle Nazioni Unite o di altri organismi possa incontrarli, come sarebbe nel loro diritto. Non sappiamo dunque se venga fatta un’analisi caso per caso, in grado di individuare eventuali necessità di protezione”. Rimane quindi il dubbio che in questi accordi “i diritti dei migranti siano in secondo piano rispetto a negoziazioni politiche e commerciali. In cambio del controllo dei confini, Turchia o Tunisia chiedono una liberalizzazione dei visti di ingresso negli stati europei, come in Albania, e altre facilitazioni”. Una negoziazione che però “non deve dimenticare di mettere al centro i diritti. Se l’Europa vuole appaltare agli stati confinanti il controllo delle frontiere, come nel caso dell’accordo fra Italia e Libia, deve appaltare anche la protezione dei diritti umani e assicurarsi che l’appalto venga rispettato”.

Il viaggio di Crépeau si concluderà a novembre con una visita in Grecia, terra di frontiera ancora più difficile dell’Italia. Poi, fino alla seduta annuale del Consiglio per i Diritti Umani, nel giugno 2013, proseguirà sulla carta, fino all’elaborazione di un rapporto finale. “Essere sedentari – sottolinea il rapporteur – è un’eccezione nella storia umana, confinata agli ultimi secoli. La migrazione è un’attività umana normale. Chi migra oggi non cerca visibilità, cerca anzi di nascondersi, di lavorare e mandare soldi a casa, dunque non rappresenta nessun rischio per la sicurezza”. Eppure gli stati, che hanno il compito di tutelare i diritti di tutti, anche in alto mare, “promuovono spesso una criminalizzazione dell’immigrazione irregolare, ovvero della più vulnerabile, e un eccezionalismo, che conducono a politiche irresponsabili e non supervisionate. Solo l’azione di tutela di magistrati e tribunali è riuscita a ridurre l’impatto di queste politiche”. Un’azione che l’Italia, sotto la lente anche del relatore dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, deve affiancare a quella di un’opinione pubblica preparata e attenta.

Giacomo Zandonini

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